Il gasdotto Ucraino e i suoi veleni politici – di Gianna Finardi

Putin GazpromIl primo gasdotto verso ovest
Nel 1992, la rete ucraina rappresentava l’unica via di esportazione del gas russo verso i Paesi dell’Europa occidentale. Nei decenni successivi, Gazprom, la più grande compagnia energetica russa, ha promosso la realizzazione di infrastrutture alternative per diversificare le rotte e ridurre la dipendenza dalla cooperazione dei governanti ucraini.

Attualmente sono operativi due grandi gasdotti alternativi diretti in Europa occidentale (Yamal-Europa e Nord Stream) e uno diretto in Turchia (Blue Stream). Tuttavia la rete di trasporto ucraina rimane essenziale per l’UE al fine di mantenere gli attuali livelli di importazione, anche se la Russia può contare su una serie di rotte energetiche capaci di esportare all’estero grandi – ma tuttora insufficienti – volumi di metano.

Tra i gasdotti in progetto di sviluppo per far affluire il gas dalla Russia e dalla zona mediorientale (Kazakistan/Turchia) vi è un gasdotto Trans-Adriatico, che collegherà Grecia e Albania e per giungere in Italia sino a San Foca in provincia di Lecce. Ci doveva essere in cantiere, ma per ora è stato bloccato, anche un altro gasdotto (South Stream) destinato a passare più a nord e a collegare Italia, Austria, Bulgaria, Ungheria, Grecia e Serbia bypassando il territorio ucraino.

Tutto questo nuovo irraggiamento di nuovi condotti si realizzando a gran velocità a causa del problema Ucraino sorto agli inizi del corrente anno. La Germania da 2 anni ha già un condotto privilegiato per nutrirsi energeticamente e ora toccherà a numerose altre nazioni, le più dipendenti dal gasdotto ucraino per approvvigionamento, visto che Putin minaccia “la chiusura dei rubinetti“ all’Ucraina e quindi da quel gasdotto immenso, uno dei più importanti a livello mondiale, passeranno solo veleni politici insidiosi atti a colpire l’Europa.

Putin Gas 5Ma quali paesi sarebbero più i colpiti se Putin chiudesse i rubinetti all’Ucraina?
Nel caso specifico dell’Ucraina, i principali destinatari del gas russo in transito in Ucraina sono l’Italia – 24 Gmc (giga metri cubi) nel 2013 – e la Germania (11 Gmc). Si tratta rispettivamente del terzo e del primo mercato del gas in Europa. Entrambi i Paesi hanno ampia capacità di stoccaggio e un approvvigionamento diversificato: possono dunque affrontare un’eventuale interruzione dei flussi in Ucraina ricorrendo ad altri gasdotti: nel caso italiano il Transmed dall’Algeria e in quello tedesco il Nord Stream, sempre dalla Russia.

Austria e Cechia sono dipendenti dal gas russo in transito dall’Ucraina per oltre il 50% dei propri consumi, ma possono supplire a un’interruzione dei flussi grazie alle interconnessioni con le reti tedesca e italiana e sono dunque relativamente poco vulnerabili. Bulgaria, Ungheria, Slovacchia hanno invece un alto livello di dipendenza dai flussi in transito in Ucraina e al contempo non dispongono di alternative affidabili.

Il sotteso ricatto all’Europa
A farne le spese energetiche, in caso di interruzione delle forniture, sarebbero proprio i Paesi dell’Europa orientale visto che l’Ucraina fa leva sulla maggiore capacità di stoccaggio in grado di minimizzare l’impatto sociale e il rischio che un prolungarsi delle interruzioni porti a un blocco del riscaldamento durante i mesi più freddi con il risultato, per i governanti ucraini, di costringere le controparti europee a intervenire per evitare disagi o danni economici ai paesi coinvolti.

Si tratterebbe di una tattica diretta a ricevere sostegno finanziario e appoggio politico da parte dei Paesi UE anche se in ogni caso resta inderogabile la necessità di collaborare con Gazprom per ottenere i volumi necessari a soddisfare la domanda interna, per mantenere un livello minimo di sostegno da parte della popolazione.

Putin Gas 4Guerra tra compagnie del gas: uno scontro tra titani
Il principale fattore di rischio per la stabilità degli approvvigionamenti europei di gas russo attraverso l’Ucraina deriva dall’esposizione finanziaria di Naftogaz nei confronti di Gazprom. Nell’ultimo decennio Gazprom ha progressivamente allineato i prezzi pagati dagli acquirenti ucraini a quelli pagati dai clienti europei ma il governo ucraino ha impedito a Naftogaz di alzare le tariffe. Si suppone che siano tariffe tanto basse da essere inferiori ai prezzi di importazione pagati da Naftogaz, che quindi rifornisce in perdita. Inoltre, con il progressivo deterioramento della situazione politica, le amministrazioni locali hanno in molti casi sospeso i pagamenti a Naftogaz.

Le attività di Naftogaz sono dunque deficitarie e l’azienda ha accumulato nel tempo un’ampia morosità nei confronti di Gazprom. Tra il 2013 e il 2014 il debito di Naftogaz nei confronti di Gazprom è salito a quasi 2 miliardi di dollari! Da aprile i prezzi ucraini di Naftogaz dovrebbero riallinearsi a quelli praticati all’Europa occidentale e tutto ciò potrebbe tradursi in una forte perdita di consenso per il governo poiché secondo le prime stime l’aumento sarebbe del 40% per i clienti residenziali o per le società che si occupano di riscaldamento.

Sarà la primavera a svelarci se si riscalderanno i rapporti tra Ucraina e Russia o se nonostante l’avvento della bella stagione i ghiacci politici perenni resteranno ancora intonsi.

Gianna Finardi

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