“Un gesuita sta al Vaticano come il KGB sta al Cremlino!” – Intervista a Massimiliano Ay

“Papa Bergoglio non mi convince”

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Massimiliano Ay, al Rivellino, saluta il direttore generale della Gosfilmofond Nicolai Borodachev. Al centro il prof. Davide Rossi; a destra Simone Romeo, consigliere comunale del PC a Locarno.

Imponente, non trovo altra parola per definire questa intervista del leader comunista ticinese (me l’ha fatta sospirare parecchio). Che cosa comunica al lettore Massimiliano Ay? Ovviamente la teoria e la visione marxiste, ma anche la sensazione di trovarsi di fronte a un uomo… che ci crede fortissimamente. Ci converte, riesce a convertirci? Forse no (e magari non è questo il suo scopo) ma cattura, meritatamente, la nostra attenzione.

Un’intervista del professor Francesco De Maria.


Francesco De Maria  Massimiliano Ay, le voglio fare un’intervista sul comunismo. Che cos’è successo nel 1989 ?

Massimiiano Ay  Fidel Castro una volta ha detto: “il crollo del socialismo in alcuni paesi non significa che abbia fallito: ha perso una battaglia”. Nel 1989 non è crollato il socialismo in sé, è finito semplicemente un certo modo di concepire il socialismo. Quanto accaduto nel 1989 è l’effetto di lungo corso di alcune scelte prese nei decenni precedenti: personalmente credo che in URSS alcune innovazioni già in epoca kruscioviana (penso alle riforme Libermann) abbiano favorito fenomeni di corruzione e di speculazione che hanno indebolito l’economia socialista fino a renderla stagnante. Anche a livello politico-istituzionale si sono verticalizzati gli apparati favorendo una certa burocratizzazione che non ha aiutato il coinvolgimento dei lavoratori (che comunque avevano più voce in capitolo rispetto ad oggi). Se a questo aggiungiamo l’offensiva mai venuta meno dei paesi occidentali, come la corsa agli armamenti della guerra fredda, capiamo che era però un’impresa davvero ardua costruire in quelle condizioni una società alternativa al capitalismo.

Dopo la caduta fatale, in quali termini può essere riproposta oggi l’idea comunista?

MA  Non esiste più un modello unico di socialismo cui ispirarsi, ma non mancano esperienze che con modalità diverse, e anche contraddittorie, stanno tentando di costruire il socialismo in tutto il mondo. Cuba resiste da mezzo secolo con un socialismo che sta subendo interessanti innovazioni da qualche anno, e accanto a lei troviamo le esperienze del “socialismo bolivariano” nei paesei dell’ALBA in America latina con percorsi anche creativi ben lungi da ogni ortodossia leninista. La Corea resta fortemente collettivistica, mentre la Cina sta sviluppando un’economia di mercato prevalentemente socialista, così come il Vietnam e il Laos. In Nepal due partiti marxisti-leninisti hanno rovesciato la monarchia e instaurato la repubblica. Altrove i comunisti partecipano ai rispettivi governi nazionali con una strategia più gradualista, penso ad esempio al Sudafrica ma anche alla Cechia. Oggi quindi l’idea comunista non può essere più riproposta attraverso modelli precostituiti o diktat validi ovunque e in ogni tempo: la trasformazione sociale avviene nelle modalità più congeniali ai bisogni, alla cultura, alle tradizioni di ciascun popolo e di ciascun paese. Sarebbe assurdo se i comunisti in Svizzera agissero come i comunisti di un paese in via di sviluppo, che devono magari far fronte a situazioni di instabilità democratica. Tuttavia fintanto che anche nel paese più benestante del mondo la crisi economica la pagano i salariati con le misure di austerità, i comunisti ci saranno a riproporre quei veri valori di sinistra utili raggiungere una maggiore giustizia sociale. Io credo inoltre che dobbiamo un po’ svecchiarci su alcuni concetti, ad esempio nel Partito Comunista stiamo analizzando in questo periodo le potenzialità di uno sviluppo del Canton Ticino sull’economia ad alto valore aggiunto anche per affrontare la questione del frontalierato e ci stiamo specializzando inoltre sulla cooperazione economica multilaterale con i paesi emergenti, essendo noi, come partito di tradizione anti-imperialista, facilitati nelle relazioni con queste realtà.

Che giudizio formula sul dittatore Stalin un comunista del 2014?

MA  Il movimento comunista internazionale ha già fatto i conti con l’era in cui Stalin era a capo dell’URSS già nella metà degli anni ’50. Stalin è colui che ha saputo sconfiggere il nazifascismo, ma è anche colui che ha purtroppo favorito metodi amministrativi per risolvere le contraddizioni che si sviluppavano in seno al popolo. Ben più titolato di me a parlare di Stalin è però il prof. Domenico Losurdo, membro del Partito dei Comunisti Italiani, il cui libro “Stalin: storia e critica di una leggenda nera” (Carocci, 2008) è molto ben documentato e che senza dubbio invito alla lettura.

Descriva, secondo la sua visione e i suoi criteri, l’evoluzione dell’Occidente dopo il 1989.

MA  La domanda è molto complessa per poter rispondere compiutamente. Mi limiterei a dire che il modello capitalista che ha sostituito il socialismo nell’Europa dell’Est non è affatto un sistema migliore, anzi si è venuta a creare una situazione di forte instabilità politica e un peggioramento sostanziale delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini. In alcuni casi è stato il fascismo a prevalere e quanto vediamo in Ucraina in questi giorni ne è la dimostrazione. In Occidente abbiamo invece visto un drastico taglio nelle prestazioni sociali, una corsa alle privatizzazioni e un’aggressività unilaterale fatto di guerre d’aggressione senza più alcun limite.

La “redenzione” del Terzo mondo, misero e oppresso, avverrà a spese delle nostre società?

MA  Sicuramente lo sviluppo dell’Occidente è avvenuto in gran parte sulle spalle dei paesi poveri e oggi stiamo chiaramente vedendo come il nostro modello economico sia in profonda crisi e non riesca a competere con le economie emergenti. Già qualche anno fa il Partito Comunista ha proposto una “svolta eco-socialista” con la quale abbiamo concepito la necessaria battaglia ecologica come un mezzo per ridistribuire la ricchezza fra nord e sud del mondo. Alla sua domanda quindi rispondo – purtroppo – di sì, a meno che in Occidente, a partire dal nostro Paese, non si sappia sviluppare un’economia programmata razionalmente nell’uso parsimonioso delle risorse e che preveda anche una decrescita controllata di certi consumi esagerati.

Lei è troppo giovane e non può averlo vissuto (ma io sì). Che cos’è per lei il Sessantotto?

MA  Come avevo avuto modo di dire in una mia precedente intervista sempre su questo portale, ritengo che il ’68 sia stato un momento di cesura importante, dove si è visto l’irruzione di larghe masse studentesche nell’arena politica e su posizioni chiaramente di sinistra, volte a una maggiore democratizzazione della società: la conquista di diritti democratici, una liberalizzazione culturale e, in alcuni casi, un movimento operaio incisivo sul piano sociale ed economico. Ma forse l’aspetto che oggi più manca è la capacità di analisi e di discussione che animava la sinistra di quegli anni, oggi molto appiattita.

Un vero marxista è necessariamente ateo. Che cosa cerca un marxista in papa Francesco?

MA  Il marxismo in quanto filosofia materialista e non idealista, effettivamente non concepisce l’esistenza di un dio. E’ pur vero che l’esperienza dei partiti comunisti di massa del ‘900 ha sempre saputo interloquire con i settori popolari ad esempio della Chiesa di base. I legami dei marxisti latinoamericani con la Teologia della liberazione, poi, sono lì a dimostrarlo così come le aperture di Berlinguer, di cui ricorre in questi giorni il 30° della scomparsa. Papa Bergoglio per contro, non mi convince, temo che il suo sia una forma di populismo per migliorare l’immagine della Chiesa fortemente compromessa. Se mi permette la battuta: un gesuita sta al Vaticano, come il KGB sta al Cremlino! Temo che un pontefice latinoamericano possa fungere da argine al crescere dei movimenti rivoluzionari proprio in America latina dove il socialismo bolivariano ha preso piede negli ultimi anni. In fin dei conti era questo lo scopo dell’elezione anche del papa polacco a suo tempo. Insomma staremo a vedere, non è mia abitudine farmi entusiasmare dalle belle parole dal capo di stato dell’ultima monarchia assolutista d’Europa.

A suo avviso la Chiesa cattolica, che in Occidente declina, deve cercare la sua chance unicamente nel Terzo mondo?

MA  Non credo mi competa dire a chi la Chiesa cattolica debba rivolgersi. Di certo vedo positivamente il fatto che vi sia una crescita del pensiero razionale e non legato a dogmi biblici e sono felice quindi che in Ticino si metta in discussione la lezione di religione. E qui mi permetta di spezzare una lancia a favore della posizione dell’Associazione dei Liberi Pensatori. Tornando però alla Chiesa, penso che in America latina vi sia un altro problema per il Vaticano, e cioè l’estendersi deleterio delle sette religiose evangeliche piuttosto integraliste, strettamente legate ai poteri forti statunitensi, che Washington sta favorendo in Sudamerica con una funzione di controllo sociale e di destabilizzazione. Questo è un problema sia per i governi rivoluzionari latinoamericani, sia per la Chiesa cattolica.

In me (come, penso, in molte altre persone) l’immagine degli USA è profondamente mutata nel corso dei decenni. Erano i garanti dell’Europa libera di fronte alla minaccia sovietica. Oggi sembrano una cosa molto diversa. Sono cambiati i miei occhi, o sono cambiati LORO ?

MA  Gli USA non sono cambiati. Tranne forse, molto relativamente, la parentesi della presidenza di Jimmy Carter, tutte le altre amministrazioni sono state coerenti con una impostazione imperialista, guerrafondaia e di supremazia violenta. Non solo verso i governi “non allineati”, ma con il recente caso delle intercettazioni, addirittura coi governi alleati. La stessa retorica sulla presunta minaccia comunista non deve trarci in inganno: in quel periodo in URSS si teorizzava proprio la “coesistenza pacifica” fra sistemi sociali differenti e si sviluppava il Consiglio Mondiale della Pace, gli USA preferivano invadere la Corea e il Vietnam, o organizzare i colpi di stato per imporre il neo-liberismo in Cile (1973) e Turchia (1980). Ancora di recente l’amministrazione del cosiddetto Premio Nobel per la Pace Obama ha organizzato un golpe in Honduras, in Paraguay e anche in Libia, ha finanziato il terrorismo in Siria perché Assad limitava il commercio delle multinazionali nel suo Paese e sta tentando di balcanizzare la Turchia grazie a un governo amico. In Venezuela sta fomentando proprio attualmente un altro tentativo di golpe, per non parlare dell’Ucraina.

Gli Stati Uniti accetteranno mai di intrattenere una relazione normale con Cuba?

MA  Le relazioni fra USA e Cuba muteranno. Al funerale di Nelson Mandela, ad esempio, Raul Castro e Barak Obama si sono salutati. La diplomazia cubana è sempre stata molto aperta e dialoga con chiunque rispetti la sovranità di Cuba e la libertà del popolo cubano di scegliere il proprio modello sociale. Se Obama la capirà sarà un passo avanti per la pace. Va sottolineato come nei giorni scorsi un’alta delegazione della Camera di Commercio statunitense si sia recata all’Avana: i businessman americani si sono dichiarati contrari all’embargo che Washington impone ai danni dell’Isola da mezzo secolo. Cuba, peraltro sta attualizzando il proprio modello economico, procedendo cioè a quella che tecnicamente è definita una “accumulazione primaria di capitale”, cosa che lo stesso Karl Marx aveva previsto come condizione per poter costruire una solida economia socialista. Il tutto senza far venire meno le conquiste della Rivoluzione del 1959. In questo contesto anche l’imprenditoria statunitense si renderà presto conto che solo dei legami di cooperazione win-win permetteranno la crescita economica di entrambi i paesi, mentre l’élite politica di Washington vorrebbe continuare con una visione arrogante e neo-coloniale delle relazioni internazionali. In modo particolare vorrei citare che a 50 km dall’Avana, nella zona portuale di Mariel, il governo di Raul Castro sta costruendo una zona speciale di sviluppo economico con joint-ventures attive in ambito industriale e nell’alta tecnologia. Questo indotto economico, a Cuba non finisce però nelle mani dei capitalisti, ma viene reinvestito nel sociale collettivizzandone i benefici.

Che cos’è successo realmente in Ucraina e come finirà questa pericolosa vicenda?

MA  Il mio Partito unitamente al Movimento Svizzero per la Pace e ad altre organizzazioni, fra cui il Centro Culturale Il Rivellino, ha promosso proprio di recente un presidio contro la guerra in Ucraina e in solidarietà agli antifascisti locali. In febbraio 2014 il presidente Yanukovic, prima riconosciuto come democratico da tutti, è di colpo divenuto un dittatore da abbattere. Il cambiamento è avvenuto quando il governo ucraino ha voltato le spalle a Bruxelles preferendo, comprensibilmente, ragionare su una prospettiva euroasiatica con Mosca. E’ così iniziata una tipica “rivoluzione colorata” che ha messo in atto il golpe, egemonizzato da partiti dichiaratamente neo-nazisti, in alleanza con l’oligarca Julia Timoschenko. Quello che stiamo vedendo però non è solo una guerra civile, è qualcosa di più: i massacri nel Donbass, il rogo della casa dei sindacati di Odessa, i pogrom anti-russi, gli attentati al Partito Comunista Ucraino (che è relativamente forte con il 13% di consenso elettorale), servono a creare indignazione e provocare così l’intervento della Russia. E’ ovvio che un intervento diretto dell’esercito russo a difesa dei suoi connazionali comporterà una rottura dei rapporti politici, economici e commerciali fra Russia e i paesi europei in primis. E’ esattamente quello che vogliono gli Stati Uniti: questi ultimi hanno infatti un’economia molto indebolita, il dollaro presto non sarà più la moneta di scambio internazionale, i cinesi hanno appena salvato l’euro dal disastro e stanno ragionando sull’internazionalizzazione della loro propria moneta, il renminbi; e ora Mosca ha fondato con Minsk ed Astana l’alleanza euroasiatica. Per l’economia americana sono tempi durissimi e si vuole impedire a tutti i costi che vi siano paesi europei che inizino a staccarsi dalla sfera di influenza di Washington per iniziare a cooperare con le economie emergenti che girano intorno alla Russia. Creare una guerra in Europa è quindi strategico per salvare l’economia americana, a spese nostre. In pratica si vuole risolvere la crisi economica con una nuova corsa agli armamenti e con una nuova guerra su scala globale. Non so come finirà, ma vedo una classe politica europea incapace di difendere i propri interessi e subalterna in modo impressionante a Washington. E la cosa che più mi fa specie è che sono i governi di cosiddetto centro-sinistra ad essere quelli più succubi a Obama, penso a Renzi e a Hollande. I rischi sono molto forti e posso solo dire che abbiamo un Consiglio federale molto debole a far valere la neutralità svizzera come un atout in questo periodo.

Lei frequenta quel luogo molto interessante che è il Rivellino di Locarno (anch’io). Sciolli e Olaniszyn non sono comunisti, suppongo. Che cosa le piace delle loro attività?

MA  Al Centro Culturale Il Rivellino ho scoperto un ambiente intellettuale molto interessante, ricco, vario in cui non manca un clima di fecondo dibattito su temi che vanno dall’arte alla cultura politica. Certamente il fatto che Il Rivellino ospiti l’Istituto di storia del pensiero contemporaneo (ISPEC) diretto dallo storico marxista Davide Rossi è un valore aggiunto notevole. Non è facile in effetti trovare un luogo così aperto in cui si possa vedere film nordcoreani con uno scrittore liberale, accanto a una mostra sulla beat generation, o ancora parlare dell’anarchico Bakunin da una prospettiva marxista e alla presenza del console della Russia di Putin. Peraltro al Rivellino non mancano le visite di personalità di sinistra, come l’ex-eurodeputato di Rifondazione Comunista Vittorio Agnoletto. Il Rivellino ha il vantaggio di non essere autoreferenziale e di proporre un ambiente culturale per nulla arido.

Il Rivellino ha evidenti e profonde relazioni con la Russia attuale, intendo con diplomatici e operatori culturali della Russia di Putin. Chi sono questi russi per lei? Comunisti? Ex comunisti? Post comunisti? Neo affaristi?

MA  La Russia non è più socialista, ma se nel loro corpo diplomatico vi siano esponenti che ancora si richiamano a quei valori proprio non lo so: mi limito a dire che il Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) è il secondo partito del Paese, quindi perlomeno a livello di società, esiste tuttora un riconoscimento dell’esperienza sorta nell’Ottobre 1917. Dopo il crollo dell’URSS, la Russia è stata letteralmente deindustrializzata, impoverita, umiliata. Oggi, anche con un piano di programmazione economica che prevede l’intervento statale in economia, gli oligarchi stanno subendo un certo freno. Tuttavia questo non significa idealizzare Putin, tutt’altro: i comunisti russi restano all’opposizione, ma nel contempo sono i primi a collaborare con il Cremlino su questioni puntuali, come le relazioni con la Cina nell’ottica di bloccare i piani guerrafondai del Nuovo Ordine Mondiale imposto da Washington. Io credo che la Svizzera abbia solo da guadagnare cooperando con i BRICS, di cui la Russia è protagonista. E’ chiaro che restiamo ancora su un piano capitalista, ma se si vuole costruire un futuro socialista, occorre capire senza dogmatismi, qual è il contesto globale e quali i rapporti di forza reali: ebbene, io sono convinto che nello sviluppo dei BRICS come freno all’imperialismo statunitense ci possano essere da un lato margini di agibilità politica per i progressisti, e dall’altro spazi di emancipazione per molti popoli finora sottomessi e impoveriti. Purtroppo è difficile far passare questo ragionamento di lungo periodo anche a sinistra, ma è assolutamente necessario capire che la fase storica è mutata, che l’Europa occidentale e gli USA sono in declino, ma che nuove prospettive si stanno tuttavia aprendo. Bisogna essere aperti, come i grandi comunisti del passato hanno saputo essere: nel 50° della scomparsa penso a Palmiro Togliatti in Italia. Egli ha saputo traghettare i comunisti da quel piccolo partito clandestino della guerra partigiana a posizioni di egemonia di massa. I comunisti di quell’epoca avevano saputo leggere i cambiamenti della fase storica e non avevano voluto restare ai margini della società che si stava venendo a creare, contribuendo così in modo attivo allo sviluppo del loro Paese pur mantenendo la loro coerenza ideale.

Mi permetta di aggiungere un’ultima questione d’attualità, relativa ai contatti fra il Rivellino e la Russia. Io ero molto scettico nei confronti del Palacinema e il mio Partito nel Locarnese ha pure promosso il referendum sullo stesso: una delle mie critiche riguardava il fatto che mancassero dei contenuti concreti al progetto in sé. Ebbene, proprio i promotori del Rivellino, a quanto pare non senza difficoltà (il che fa presupporre una certa mancanza di lungimiranza da parte della nostra classe politica), hanno saputo trovare delle sinergie con il Gosfilmofond di Mosca, la più grande cineteca (statale) del mondo, colmando almeno parzialmente la lacuna di cui parlavo e creando un collegamento con i BRICS. Ho avuto modo di conoscere personalmente il direttore del Gosfilmofond, Nikolaj Borodachev, che ha ricoperto pure incarichi politici di rilievo in epoca sovietica e mi auguro che la cooperazione fra i nostri due paesi possa svilupparsi anche in ambito culturale.

Nel Ticino c’è un piccolo partito comunista, capeggiato da Massimiliano Ay. Come si sviluppa l’attività di questi giovani marxisti? Potranno crescere e pesare o dovranno limitarsi a “coltivare l’utopia”?

MA  Intanto inizio a prendere atto che al primo congresso dell’allora Partito del Lavoro a cui partecipai nel 2006 eravamo una ventina, mentre al nostro ultimo congresso, lo scorso novembre, eravamo un centinaio e le nostre discussioni hanno suscitato l’interesse anche di varie delegazioni estere. Nel 2011 siamo riusciti a unire la sinistra combattiva alle elezioni cantonali, cosa che non si vedeva dal 1991. Alle ultime elezioni comunali abbiamo raddoppiato in un sol colpo i nostri consiglieri, promuovendo (e non mandando allo sbaraglio) tanti ragazzi poco più che maggiorenni. Oltre a ciò siamo diventati oggi l’unico partito della sinistra ticinese a disporre di un movimento giovanile vero e proprio e senza quel carrierismo che si trova spesso altrove. Noi puntiamo molto sulla formazione politica e sulla qualità dell’analisi, senza di esse non si fa politica in modo lungimirante ma si vivacchia alla giornata, cosa che non va bene ma che purtroppo si ritrova spesso in altri partiti divenuti meri apparati amministrativi senza alcuna prospettiva di rinnovamento. Le premesse per crescere ci sono tutte per il Partito Comunista, ma c’è qualcosa che ci frena: in questo Cantone in televisione vanno solo i soliti volti, spesso banali, e soprattutto a sinistra c’è un ricambio generazionale quasi nullo, dove si continua a ragionare per famiglie. Noi siamo un Partito che paga sicuramente questo scotto, e nel contempo credo si tratti per noi di un vanto.

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