Chi rinuncia a battersi, ha già perso in partenza! – di Paolo Camillo Minotti

Pubblichiamo con piacere questo bellissimo (e impegnativo) articolo di Paolo Camillo Minotti, dove audacemente la piccola Eveline Widmer-Schlumpf viene messa a confronto con giganti della storia. Che si tratti di Chamberlain, di Daladier o… di Eveline, la domanda è sempre la stessa: “Ci si può salvare cedendo alla prepotenza?”


Gli antichi Confederati, Mannerheim, Chamberlain …. e Eveline Schlumpf
La politica del cedimento per debolezza non è mai stata pagante, da che mondo è mondo. Nel Novecento vi furono esempi drammatici spaventosi dei risultati cui può portare una politica di debolezza portata avanti per codardia e per volontà di evitare a ogni costo uno scontro, nella speranza che ciò permettesse di salvare la propria comodità e i propri agi senza dover muovere dito per difenderli. Di regola va a finire che si perdono gli agi e si finisce per avere comunque lo scontro che si voleva evitare. Andò così negli anni ’30 del secolo scorso, quando Francia e Gran Bretagna scivolarono in un progressivo torpore pacifista e si illusero che bastasse dichiarare unilateralmente una volontà di pace perché pace fosse. Questo lo poteva tutt’al più fare un paese ai margini della scena internazionale (che so: il Messico o il Portogallo), ma non Francia e Gran Bretagna, che erano potenze mondiali che avevano sostenuto e vinto una cruentissima guerra sconfiggendo la Germania nel 1918 e poi avevano imposto i Trattati di Versailles di cui erano le potenze garanti; esse avevano perciò una responsabilità a cui non potevano sottrarsi senza mettere a repentaglio l’equilibrio strategico. Psicologicamente l’evoluzione pacifista di questi paesi negli anni 20-30 si può capire: dopo il macello della prima guerra mondiale si anelava alla pace; dopo gli eccessi di retorica eroico-patriottica che avevano impedito (da entrambe le parti) una composizione pacifica delle controversie nel 1914 o una interruzione della guerra quando fu evidente che nessuno avrebbe potuto vincerla senza dissanguarsi paurosamente, il pendolo dell’opinione pubblica passò all’estremo opposto e prese a vagheggiare la pace a ogni costo, fino all’istigazione alla disobbedienza civile e quasi all’intelligenza col nemico: basti pensare al culmine di aberrazione di certi slogans del Partito comunista francese dopo la firma del patto germano-sovietico del 1939, del tipo “Daladier et Hitler: bonnet blanc et blanc bonnet” o “Plutôt Hitler que Reynaud!” (e a destra certi pamphletisti dell’Action Française non erano meno perniciosi e già nel 1936 commentarono la vittoria del Fronte popolare con slogan tipo “Mieux Hitler que Blum!”). Chamberlain e la maggioranza dei politici francesi, di fronte al regime di Hitler viepiù minaccioso, scelsero regolarmente l’accondiscendenza e la rinuncia a ogni efficace risposta, sin dal 1936 (occupazione della Saar) quando il Terzo Reich sicuramente non sarebbe stato in grado di sostenere una guerra contro la Francia, poi di nuovo nel settembre 1938 in occasione della crisi dei Sudeti quando gli Anglo-francesi preferirono – per cercare di salvare la impossibile pace con Hitler – mollare ignominiosamente l’alleata Cecoslovacchia piuttosto che scendere in guerra con essa contro il dittatore tedesco. Il paradosso è che nel 1939 gli occidentali entrarono in guerra contro la Germania in condizioni strategiche molto peggiori rispetto al settembre 1938, “tirati per i capelli” e non meglio preparati di un anno prima (anzi con qualche alleato in meno)! Ancora nel 1939 vi era però chi blaterava che convenisse cedere Danzica a Hitler pur di evitare la guerra e che non convenisse “morire per Danzica” (in realtà c’era in ballo ben altro che Danzica o che, un anno prima, i Sudeti!). Fino all’ultimo vi fu chi si illuse di poter fermare il dittatore con delle concessioni; mentre è vero al contrario che ogni concessione lo induceva a mirare sempre più in alto, nella consapevolezza di avere di fronte dei codardi (che egli disprezzava)…. La ricerca di un accomodamento pacifico nelle controversie fra Stati è certo una cosa encomiabile, ma a condizione che l’interlocutore a cui si fanno delle concessioni sia ragionevole e non sia un folle megalomane (questa è una regola ancora valida nella odierna scena internazionale); in caso contrario, l’interlocutore interpreterà l’offerta di compromesso come un segno di debolezza e sarà indotto ad ancor maggiore aggressività. Nel caso della Germania degli anni ’20 e ’30, schematicamente si può dire che andare incontro alla Germania sarebbe stato utile per la pace internazionale (oltre che proficuo per la Germania e moralmente commendevole) finché essa era retta da un Governo democratico o comunque non aggressivo, insomma fino alla presa del potere da parte di Hitler il 30 gennaio 1933; dopo quella data, andare incontro alla Germania diventò deleterio, perché non serviva più alla ricerca di un ragionevole compromesso fra le nazioni ma al contrario rafforzava il regime nazista dandogli modo di consolidare il suo dispotismo prima all’interno e poi verso l’esterno. Il paradosso è che, per una serie di ragioni oggi ben note agli storici, gli anglo-francesi fecero esattamente il contrario: finché in Germania ci fu un Governo ben intenzionato furono assai intransigenti con essa, e solo nel 1932 quando il governo Brüning (e con esso la repubblica di Weimar) era ormai alla frutta, presero quella decisione che ragionevolmente avrebbe dovuto essere presa almeno 2 o 3 anni prima: la rinuncia alle riparazioni di guerra….
Volendo trarre una lezione da quei fatti si può dire che, non avendo più fede in nulla e non volendo combattere per i propri valori, la Francia e la Gran Bretagna (e il mondo intero) si trovarono a dover subire una guerra ancora più terribile della prima guerra, pagando uno scotto tremendo; e furono alla fine in certo qual modo costretti a farla comunque, perché a quel punto la situazione era talmente degenerata che il non fare la guerra a Hitler avrebbe significato una umiliante e inaccettabile dominazione germanica del mondo intero, e perdipiù sotto un regime ben peggiore di quello di Guglielmo II.

Il caso degli antichi Confederati…
Nel mondo non vigono le leggi del buonismo imbelle predicato da certi sognatori o ideologi negli ultimi decenni. Il mondo è governato da rapporti di forza; non necessariamente solo forza militare (né solo l’utilizzo effettivo della forza militare: la guerra), ma in primo luogo forza di volontà, ovvero la volontà di affermarsi e di far valere i propri valori, la propria tradizione, i propri interessi, il proprio diritto di esistere e di autodeterminarsi. Potremmo portare ad esempio la Storia svizzera: quella dell’antica Confederazione, con le battaglie cruente per l’autonomia e la libertà (dal Morgarten e Sempach su su per tutto il 14° e 15° secolo fino alla guerra di Svevia), ma anche – sia pure in modo meno cruento – quella di alcuni momenti dell’Otto e Novecento: per es. nel 1848 la coraggiosa riforma liberale con la fondazione dello Stato federale (che non era per nulla gradita a certe potenze reazionarie che ci circondavano) oppure nel 1939-40-41 la politica di coraggiosa affermazione dell’indipendenza del Paese di fronte al minaccioso totalitarismo nazi-fascista dilagante in Europa.
La forza militare non significa necessariamente guerra guerreggiata, come insegna la storia e come insegnano intere biblioteche di studi strategici e di geopolitica, perché talvolta basta il possesso della forza potenziale per dissuadere gli avversari dall’attaccare. Per es. nel 1939-40 la volontà di difesa svizzera fu sufficiente per dissuadere la Germania nazista dall’attaccarci, e questo checché ne dicano i “nuovi storici” svizzeri antisvizzeri del Post-68. Nota bene: però l’esercito c’era, benché sulla sua capacità di resistenza a un eventuale attacco effettivo delle truppe germaniche si può anche essere scettici; comunque, anche se forse si trattava di un “bluff”, fu un “bluff” che aiutò a risparmiarci la guerra e a preservarci dall’asservimento.

… e quello della Finlandia del 1940
In altri casi, la disponibilità all’uso della forza per difendere il proprio Paese e i propri valori e il proprio diritto di esistere e di determinarsi, venne messo alla prova dei fatti e i popoli interessati non poterono sottrarvisi, pena l’annullamento e la perdita della propria identità. Fu il caso dell’eroica e tragica resistenza polacca allo scoppio della II guerra mondiale, travolta dalle soverchianti forze naziste prima e sovietiche poi. Fu il caso soprattutto della resistenza finlandese contro i Sovietici, nella guerra dell’inverno 1939-1940. Recentemente mi è capitato di leggere, acquistato in un negozio di libri usati, un libro pubblicato nel 1940 dell’allora consigliere nazionale e colonnello Henri Vallotton; una testimonianza commovente, che induce ancora oggi a simpatizzare in modo accorato con l’eroica lotta del popolo finlandese. Come rappresentante ufficioso di un paese considerato amico (egli era latore di una lettera personale del generale Guisan al maresciallo Mannerheim, capo dell’esercito finlandese), Vallotton fu uno dei pochi stranieri, fra coloro che ebbero l’occasione di visitare la Finlandia in quei mesi di guerra, ad avere accesso anche ad informazioni normalmente non accessibili a giornalisti e persone comuni: visitò il fronte e le retrovie, gli ospedali e i rifugi antiaerei nelle città, i posti di avvistamento della guardia antiaerea (di solito affidata alle soldatesse donna, le “Lotti”, perché gli uomini servivano per il fronte), i rifugi antiaerei per la truppa e i cavalli; fu ricevuto dal generale Mannerheim e dallo Stato maggiore finlandese; il suo resoconto è quindi più concreto e preciso di alcuni resoconti giornalistici pur appassionati (vedasi per es. le famose cronache di Indro Montanelli). La storia per grandi linee è conosciuta: dopo il “patto di non aggressione” germano-sovietico del 23 agosto 1939, con cui praticamente Hitler e Stalin si spartirono l’Europa orientale, la Germania nazista aveva conquistato gran parte della Polonia e la Lituania, lasciando che i Sovietici si annettessero la Polonia orientale, la Lettonia e l’Estonia; nel dicembre 1939 venne il turno della Finlandia di essere attaccata proditoriamente dall’Armata rossa. Stalin trovò però inaspettatamente “pane per i suoi denti”; l’esercito finlandese, ben organizzato e sorretto da un fiero patriottismo, combatté con valentia e successo: intere divisioni dell’Armata rossa furono annientate, anche grazie al tremendo gelo nordico e alla criminale impreparazione e insufficienza dell’equipaggiamento delle truppe sovietiche. I finnici, abili sciatori mimetizzati in vesti bianche, assalivano di sorpresa all’imbrunire le pattuglie avanzate o gli accampamenti sovietici creando scompiglio e facendo centinaia di morti e prigionieri. In tutta l’Europa ancora libera (compresa l’Italia fascista) la resistenza finlandese suscitò ammirazione e simpatia. Vallotton pubblicò il resoconto sulla guerra finlandese già nella primavera 1940, quale monito sui pericoli a cui pure la Svizzera era esposta e quale sprone a prepararsi se del caso ad analoga resistenza. L’epilogo è pure noto: nonostante sul campo di battaglia i finlandesi tenessero botta, infliggendo anzi ai russi perdite notevoli, la Finlandia fu costretta a chiedere l’armistizio, perché la sproporzione numerica era enorme (almeno 1 a 40) e soprattutto perché i bombardamenti aerei sovietici sulle principali città finlandesi causavano troppe distruzioni e rischiavano di mettere a repentaglio la sopravvivenza futura del paese (mentre i finlandesi erano quasi sprovvisti di aviazione); Mannerheim e il governo finlandese decisero quindi che l’armistizio e qualche concessione territoriale ai sovietici fossero meglio che la distruzione del paese. Fu una scelta amara, in un momento in cui nessuna potenza europea aveva la volontà e/o era in grado di portare soccorso alla Finlandia; dall’estero giunsero quindi solo belle parole di incoraggiamento e di solidarietà, o poco di più.

Da Guisan alla Widmer-Schlumpf
Eppure, visto in prospettiva, la Finlandia deve a quella resistenza eroica la sua sopravvivenza come paese libero e indipendente; fu quella disponibilità a battersi che gli risparmiò la sciagura di venire sovietizzata e di essere sottomessa per 50 anni a una umiliante oppressione. Infatti anche quando, dopo le alterne vicende della seconda guerra mondiale (in cui i finnici furono obtorto collo alleati dei tedeschi: il nemico del mio nemico è mio amico…), nel 1945 l’URSS fu tra i vincitori, essa non poté più rimettere in discussione l’indipendenza finlandese. Una indipendenza certo condizionata dal potente e ingombrante vicino, ma pur sempre tale. Senza la resistenza dell’inverno 1940 la Finlandia avrebbe fatto la fine dei paesi baltici. Battendosi si guadagnò il generale rispetto, di cui gode ancora oggi.
La Svizzera, invece, negli ultimi 15 o 20 anni, a furia di cedimenti anche alle richieste più palesemente ingiustificate e contrarie al diritto sia svizzero che internazionale, sta ormai diventando lo zimbello d’Europa e del mondo, perdendo giorno dopo giorno un rispetto che si era procurato in più di un secolo. Servilismo nei confronti di Washington, servilismo nei confronti di Berlino e di Bruxelles, servilismo persino nei confronti di Parigi (che ormai da qualche anno nella politica internazionale non conta più tanto) e financo nei confronti di Roma (che non conta più nulla da qualche secolo) o di certi tirannelli tipo Gheddafi. Qualcuno mi obietterà: ma che paragoni sono questi? Una situazione di guerra cruenta – si dirà – non può essere confrontata con una situazione di pur duro scontro diplomatico, economico o commerciale. Ah no? Personalmente ravvedo invece in queste pur diversissime circostanze, un fil rouge comune: l’arroganza della politica di potenza e la necessità, per i piccoli Stati che non vogliano soccomberle, di battersi con inesauribile energia per le proprie buone ragioni.
L’unica differenza sta nel diverso atteggiamento del nostro Governo attuale rispetto a quello del Consiglio federale del tempo di guerra: e pensare che le attuali circostanze, per quanto difficili, non possono certamente essere ritenute peggiori di quelle degli anni 1939-45! (O forse i nostri cari compatrioti europeisti vogliono affermare che la perfidia della UE, della Merkel e di Obama sono peggiori di quella di Hitler? Noi mai oseremmo asserirlo….). Come il CF e i nostri diplomatici di allora ebbero determinazione coraggio e “sangue freddo”, così quelll odierni sono titubanti timorosi e accondiscendenti, arrivando persino a cedere anticipatamente a richieste non ancora espresse dai nostri interlocutori. E allora talvolta ci chiediamo: cosa avrebbero fatto in quei lontani anni, di fronte a Hitler e poi a partire dal 1943-44 di fronte agli alleati che ci mettevano sotto pressione perché avevamo scambi economici con la Germania, le varie Eveline Schlumpf e Micheline Calmy-Rey o i vari Leuenberger, Sommaruga, Schneider-Ammann e Burkhalter? Esisterebbe ancora la Svizzera oggi?

Paolo Camillo Minotti