L’on. Luca Pagani eletto alla presidenza del Gran Consiglio – Il suo discorso

Luca Pagani ySignor Presidente del Consiglio di Stato,
Signori Consiglieri di Stato,
Signore e Signori Gran Consiglieri,
Signori Cancelliere dello Stato e Segretario generale del Gran Consiglio,
Rappresentanti dei media,
Cittadine e Cittadini,

è con particolare piacere che vi rivolgo anche il mio personale e cordiale saluto in questo giorno di insediamento del nuovo Parlamento cantonale e di avvio della legislatura 2015-2019. Mai avrei pensato di poter essere chiamato un giorno ad assumere una così alta carica, ma a volte la vita riserva anche queste sorprese. Sono sinceramente commosso e onorato per la fiducia che avete voluto accordarmi e che intendo ricambiare svolgendo il mio dovere con senso di responsabilità, rettitudine, imparzialità e il più grande impegno.

Ringrazio i miei famigliari che mi sono sempre vicini e che, con generosità, mi hanno sostenuto nelle diverse decisioni di mettermi a disposizione della collettività, consapevoli che così avrei inevitabilmente sottratto loro tempo ed energie.

Desidero ringraziare anche il Gruppo parlamentare PPD e Generazione Giovani che mi ha proposto e che in questo modo ha voluto rivolgere una particolare attenzione al mio Distretto di provenienza, il Mendrisiotto che, quale regione di frontiera, sta vivendo momenti certamente non facili.

Non da ultimo un sentito ringraziamento anche ai rappresentanti del mio Comune di domicilio, Balerna, e del mio Comune di attinenza, Morbio superiore ora Breggia, che hanno voluto onorarmi con la presenza dei rispettivi vessilli per condecorare questa cerimonia. Un gesto particolarmente apprezzato che va ben al di là dei semplici aspetti formali.

Come si conviene all’inizio di una legislatura, è ora mio desiderio formulare alcuni auspici per il nuovo quadriennio.

Per cominciare un augurio che ho espresso anche in occasione della cerimonia di scambio degli auguri di inizio anno nel mio Comune e che, proprio perché mi proviene dal cuore, ritengo di mettere anche oggi al primo posto. La speranza è che il tempo di questa legislatura sia un tempo contraddistinto dall’unità e dalla pace. Unità e pace nelle nostre famiglie, unità e pace in quest’aula, nel nostro amato Cantone e fra tutte le persone e tutti i popoli.

In un momento della storia in cui l’uomo, illudendosi di essere padrone del mondo e della vita, potrebbe ridurre la terra a un cumulo di macerie, Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di essere uniti e costruttori di pace, se vogliamo assicurare un avvenire ai nostri figli e alle future generazioni. Unità e pace che sono sempre possibili, ma che vanno desiderate e ricercate a partire dal nostro piccolo.

Perché ciò possa accadere dobbiamo cominciare a fare posto alla pace nei nostri cuori, impegnandoci sempre più a essere uomini e donne di pace e a promuovere una nuova cultura dell’incontro, del dialogo, della giustizia e della fratellanza.

Come ricordato da Papa Francesco, vi è necessità e urgenza di costruire solidamente una pace che non è soltanto assenza di guerra, ma una condizione generale nella quale la persona umana è in armonia con sé stessa, con la natura e con gli altri. Non c’è futuro senza propositi e progetti di pace! Non c’è futuro senza pace! Che questa nuova legislatura allora sia veramente occasione per cambiare prospettiva verso un’era di pace duratura e di unità.

Il secondo auspicio è che questo Parlamento sappia, che tutti noi sappiamo ritrovare la misura alta della politica. Una politica intesa nel suo vero significato di servizio alla persona umana. Una politica chiamata a realizzare quel bene comune quale condizione necessaria per il più ampio sviluppo di ogni persona, per la costruzione di una società giusta, una società dell’uomo a misura d’uomo. Una politica che sia autentica espressione d’amore verso il nostro popolo e il nostro paese.

Affinché la politica possa riappropriarsi di questa sua identità, occorre in particolare recuperare il senso etico nel nostro pensare e nel nostro agire, superare la logica della contrapposizione quasi che la democrazia sia un campo di battaglia e ritrovare la concezione del servizio nel nostro impegno politico.

Ecco la misura alta della politica: il servizio umile, equo, concreto ed efficace!

Ciò avendo sempre ben presente la grave responsabilità che la carica comporta, così che non venga mai a mancare la consapevolezza che le nostre azioni, ma anche le nostre omissioni, hanno un’incidenza diretta sul paese reale che sta fuori di quest’aula, in particolare sulle condizioni di vita delle singole persone: giovani, anziani, malati, padri e madri di famiglia.

I cattivi esempi che non sono mancati nel clima di campagna elettorale permanente che ha contraddistinto la scorsa legislatura ed in particolare la sua fase conclusiva, hanno purtroppo finito per oscurare quelli buoni, conferendo alla politica un’immagine negativa. Da qui occorre ripartire con nuovo slancio e con il proposito di ridare dignità e credibilità alla politica, così da poter riconquistare la fiducia dei cittadini e ravvicinarli alle istituzioni.

Per questo è però anche necessario che ciascuno si sforzi di mantenere sempre un comportamento corretto, degno della carica e rispettoso delle persone, anche di quelle che la pensano diversamente. Ciò significa in particolare evitare inutili provocazioni e attacchi personali, così come astenersi da atteggiamenti contrari proprio a quella fedeltà alle leggi che abbiamo appena dichiarato, quali ad esempio l’abbandono dell’aula in segno di dissenso. Il dissenso è lecito, ma va espresso in termini civili nel dibattito e nel confronto sulle idee. Voglio credere e sperare che si possa finalmente dare avvio a un nuovo modo di fare politica e che il rispetto di queste fondamentali regole possa avvenire senza necessità di richiamo da parte mia, anche se resterò vigile.

Il terzo auspicio è che questo parlamento abbia la capacità di trovare al suo interno, ma anche nei rapporti con il Governo, quell’unità di intenti che è più che mai condizione indispensabile per affrontare le sfide che interpellano la nostra società in questi non facili tempi. Unità di intenti significa saper andare oltre gli steccati ideologici e non limitarsi a difendere interessi di parte, a perseguire proprie ambizioni personali o a raccogliere facili consensi, ma ricercare in modo responsabile il bene comune. Solo così si possono trovare soluzioni condivise e dare risposte concrete, ponderate e sostenibili a questioni di vitale importanza.

Penso in particolare a quella che ormai è divenuta una costante preoccupazione, ovvero la necessità di assicurare sufficienti posti di lavoro a beneficio della popolazione residente e in particolare dei nostri giovani.

Si tratta di una situazione che come Sindaco di un paese prossimo al confine conosco purtroppo molto bene. Sovente sono infatti confrontato con richieste di aiuto da parte di persone sinceramente quanto disperatamente alla ricerca di un posto di lavoro; giovani in possesso di una buona formazione, padri di famiglia, indipendenti che hanno dovuto abbandonare la loro attività a causa di un’insostenibile concorrenza proveniente dall’estero. Tutte disposte ad accettare qualsiasi mansione pur di poter rimanere inserite nel mondo del lavoro ed evitare di cadere in assistenza.

Con amarezza devo però costatare come i miei sforzi personali, ma anche quelli del Comune che si è rivolto alle aziende attive sul proprio territorio, invitandole ad annunciare eventuali posti vacanti, in modo da poter segnalare nominativi di cittadini alla ricerca di un’occupazione, pur giusti e necessari, non permettano di conseguire risultati apprezzabili.

Per uscire da questa situazione è necessario che la politica, oltre a investire nella formazione, nell’orientamento professionale e nella lotta agli abusi, possa trovare soluzioni capaci al tempo stesso di limitare l’afflusso di manodopera estera a favore di quella indigena e di non penalizzare le nostre aziende, che devono poter mantenere la loro competitività e capacità di sviluppo, a salvaguardia dei posti di lavoro.

Penso, sempre per iniziare dalle problematiche che affliggono il Mendrisiotto, alla sicurezza, intollerabilmente minacciata da furti e rapine, o all’intenso traffico che compromette seriamente mobilità e qualità di vita, come testimoniano gli oltre 20’000 veicoli che quotidianamente attraversano l’unica piazza del mio paese.

Penso anche alle altre grandi sfide di questi nostri tempi, come alla scuola, che non deve essere necessariamente uguale per tutti, ma capace di fornire a tutti un’adeguata formazione globale, valorizzando le risorse di ciascuno.

Penso a una sanità che metta al centro la persona umana e che sappia riconoscere i bisogni di malati, sofferenti e anziani, ma con una giusta attenzione agli aspetti economici, affinché i suoi costi restino sostenibili.

Penso alla necessità di risanare le finanze cantonali, non essendo responsabile scaricare sulle spalle dei nostri figli i debiti che ogni anno accumuliamo, perché stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità.

Penso al rilancio economico nel Cantone con imprese che non si limitino ad occupare preziosi spazi verdi, ma che siano realmente in grado di generare ricadute positive sul territorio.

Penso in particolare anche alla crisi della famiglia: il Ticino è tra gli ultimi Cantoni in quanto a tasso di fecondità, i decessi superano le nascite, un matrimonio su due fallisce, senza parlare degli oltre 600 bambini concepiti che ogni anno vengono privati del diritto di nascere.

Indispensabile quindi preoccuparci non solo del debito economico, ma anche di quello demografico che pesa sul nostro futuro e realizzare un nuovo progetto di società che promuova la vita e la famiglia.

E si potrebbe continuare, tante sono le necessità che richiedono con urgenza vere risposte da parte della politica.

Voglio allora credere che in questa legislatura possano prevalere il senso di responsabilità e la determinazione a servire la causa del bene, pensando non solo a breve termine, ma rispetto alla costruzione di una società futura più giusta e solidale, per rendere questo nostro amato Cantone un posto ancora migliore dove vivere, lavorare e crescere i nostri figli.

Come sono solito fare prima di affrontare compiti importanti, permettetemi di concludere questo mio intervento con una preghiera. Ho scelto la “Preghiera semplice” di San Francesco d’Assisi, fatta propria anche da Madre Teresa, che riprende i propositi appena espressi e che, per i suoi contenuti ispirati a valori universali, spero possa essere accolta anche da chi non crede.

Signore fa di me uno strumento della tua pace.
Signore fa di me uno strumento del tuo amore.

Dove c’è odio, io porti l’amore.
Dove c’è offesa, io porti il perdono.
Dove c’è discordia, io porti l’unione.
Dove c’è errore, io porti la verità.
Dove c’è dubbio, io porti la fede.
Dove c’è disperazione, io porti la speranza.
Dove ci sono le tenebre, io porti la luce.
Dove c’è tristezza, io porti la gioia.

Signore, fa di me…

O divino Maestro, che io non cerchi tanto:
di essere consolato, quanto di consolare;
di essere compreso, quanto di comprendere;
di essere amato, quanto di amare.
Infatti: dando, si riceve;
dimenticandosi, si trova comprensione;
perdonando, si è perdonati;
morendo si risuscita alla vita.