Quell’unica volta che incontrai il divo Giulio – di Francesco De Maria

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Correva la primavera del 2003 e il mio Club faceva intermeeting a Stresa, al Grand Hôtel et des Iles Borromées. Arrivammo in pullman verso le 19, l’albergo lo trovammo sontuoso e la serata si prospettava tendenzialmente e disperatamente infinita. Aperitivo sfavillante e cena di (almeno) tre ore. Non si stancano SOLO gli scaricatori di porto.

A una cert’ora – saranno state le 11 – una voce incominciò a correre per i tavoli: nell’hotel, in una sala adiacente, c’era lui, il divo Giulio, il Machiavellico, il Diabolico Tessitore, Belzebù, Andreotti! Fummo elettrizzati dalla notizia, anche perché sapevamo che Andreotti era un Lions. Nel 1980 il mio Club lo aveva addirittura ricevuto in sede a Lugano. Felpati messaggeri furono mandati in caccia (l’alta personalità politica presiedeva ai festeggiamenti per il decennale della fondazione di una nuova provincia, la Verbano-Cusio-Ossola).

Passata di poco la mezzanotte – avevamo conquistato, faticosamente, il dessert – il divo Giulio, amichevole, affabile e un po’ gobbo, fece il suo ingresso nella nostra sala. Che cosa ci disse, esattamente, non ricordo. Immagino cose perfettamente sensate. Ma una cosa non dimenticherò mai, fin che campo. Tutti, senza che ce lo dicesse nessuno, uno dopo l’altro ma quasi in simultanea, ci alzammo in piedi. Una forza magnetica pervadeva l’aria. Era l’Autorità? Era il Potere? Era l’Intrigo? Era il Bene? Era il Male?

Quell’unica volta nella mia vita io incontrai fisicamente Giulio Andreotti, gli strinsi la mano e gli parlai.