Sergio Roic su Joyce e la letteratura del Novecento – Intervista di Francesco De Maria

Oggi il “salotto buono” di Ticinolive assume un tono decisamente culturale. Prendendo le mosse dal “Giorno di Leopold Bloom”, lunga giornata dublinese del 16 giugno 1904, lo scrittore e letterato socialista (bisogna intendere: scrittore e letterato, che milita da socialista) spazia da par suo sui vasti paesaggi del romanzo novecentesco.

Un’intervista di Francesco De Maria.


Francesco De Maria   Il 16 giugno, tutti lo sanno, è il giorno dell’Ulisse. Anche su Ticinolive lo abbiamo ricordato. Come ha trascorso quella giornata?

Sergio Roic   Confesso che non ho dato neppure un’occhiata all’Ulisse di James Joyce, il giorno del 16 giugno 2013. Tuttavia, quel libro mi è piuttosto noto e lo apprezzo.

Secondo lei, su 10.000 persone capaci di leggere, quante hanno letto interamente l’Ulisse?

SR   Credo una percentuale minima, ma d’altronde questa considerazione si potrebbe fare anche per altri capolavori della letteratura moderna e antica. È al giorno d’oggi che vale quella che si potrebbe chiamare la “dittatura dei numeri”, ovvero l’importanza che si dà al fatto che un gran numero di lettori abbia letto una data opera. In passato spesso non era così, dato che la letteratura non era un fenomeno di massa. Tuttavia, i libri importanti sono sopravvissuti in quanto artefici e fondamenta di opere più recenti. Insomma, hanno continuato a vivere in altre opere. Da lì la loro grandezza. Per esempio: molti gialli e thriller odierni si fondano su una scelta stilistica inaugurata da Tolstoj in “Guerra e pace”, capitoli brevi con “ripresa” continua di situazioni e personaggi per creare l’effetto di dinamismo nell’opera.

Saprebbe riassumerlo in dieci righe?

SR   Non credo che il fatto di riassumere l’Ulisse di Joyce in 10 righe sia particolarmente utile. Direi, invece, che l’influsso di questo libro sulla letteratura moderna è notevole: esso inaugura la tecnica del “flusso di coscienza” portando in qualche modo elementi autoanalitici o psicanalitici all’interno delle lettere moderne.

Ho letto una volta (non ricordo più dove) una frase (non ricordo di chi) che mi ha colpito: “Ci sono dei geni che, forse, sono stati sopravvalutati: Leonardo, Shakespeare…” E Joyce?

SR   Leonardo è l’icona del “genio plurimo”, Shakespeare è colui che impersona magnificamente lo scrittore che descrive tutte o quasi le pulsioni dell’animo umano, non direi che sono stati sopravvalutati. Joyce è importante perché innova. D’altronde, è pure vero che secondo molti la sua produzione letteraria migliore è quella antecedente alle due grandi opere sperimentali, l’Ulisse e “Finnegans Wake”. Il libro di racconti “I dublinesi”, ad esempio, è splendido e può benissimo stare a fianco delle migliori raccolte di racconti, le “Finzioni” di Borges, i “Racconti di Belkin” di Puskin, l’”Ottaedro” di Cortazar.

Vorrebbe analizzare l’erotismo dell’Ulisse? Penso al monologo “oceanico” di Molly Bloom che chiude il libro, alla lunghissima scena “dei bordelli”…

Beh, come detto sopra, a Joyce interessava, in quel periodo della sua evoluzione letteraria, la “parte nascosta” dell’animo umano, quella che traspare nei sogni. È noto che i nostri desideri reconditi appaiono e riappaiono appunto nei sogni. Essi sono, a volte se non spesso, di natura affettiva o anche sessuale. Joyce, in qualche modo, rompe un tabù in letteratura. D’altronde, lo stesso uomo James Joyce era per certi versi un homo eroticus…

E che dire di quell’ultima opera, che per quindici anni si chiamò “Work in progress” (lavori in corso) per assumere poi il titolo di “Finnegans Wake”? Il fratello di Joyce, Stanislaus, la definì “l’ultimo delirio delirio della letteratura prima della sua estinzione”. Non è un po’ una cosa da matti?

SR   Effettivamente, “Finnegans Wake” può essere considerato un incompiuto. Nella scrittura, capita di non avere in chiaro compiutamente ciò che si vuole davvero scrivere fino al momento in cui la “massa” del lavoro letterario non arriva a una svolta e il lavoro in qualche modo “precipita” verso una sintesi di significato ma spesso anche di forma. Autori più lineari dello stesso Joyce ma non meno talentuosi, come ad esempio Nabokov, si sono vantati di cominciare un’opera partendo da un grumo centrale per poi definire l’inizio e la fine della stessa. Joyce, con ogni probabilità, si era imbarcato in un’avventura senza fine…

Ha mai bevuto una birra (novità) al Trinity Irish Pub?

SR   Certo. E vi ho mangiato anche un buon hamburger.

Incominciamo ora un discorso sui “più grandi” scrittori del Novecento. Ma… ha senso porre la questione in questi termini? La materia è sterminata, bisogna fissare un criterio. Ma quale? Come si fa?

SR   Ha ragione, fissare un criterio è davvero difficile. La letteratura non è un campo in cui si compete, ma in cui, al massimo, si aggiunge, o si innova, o si ripete. Chi eccelle in uno o in più d’uno di questi campi è senz’altro degno della dizione di “grande scrittore”.

Allora mi faccia tre nomi. Ma ci pensi ben bene. Gli scrittori importanti saranno (almeno) cento, ma le proibisco di darmi 100 nomi.

SR   Beh, effettivamente in un’occasione mi sono pure lanciato in una mia personale “top 50” dei libri letti, ma forse si tratta di un esercizio abbastanza futile. Molto meglio, quindi, restringere l’obiettivo. Per il Novecento, indicherei Marcel Proust, Vladimir Nabokov e Joseph Conrad. Stiamo parlando di narratori, naturalmente. Proust è lo stilista par excellence e la sua prosa scorre “sul velluto”, le immagini sono perfette, le trame veritiere e in qualche modo “segrete”. Nabokov incarna il gioco pirotecnico e le possibilità infinita di ricercare analogie e immagini sempre nuove, il suo romanzo “Il Dono” è epico, poetico, irresistibile. Nabokov stesso si vantava  di non ricorrere mai a delle metafore che avessero a che fare con il mare (che molti altri invece adoperano). Conrad, invece, è colui che, seppure non fosse un grande stilista, è riuscito a scendere nelle più profonde pieghe dell’identità umana ricavandone caratteri indimenticabili che si interrogano, appunto, su quanto di umano c’è in noi.

Secondo me in questo “olimpo” novecentesco la letteratura italiana non è ben rappresentata. Condivide la mia opinione?

SR   La letteratura italiana ha una grande tradizione nel campo specifico della poesia. Per quel che riguarda la prosa, ricordo ancora le baruffe con Giovanni Orelli riguardo alla “grandezza” dei “Promessi sposi” manzoniani. L’ho avuto come professore al liceo ed ebbi il coraggio, forse un po’ temerario dati i miei 17 anni, di dirgli che Manzoni non poteva stare al fianco con Dostojevski e Tolstoj… È vero, però, che se si parla di narrativa del Novecento, anche l’Italia annovera grandi scrittori, ad esempio la Elsa Morante di “La Storia”.

Ha mai cercato di imitare un grande, quello più vicino al suo cuore, alla sua sensibilità?

SR   Ma certo, tutti gli scrittori imitano qualcuno che è venuto prima di loro e a cui si ispirano.  La mia prima raccolta di racconti, “Innumerevoli uomini”, si ispira a Borges. Mi ricordo benissimo, mi trovavo alla stazione ferroviaria di Milano e componendo un racconto su Garcia Lorca, cercai di imitarne in qualche modo lo stile. Impresa temeraria… Un po’ mi piaceva, un po’ mi vergognavo. Poi il treno ripartì, smisi di vergognarmi e quello che avevo composto mi piacque sempre di più. Non so se sono riuscito a riprodurre lo stile di Lorca, ma il racconto alla fine sembrava funzionare…

Che cosa darebbe per essere uno di loro?

SR   Oh, sugli scrittori sono state scritte tante cose, addirittura che Napoleone avrebbe scambiato tutte le sue vittorie per un’unica opera scritta di genio. Credo, tuttavia, che la scrittura e gli scrittori sono stati davvero un po’ sopravvalutati, in passato. Un uomo capace di allineare efficacemente dei concetti su una pagina e/o di farne un ritmo godibile può essere anche piuttosto dotato in questo specifico campo, ma cosa dire allora di Platone di cui, a quanto riportano gli scrittori-scienziati Tipler e Barrow nel loro libro sul principio antropico, o umano, come base del mondo intellegibile, nessuno è riuscito a pensare più profondamente…

Per finire, anch’io – quale intervistatore – ho qualche diritto. Adesso le dico i MIEI grandi. Gide. Kafka. Carlo Emilio Gadda. E, ampiamente fuori dal secolo, il mio primo amore: Edgar Allan Poe!

Grandi scrittori, senza dubbio. Kafka, poi, ha scritto un racconto forse ineguagliato sul dolore che sa imporsi l’animo umano con “Nella colonia penale”.