20 anni dopo il No al SEE, il valzer svizzero con l’UE – di Tiziano Galeazzi

Assistiamo, sempre più di frequente, a un crescente dibattito sugli accordi bilaterali con l’Unione Europea.
Il dilemma consiste nel decidere se mantenere lo stato attuale delle cose, ovviamente con i dovuti aggiornamenti, se sostituirli con un accordo quadro generalizzato oppure se decidere, con votazione popolare, l’adesione all’UE come vorrebbero da sempre i socialisti svizzeri.

Qualche giorno fa, nel corso di una conferenza stampa, abbiamo avuto l’ennesima conferma dal Ministro degli esteri (Didier Burkhalter): la via bilaterale è la via da seguire per la Svizzera.
La via bilaterale è stata scelta dal nostro Paese sin dal 1992 e sembrerebbe essere il minore dei mali.
Si tratta di una soluzione che ha permesso alla Svizzera di svilupparsi economicamente nei vari settori del nostro tessuto economico-produttivo: dalla ricerca alla finanza, dai servizi all’industria, ecc. Sfortunatamente, questa scelta, che è il risultato di una ben debole contrattazione con l’Unione Europea, ha avuto anche delle ripercussioni negative molto forti; ripercussioni che derivano dall’accordo di libera circolazione.

Mentre gli ambienti politici ed economici (SECO e Economiesuisse) vorrebbero sostenere che l’accordo di libera circolazione è l’uovo di Colombo per la nostra economia nazionale, risulta invece evidente a tutti il problema occupazionale che colpisce la manodopera locale (cittadini svizzeri) e residente.
Non più limitata al Ticino e agli altri Cantoni di confine, la tendenza ad occupare personale estero sta intaccando pericolosamente tutto il nostro tessuto sociale creando anche una sensazione di malessere tra la gente.

Politici e categorie di settore sostengono che la manodopera estera per il nostro Paese è stata, e continua ad essere, una risorsa indispensabile. Mi chiedo allora a cosa servano le nostre scuole superiori, professionali, specialistiche ed i nostri atenei se, ogni qual volta dobbiamo assumere impiegati o dirigenti aziendali o professionisti di livello, il processo di selezione finisce sempre col pescare nei bacini esteri sull’onda di valutazioni improntate sulla mera speculazione salariale (lo svizzero costa di più rispetto a chi proviene dal mercato del lavoro europeo) piuttosto che sulla preparazione scolastica o accademica.

Oggi possiamo affermare senza temere smentite che con questo accordo abbiamo completamente mancato il bersaglio e, quel che è peggio, è che non abbiamo nemmeno la possibilità d’introdurre una clausola che “congeli” le assunzioni all’estero nei casi in cui persone con le medesime competenze professionali siano disponibili in Svizzera.

I responsabili di questa situazione sono diversi. In primis i “sindacati”, rei di aver sempre giocato un doppio ruolo in questa roulette russa.
Agendo e pensando unicamente a loro vantaggio (pensiamo alle quote sindacali), i sindacati si sono sempre mostrati molto favorevoli all’assunzione di manodopera dall’estero, arrivando persino ad installare punti di arruolamento, di logistica e pubblicitari direttamente in territorio estero (pensiamo ad esempio i sindacati nostrani presenti in Italia).
Quest’ultimi amano però tenere il piede in due scarpe: può capitare infatti che essi si ergano a paladini protettori dei nostri lavoratori (perfino del settore bancario!) organizzando scioperi e rimostranze contro il dumping salariale e le condizioni precarie di lavoro.
Insomma, da un lato agevolano la concorrenza dall’estero e dall’altro protestano quando un ticinese resta a casa per far posto a due frontalieri (2 x 1, come al supermercato).

Bisogna riconoscere che la responsabilità di questa situazione va anche a molti datori di lavoro, che non hanno più remore nel licenziare personale indigeno per far posto a personale straniero disposto a lavorare per stipendi da fame.
Cosa a dir poco allucinante, anche la politica e le istituzioni hanno la loro parte di colpa in questa galassia speculativa.
Esse consentono, tramite il promovimento economico (vedi in Ticino) a sostegno dell’entrata di nuove aziende estere sul nostro territorio, l’usufrutto di incentivi fiscali e fondi monetari che consentono l’avvio di nuove attività, senza esigere alcun corrispettivo in termini di contingenti minimi di assunzioni di personale locale.
A mio avviso (e l’ho ripetuto più volte), sarebbe corretto richiedere che almeno il 60% del personale assunto sia locale. Solo nel rispetto di simili condizioni, che vanno tutte a vantaggio dei cittadini svizzeri, dovremmo autorizzare e facilitare l’apertura di aziende estere sul nostro territorio.

Accordi fiscali e concorrenza internazionale 
Secondo l’augusto parere dell’UE, la Svizzera, con le sue aliquote fiscali per le aziende, risulta troppo concorrenziale rispetto al resto d’Europa (osservazione bizzarra, dal momento che in Irlanda vige il 13% di aliquota sui redditi da impresa).
Un’ingerenza fastidiosa, che si scontra con la nostra Costituzione e la nostra regolamentazione fiscale intercantonale, ma che ha assunto toni ancor più accesi in occasione dell’”ultimatum”, inviato pochi giorni fa al nostro Paese, che consiste nell’adozione di un codice di condotta fiscale entro 6 mesi. Conoscendo l’arroganza dell’UE e la debolezza del nostro Governo, non mi meraviglierei se, anche su questo punto strategico, calassimo le braghe fino alle caviglie.

È risaputo che il nostro debole Consiglio Federale tentenna in maniera insopportabile su questioni delicate di sovranità e d’indipendenza.
Come si suol dire, loro ci “sparano con l’artiglieria e noi rispondiamo con la fionda”, lo dimostra anche l’adozione (sempre più frequente) di leggi euro compatibili. Infatti, secondo uno studio del Politecnico di Zurigo, il 40% delle nostre leggi federali sono confezionate e targate UE.
Questa è la dimostrazione che una certa politica nazionale sta spingendo per abbattere tutto quanto è Made in Switzerland e trasformarlo in europeo. Dopo simili decisioni, il passo per entrare nel Club dei 27 sarà brevissimo: come una lettera alla posta.
Il PSS avrà gioco facile a riproporre in votazione l’adesione all’Unione Europea, che onestamente mi aspetto nei prossimi due o tre anni.

La battaglia per il mantenimento dell’indipendenza e della sovranità svizzere per il momento non è ancora finita.
Sappiamo che la nostra lotta è cominciata nel 1291 al Grütli ma non sappiamo quando finirà, andando avanti cosi però si concluderà tra pochi anni.

Tiziano Galeazzi
Presidente UDC Distretto Lugano