L’economia tra i Puffi e Zio Paperone – di Paolo Pamini

Se è vero che gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza contribuiscono a formare il carattere di una persona ed il modo in cui questa vede il mondo, c’è da interrogarsi su che tracce lascino col tempo fumetti e cartoni animati. Quale mamma non vorrebbe per esempio avere come genero un uomo dai tratti di Topolino, sempre cordiale, laborioso e pronto ad aiutare il prossimo? E a lungo andare, che sensazione lascia nelle teste dei piccoli lettori un personaggio come Paolino Paperino, da una parte sì un po’ sfortunato, ingenuo e dal gran cuore, ma dall’altra squattrinato perché fondamentalmente uno scansafatiche? Non per nulla contrastato da Zio Paperone, che sa bene da che parte gira il mondo sebbene spesso manchi di un po’ di psicologia e tatto.

TopolinoA prima vista non ci si pensa, ma fumetti e cartoni animati hanno chiare implicazioni anche su come si comprende il funzionamento dell’economia. Rimaniamo con Zio Paperone che, di là dai tratti psicologici già menzionati, è probabilmente per moltissime persone l’icona più intuitiva di un magnate capitalista che arriva a idolatrare il dollaro al punto da tenere un enorme forziere di monete solo per farci il bagno. Paperone si è fatto da solo, costruendo un impero dal suo primo cent trovato per caso, come mai dimentica di dire. Però, a ben pensarci, chi è mai il capitalista che tiene il suo patrimonio in liquidità anziché investirlo nell’impresa? Paperone pare piuttosto dare un volto all’amore feticistico per la liquidità, che nel 1936 Keynes menzionò nella sua Teoria Generale essere una delle cause delle crisi economiche: persone come Paperone sarebbero dannose perché non fanno girare l’economia. Da cui la volontà oggigiorno delle banche centrali di introdurre interessi negativi ed inflazione. Un economista liberale invece direbbe che un tesaurizzatore come Paperone riduce la massa monetaria causando deflazione, ossia aumentando il potere d’acquisto di tutti gli altri.

Grande PuffoTra le tante altre, i Puffi sono forse la serie che più lascia perplesso l’economista appassionato di fumetti. Ci sono molti motivi per credere che la società dei piccoli esserini blu, per quanto davvero simpatici, trasudi comunismo ed economia pianificata. Prima di tutto, i Puffi sono asessuati (solo in un secondo tempo, coerentemente con il femminismo, arriva Puffetta) e non esiste l’istituto del matrimonio e della famiglia. Tutti sono assolutamente identici, salvo distinguersi in base ad alcuni archetipi della gente comune. Il capo villaggio, Grande Puffo, porta un berretto rosso e una barba che non a caso potrebbe far pensare a Karl Marx. Parallelamente, il contro-personaggio che più si distingue è il saputello Quattrocchi, dai tratti molto simili a Leon Trotsky. Benché esistano professioni specialistiche, i Puffi lavorano come un esercito, in modo funzionariale, tanto che nel villaggio non esiste il denaro ed un normale mercato. La mattina, tutti marciano al lavoro cantando insieme, e non sembra neppure esistere la proprietà privata. Guarda caso, il maggior nemico dei Puffi è Gargamella, un vecchio stregone calvo e sdentato che vuole catturare i Puffi quale ingrediente di una pozione per trasformare… il vile metallo in oro. E per finire, ricordiamo che ad accompagnare Gargamella è un gatto (Birba), un animale che nell’iconografia viene talvolta usato come simbolo capitalistico.

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