La “scandalosa” campagna “Siamo in mutande” accende gli animi – Comunicato UDC

“Il nostro fine è già raggiunto”

“Abbiamo abbastanza frontalieri lavoratori, senza che vi si aggiungano quelli politici e mediatici”


La campagna elettorale dell’UDC Ticino “Siamo in mutande” si sta rivelando azzeccata per quanto concerne lo scalpore suscitato attorno ai temi più sentiti dalla popolazione, ossia sicurezza, disoccupazione giovanile e frontalierato. Respingiamo quindi già sin d’ora  qualsiasi interpretazione di questo comunicato quale sorta di scuse o giustificazioni per l’averla lanciata.

I tre temi non sono campati in aria, bensì sono la scelta emersa dopo una seria ricerca effettuata fra la popolazione. Come nel più puro stile dell’UDC, la campagna propone volutamente in maniera forte e magari “politicamente scorretta” i tre temi, con l’intenzione di far discutere su quelli che sono i veri problemi della cittadinanza, anche se spesso esulano dal contesto locale essendo di livello federale. Ciò nondimeno, vale la pena di ricordare che l’UDC è anche l’unico partito che, a questi problemi, propone concrete soluzioni anche a Berna (vedi iniziativa contro l’immigrazione di massa, iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri, eccetera).

Mentre la sicurezza e la disoccupazione giovanile passano – a torto – piuttosto “in sordina”, il tema dei frontalieri ci hanno pensato in questi giorni i soliti tromboni della politica e della stampa italiana, con prese di posizione e articoli che stanno diffondendosi a macchia d’olio su Internet. In questo senso è bene sottolineare che le facili (e ormai solite) strumentalizzazioni dei suddetti tromboni non ci toccano minimamente, e che tutti noi UDC – candidati e no – abbiamo in generale un ottimo rapporto con i singoli frontalieri cui riconosciamo sia certi meriti nella crescita della nostra economia, sia la legittimità di cercare un lavoro da noi. Infatti, siamo noi (Svizzeri) gli allocchi che, firmando l’accordo di libera circolazione con l’UE, abbiamo dato il via al fenomeno della sostituzione, acuendo il problema della disoccupazione indigena a favore dell’occupazione italiana.

A noi non danno fastidio i 36’000 frontalieri del pre-accordo di libera circolazione che occupavano manodopera di cui avevamo bisogno, bensì gli oltre 20’000 in più da allora i cui impieghi erano tradizionalmente occupati da personale indigeno, status al quale cerchiamo concretamente di tornare con la nostra summenzionata iniziativa contro l’immigrazione di massa – purtroppo ostacolata a Berna da un Parlamento di chiare tendenze sinistroidi. E ancora di più ci danno fastidio – nel limite in cui anche qualche raglio riesca a salire in cielo –  i frontalieri politici e mediatici che si profilano soltanto per mettere il loro naso gocciolante livore e povertà di spirito nei confronti di una politica che ha reso il nostro paese molto migliore del loro.

E quando un esponente del PD comasco dice che l’economia ticinese rischia il tracollo senza i frontalieri, rispondiamo: e cosa rischierebbe l’economia lombardo-piemontese, in particolare quella Comasco-Varesina? Noi i 36’000 precedenti l’accordo di libera circolazione li potremmo trasformare in residenti permanenti attingendo altrove, mentre i 20’000 supplementari tornerebbero ad essere finalmente indigeni, ma per il Nord-Italia sarebbero 56’000 disoccupati secchi in più. Che poi un sindacalista – sempre dalla vicina Italia – affermi che i lavoratori frontalieri siano migliori dei nostri è gratuito e offensivo, nella misura in cui si possano prendere in considerazione le offese di tale personaggio. Come al solito, gli attacchi provengono dal solo fronte politico della sinistra, il che ci induce a pensare di aver colpito nel segno.

Ma torniamo agli altri due temi della nostra campagna: sia la sicurezza, sia la disoccupazione giovanile non sono meno importanti del frontalierato, anche se evidentemente non godono dell’interesse dei frontalieri politici e mediatici. Per il primo, Lugano può fare qualcosa di concreto rendendo prioritario un investimento per il potenziamento delle forze di polizia, eventualmente anche riconsiderando seriamente l’oggetto di una mozione UDC volta all’assunzione degli assistenti di sicurezza. Nella scelta delle priorità nell’ambito dei quei 60 o 70 milioni (?) di investimenti che Lugano dovrebbe potersi annualmente permettere, questa è senz’altro nei primi posti.

Per la disoccupazione (e quella giovanile ne è il lato più pungente) è un fatto che una soluzione deve essere portata avanti a livello federale, cosa che l’UDC sta puntualmente facendo con la sua iniziativa contro l’immigrazione di massa volta a reintrodurre contingenti e tetti massimi al fine di favorire l’assunzione di manodopera locale. La città, dal canto suo, potrebbe fungere da esempio al suo interno dando la precedenza nelle assunzioni – come in uso nel canton Ginevra e ripreso da un nostro atto parlamentare a Bellinzona – a persone iscritte alla cassa disoccupazione, e imponendo qualche misura in questo senso anche a quei privati che intendono chiedere sovvenzioni o vantaggi fiscali per insediarsi fra di noi.

Ribadiamo quindi: lo scopo di mettere in evidenza e far discutere sui tre temi più sentiti dalla popolazione è stato raggiunto. La campagna “Siamo in mutande” è riuscita.

Sezione UDC di Lugano Città