Ticino, provincia d’Italia? No grazie. Svizzeri e fieri! – di Piero Marchesi

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Aziende dall’Italia che approfittano degli aiuti fiscali offerti dal Canton Ticino, ma che assumono solo frontalieri o si portano appresso cittadini italiani dalle più svariate regioni del Belpaese. Dirigenti italiani che offrono lavoro solo a connazionali. Salari indecorosi. Contratti aggirati. Dumping salariale. Realizzazione di opere con padroncini e ditte straniere. Mondo del lavoro locale tenuto in scacco dall’inesorabile introduzione di metodi un tempo sconosciuti alle nostre latitudini. Non è un bollettino di guerra, ma solo perché mancano morti e feriti. Per il resto, siamo in pieno conflitto. E l’andazzo non tocca solo aziende private, ormai ha raggiunto molte realtà pubbliche come la RSI, l’USI, la SUPSI e l’EOC.

C’è un binomio che ormai appare inscindibile in questo Cantone. La progressiva devastazione del territorio, associata ai cambiamenti radicali del tessuto sociale e culturale del Canton Ticino. Un fazzoletto di terra che, di anno in anno, sta cambiando le proprie caratteristiche e, da cantone svizzero, si sta trasformando in una provincia italiana.

Esagerazioni? Niente affatto. Tanto che l’UDC, in occasione dell’assemblea dei delegati che ha avuto luogo recentemente a Locarno, lo ha apertamente denunciato con un manifesto firmato da “la Destra”, la nuova coalizione tra Unione democratica di centro, Area liberale e UDF. “Ticino, provincia d’Italia? No grazie. Svizzeri e fieri!”: il nostro messaggio non lascia adito a dubbi e, de facto, accusa apertamente una classe politica ingessata, che nel corso degli anni non si è resa conto che erano in atto cambiamenti epocali, in grado di snaturare un intero Cantone. Ma dal momento che la “lagnite” ticinese ha fatto il suo tempo, oggi occorre puntare alle soluzioni, visto che i problemi sono stati chiaramente individuati da tutti.

Dunque, che si riveda la politica di promozione economica, in modo tale da aiutare solo le aziende che forniscono garanzie di integrazione nel tessuto sociale ed economico ticinese, che assumono personale residente con salari dignitosi e che si muniscono di un piano di mobilità aziendale per migliorare l’annoso problema del traffico.

In ottemperanza a quanto votato un anno fa a livello federale e ribadito dall’iniziativa UDC Ticino “Prima i nostri”, non solamente le aziende statali, parastatali e finanziate dal denaro pubblico, ma anche le aziende private nel limite del possibile siano obbligate ad assumere personale residente. La priorità dell’assunzione per i cittadini svizzeri e gli stranieri domiciliati dovrebbe essere stimolata anche attraverso una più attrattiva politica fiscale per le aziende. Anche la politica di orientamento professionale deve essere rivista in modo tale che i giovani, una volta terminato il periodo formativo, possano venire guidati verso professioni con sbocchi lavorativi concreti.

È una base su cui cominciare, no?

Però non possiamo fare proposte realmente proiettate verso il futuro, se non conosciamo il nostro passato. Per questo motivo, sfrangiata da inutili note folkloristiche, la riscoperta delle nostre origini culturali, la nostra storia, i nostri usi, costumi ed abitudini dovrebbero diventare una priorità. In fondo, non sarebbe male se, alla base della crescita economica, ci fosse quel sano patriottismo, moderno e proiettato verso il futuro, che ha reso grande la Svizzera.

Piero Marchesi
Vice Presidente UDC
Sindaco di Monteggio