Il pezzo rifiutato – di Francesco De Maria

Questo articolo era stato scritto per il Caffè di domani, domenica 17 giugno. Ma il direttore Alaimo non l’ha voluto pubblicare. Ecco qua: “Egregio professore, le avevo scritto che avrei pubblicato il suo pezzo nello spazio L’EDITORIALE DEL LETTORE e le avevo chiesto circa 2700 battute. Lei me ne ha inviate circa 4100. (…) Se desidera riscriva il suo articolo, se crede posso anche attendere una settimana, ma non necessariamente deve esprimere delle considerazioni sull’annosa e per me stucchevole questione liberale/radicale.”

E così per me è andata irrimediabilmente perduta la ghiotta occasione di succedere alla casalinga di Viganello nell’Editoriale del lettore. Nella vita le sconfitte bisogna saperle accettare.

Il pezzo rifiutato lo pubblico qui, nel nostro amato “salotto buono”, con l’avvertenza che si tratta in realtà di una variante del precedente “Il teatrino dei pupi”. Contiene e sviluppa lo stesso concetto. Certe volte una variante – una “seconda passata” direbbe Gaber – può aiutare a capire. Voi siete cordialmente invitati a leggerla. Mentre il direttore Alaimo non è per nulla obbligato ad occuparsi della mia stucchevole prosa e dei miei stucchevoli temi. Se ne asterrà certamente.




Et voilà! Il prestidigitatore risolve ogni problema
Con una mossa a sorpresa (e uno scoop del Corriere)

C’era parecchia gente giovedì sera a Rivera, al comitato cantonale del PLR. Era persino difficile trovarsi un posto a sedere. ma certamente non c’erano tutti, intendo dire tutte le facce “che contano”. Era grande l’attesa per il responso della Commissione cerca, costituita in marzo e incaricata di individuare i candidati alla prestigiosa carica di presidente del Partito.

L’effetto sorpresa è stato solennemente rovinato da un abile scoop del Corriere online, lanciato nel pomeriggio. Il presidente della Commissione Bruno Lepori ha – dopo aver illustrato le procedure seguite – elencato i cinque nomi scaturiti da una prima selezione: Gabriele Gendotti (reggente del partito ad interim con il titolo di “vicepresidente trainante”), Rocco Cattaneo (sponsorizzato dalla sezione di Lugano e, pare, da quella di Mendrisio), Giovanna Masoni, Michele Morisoli e Nicola Pini.

Lepori si è, virtuosamente, dilungato sulla necessità di superare antiche e più recenti faide, affidando il partito a mani nuove e poco coinvolte nelle guerre del passato. Quando Lepori ha espresso tali considerazioni a Gendotti, il reggente pro tempore ha compreso immediatamente e di buon grado si è “sacrificato” per il bene superiore del partito. Dal canto suo l’on. Giovanna Masoni Brenni aveva già provveduto a comunicare il suo ritiro ai media.
Salta agli occhi l’asimmetria di queste due rinunce. La candidatura di Giovanna Masoni, municipale di Lugano, avanzata dalle Donne liberali dove la professoressa Olga Cippà difende indomita e con molto merito il fortino masoniano, era parsa subito (forse solo a me? non credo) anomala. Come poteva non quella donna – brava e capace, seria e impegnata – ma quel nome ambire a presiedere il PLRT ? La “candidata” desiderava quel posto? Credeva nella possibilità di ottenerlo? Io scriverei tutt’una bella serie di NO.

Diverso il caso per il vistoso esponente radicale, già successore di Giuseppe Buffi alla testa del DECS, avvocato Gabriele Gendotti. La sua candidatura era perfettamente reale e per niente uno specchietto per le allodole. In febbraio sembrava fatta (benché già allora si fossero manifestate ovvie opposizioni). Alcuni esponenti della sinistra del partito sembravano non prendere in considerazione alcun’altra eventualità. Le dichiarazioni di Dick Marty in favore di Gendotti furono adeguatamente soppesate. Tutto pareva calmo. Se non che, un piccolo colpo di scena è venuto a turbare l’irresistibile ascesa gendottiana. Una mossa prodotta dalla sezione di Lugano, capitanata dal presidente Giorgio Grandini, che – improvvisamente quanto mediaticamente – ha lanciato la candidatura del noto imprenditore Rocco Cattaneo, tra lo sconcerto di alcuni che, disturbati, gridavano al sabotaggio della Commissione cerca.

Questo intoppo improvviso nel ben oliato meccanismo ha avuto il pregio di far riflettere molti. Il gesto luganese è stato letto correttamente per ciò che voleva essere ed era: un gesto contro l’ascesa alla presidenza del leader radicale. Le elezioni luganesi del 2013 hanno in quel momento ancor più assunto (e mantengono, come la si rigiri) quel carattere terrorizzante che toglie il sonno e spinge ad almanaccare, poi a scartare troppe possibili “soluzioni”: ReGiorgio no, ReGiorgio ancora un po’; Pelli, figlio di sindaco; Giovanna con un drappello di giovanotti; eccetera eccetera eccetera.

Insomma, Lugano ha detto il suo no. Bisognava tenerne conto. Puntare a capofitto sull’affermazione del predominio radicale poteva rendere ancora più difficili le faccende nella perla del Ceresio e poteva, anche, favorire la formazione di un polo liberale esterno al partito, obiettivo manifesto dell’iniziativa nascente di Sergio Morisoli.
Era opportuno fermarsi. Ma come farlo salvando almeno le apparenze? Elementare Watson. Chiamiamo un abile prestidigitatore, facciamolo soffiare su due dei cinque candidati – quello reale e quella immaginaria. La magia si compie, i due politici di razza svaniscono nell’aria. Al partito viene risparmiata una decisione che poteva avere conseguenze gravi, forse disastrose. Esso era giunto a due centimetri dal ciglio dell’abisso. Ora, fermandosi ed arretrando un poco, ne dista due metri buoni.