Il caso VW tra indignazione e ipocrisia – di Tito Tettamanti

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore

WolfsburgIl vero problema per i tedeschi è che in simili circostanze Wolfsburg (città della Bassa Sassonia, con lo strabiliante reddito pro capite – gli svizzeri sono dei dilettanti – di 128.000 dollari nel 2013) assomiglia in modo inquietante a Napoli.

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Tettamanti xUna truffa da 11 milioni di auto; 482 mila vendute negli Stati Uniti. Possibile multa USA: 37.550 dollari per vettura, totale: 18 miliardi di dollari. Danni, per gli azionisti: per il momento oltre 30 miliardi di euro, pari a un crollo del 40% del valore in borsa. Conseguenze per i 600.000 dipendenti, per i numerosi fornitori e concessionari verranno accertate nel futuro, anche in virtù del catastrofico impatto d’immagine. L’attività della finanziaria Volkswagen (164 miliardi di bilancio), che si alimenta con obbligazioni e prestiti a breve, potrebbe pesantemente risentirne con riflessi pericolosi per l’esistenza della società madre. In che cosa consiste la truffa? Nell’aver applicato un marchingegno (centralina) che falsava l’intensità di immissioni delle automobili azionate a diesel.

L’indignazione è tanto più grande considerando che il gigante automobilistico ha come azionista per il 20% un Land germanico (lo Stato) che ha un diritto di veto, gode nel Paese del corale sostegno politico, è gestito da un Consiglio di amministrazione con presenza paritetica dei rappresentanti dei lavoratori. Soluzione che per gli statalisti dovrebbe essere la garanzia contro le degenerazioni capitaliste.

L’amministratore delegato si è dimesso ricevendo dal Consiglio un’indennità (per pensione e buonuscita) di 60 milioni di euro. Decisione oscena. Perché questo signore o ignorava totalmente cosa succedeva nella sua ditta, e allora non merita un centesimo e neppure lo stipendio già incassato, o era al corrente ed allora è complice di una truffa e gli dovrebbe spettare come buonuscita la prigione, dopo regolare processo penale. Ma anche gli altri consiglieri, compresi i rappresentanti del Governo, che ci stavano a fare? Dimentichiamo che anni fa i consiglieri sindacalisti erano stati al centro di uno scandalo a base di donnine e vacanze esotiche pagate dalla ditta. Ma indigna pure l’ipocrisia di VW e altre grosse multinazionali.

Sono spesso confrontate con istanze ecologiche, climatiche, alimentari, sanitarie, in relazione a condizioni di lavoro e ai diritti umani, di potenti gruppi di pressione (ONG: organizzazioni non governative). Istanze talvolta giustificate, talaltra opinabili anche perché non fanno l’unanimità del corpo scientifico, altre ancora smaccatamente ed esasperatamente ideologiche.

In tale situazione, invece di battersi contro negativi condizionamenti dell’economia di mercato, invece di mettere in azione la loro forza anche lobbistica di cui abusano magari per ottenere sussidi e facilitazioni, certe multinazionali fanno a gara per dimostrarsi buoni cittadini e compiacere i richiedenti. Operazione squallidamente di bottega volta ad accaparrarsi qualche fetta di clientela in più e a non urtarsi con potenti agguerritissime ONG che dispongono di bilanci da centinaia di milioni. Il tutto, però, con la possibile intenzione di far poi fessi consumatori e controllori come la VW.

I rapporti annuali di molte aziende contengono ormai più pagine per dimostrare liricamente quanto la ditta si sia comportata conformemente alla corporate social responsibility (la moda di oggi) che a commentare l’attività imprenditoriale o i risultati. Risultati magari meno soddisfacenti, ma che certi manager giustificano in considerazione del fatto che la ditta, comportandosi da «buona cittadina», resiste a quel deleterio richiamo che è il profitto.

Le furbate, poi, vengono scoperte. Gli arruffianamenti con il potere politico e le ONG si rivelano per quello che sono e le multinazionali come la Volkswagen contribuiscono prima a mortificare e poi a discreditare l’economia di mercato. Quella alla quale devono la loro fortuna e la nostra società il suo benessere. Questi sono grossi danni collaterali.

Tito Tettamanti