Venere: Femminilità e Dipinti Antichi – alla Galleria Canesso

Canesso 6 xySentire l’Arte: quattro incantevoli serate di pittura, musica e letteratura, con il complesso Enerbia (violino, arpa, accordéon, salterio, voce cantante; letture), allestite da Chiara Naldi, direttrice della Galleria Canesso, gioiellino di piazza Riforma, minuscolo ed accogliente.

Sui quadri e sulle letture presentiamo qui un dotto e approfondito commento.

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Riflessioni
sulla scelta delle letture in relazione ai dipinti
In occasione delle serate
Sentire l’Arte
15-16 Ottobre, 4 e 5 Novembre 2015

a cura di
Luca D’Onghia
esperto di Teatro rinascimentale e barocco, ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa

Lo splendido itinerario della serata comincia con la dea Venere in persona: l’olio di Andrea De Lione la sorprende nel momento in cui tenta con tutte le sue forze di trattenere Adone in procinto di andare a caccia. La dea è colta dall’oscuro presentimento che la partita di caccia si rivelerà fatale, ma neppure le armi della sua celeste seduzione sapranno fermare il bellissimo amante, che finirà ucciso da un cinghiale.

Canesso 1 Chiara NaldiIl mito adonio ha attirato tra Cinque e Seicento non solo pittori ma anche scrittori di ogni rango, e non c’è dubbio che la sua più monumentale e lussureggiante realizzazione poetica sia rappresentata dall’Adone di Giovan Battista Marino, pubblicato a Parigi nel 1623: è il poema più lungo mai scritto in italiano, e uno dei capolavori della nostra letteratura d’età barocca. Le ottave prescelte sono il perfetto pendant verbale della tela di De Lione (che, napoletano come Marino, certo ne conosceva l’opera): qui Venere implora Adone di non lasciarla per la caccia, e tenta di convincerlo che l’unica vera caccia degna di essere praticata è quella d’amore. La dea – pur «del vicin mal quasi presaga» – finisce per cedere alle insistenze del giovane che ama, ma gli raccomanda di esercitarsi su prede facili e di evitare a ogni costo «l’irsuto et ispido cinghiale».

Purtroppo le cose andranno diversamente, ma vale la pena di notare che Marino non rinuncerà a tingere di erotismo la stessa morte di Adone: anche il cinghiale, in effetti, si innamorerà di lui, e il colpo micidiale delle sue zanne non sarà che il goffo tentativo di baciare lo splendido giovinetto.

Canesso 2Sono di nuovo versi di Marino – tratti questa volta da una raccolta mitologica e pastorale come La sampogna (1620) – a prestare la voce alla tela di Louis Dorigny dedicata a Pan e Siringa: il corpo latteo e seducente della ninfa in fuga spicca qui in primo piano su uno sfondo scuro e materico, dal quale emerge l’implacabile satiro inseguitore (e si tratta qui di un Pan fisicamente prorompente, con i lineamenti stravolti dalla lussuria). Nel settimo idillio della sua Sampogna Marino ha descritto con vero e proprio virtuosismo l’intero episodio, e in particolare l’attimo immortalato da Dorigny: Pan è vicinissimo alla preda e – scrive Marino – «la feria con l’alito, / e già la man le distendea sull’omero». Si nota qui un dettaglio formale che è però molto importante: per dare maggior concitazione ai suoi versi Marino li ha fatti finire tutti con una parola sdrucciola, una parola cioè che ha l’accento sulla terz’ultima sillaba (basta pensare a alito e omero appena citati). Ma se osserviamo bene la tela notiamo che non è tutto: Siringa corre tra erbe palustri, e rivolge lo sguardo verso l’alto tenendo la bocca aperta. Tutti questi dettagli alludono al fatto che l’inseguimento volge al termine: la ninfa è arrivata in riva al fiume, e rivolge un’ardente preghiera ad Artemide e alle Naiadi affinché la preservino dall’amplesso di Pan. Sarà esaudita, e verrà trasformata in un fascio di canne che il vento farà suonare dolcemente: in ricordo dell’amata, Pan costruirà un flauto a più canne che prenderà il suo nome, siringa.

Con le strepitose tele di Paris Bordon e di Bernardino Licinio arretriamo di quasi un secolo e ci spostiamo nella realtà cosmopolita della Venezia di pieno Cinquecento. Siamo qui al cospetto di due donne bellissime – forse nobildonne ritratte nelle vesti divine e ideali di Venere, o forse cortigiane – colte in situazioni ben diverse ma in entrambi i casi fortemente caratterizzanti.

Canesso 9L’olio di Bordon ritrae una splendida donna in attitudine regale: la posa statuaria, il colonnato classico, la veste damascata e i gioielli che ne ornano polso, anulare sinistro e acconciatura non fanno che accrescere la potenza erotica che promana dalla capigliatura fulva e dalla veste languidamente aperta sulla spalla e sul seno di destra. La tela di Licinio ci mostra invece una scena di ardente corteggiamento: la nobildonna – che osserva lo spasimante quasi di sbieco, tenendo le labbra strette – ha anche qui la veste slacciata sul seno destro, e la sua figura spicca contro un drappo di velluto scarlatto e un frammento di altorilievo all’antica. Il corteggiatore le tiene la mano sinistra e sembra in attesa del suo responso: l’intensità dei gesti è straordinaria, tanto che nei due personaggi si potrebbe individuare una coppia di fidanzati sul punto di stringere il proprio legame.

Per provare a far parlare questi magnifici quadri abbiamo scelto vari testi, che ci introducono da diversi punti di vista ai misteri della seduzione e della bellezza. Si comincia con un brano quasi documentario, tratto dagli Habiti di Cesare Vecellio, che testimonia le abitudini di vita delle cortigiane di Roma e di Venezia soffermandosi sul loro abbigliamento, sulla loro cosmesi, sui loro gioielli: non mancano i dettagli che accomunano le nostre tele alle parole di Vecellio, come per esempio «i capegli biondi artificialmente, et ricci», serrati «con alcune cordelline di seta entro una rete d’oro, con bello ornamento di gioie et di perle». Saltando in avanti di qualche secolo, abbiamo poi scelto la descrizione – tratta dal Fuoco di Gabriele d’Annunzio (1900) – di una bellezza fatale e regale (quella della Foscarina, controfigura romanzesca di Eleonora Duse) che ci sembrava in grado di gareggiare con quella della nobildonna-dea immortalata da Bordon.

Canesso 7Quali potessero essere il prestigio sociale e la ricchezza cui poteva aspirare una donna bella e intensamente amata è testimoniato da una famosa novella di Matteo Bandello, dedicata alla celebre cortigiana romana Imperia: la pagina di Bandello che abbiamo scelto immortala Imperia in un interno lussuosamente arredato, ma ci informa anche della sua cultura, una cultura tutt’altro che raccogliticcia o improvvisata. Così, scopriamo che possiede libri volgari ma anche libri latini, e che ha presso di sé un liuto e vari altri «instrumenti musici». Anche la fine di Imperia sarà all’altezza della sua fama e del rango raggiunto: nell’agosto 1512 si suiciderà con il veleno per amore e per gelosia (nei confronti del più grande banchiere dell’epoca, il senese Agostino Chigi); e per la salvezza della sua anima pregherà il pontefice in persona, Giulio II della Rovere. Ma le donne più affascinanti furono spesso, durante il Rinascimento, anche poetesse in proprio: famoso è il caso della veneziana Veronica Franco, in contatto – e talvolta in disputa – con i più celebri letterati del suo tempo. La voce femminile più profonda del petrarchismo cinquecentesco è però quella di Gaspara Stampa, legata all’aristocratico Collaltino di Collalto da un amore intenso e infelice: di Gaspara abbiamo scelto qui due sonetti dedicati l’uno alla descrizione di una passione travolgente, e l’altro alle accoglienze che la donna sogna di tributare all’amato, assente da molto tempo e sul punto di tornare tra le sue braccia.

Non potevamo, in ogni caso, congedarci dalle nostre splendide figure femminili senza ricordare il loro più spregiudicato cantore, Pietro Aretino: nel brano del suo Ragionamento scelto per la serata è descritto un momento decisivo nella vita sentimentale di una giovane donna, quello del suo debutto mondano. Debitamente istruita dalla madre, la fanciulla protagonista si finge dapprima riservata e misteriosa, e si affaccia come per caso a una finestra: il gesto non è senza conseguenze, perché subito tutti i gentiluomini del quartiere si fermano ad ammirarla e a con- templarla come i Re Magi ammirarono la stella cometa (è una delle tante similitudini irriverenti di cui Aretino cosparge le proprie pagine).

Canesso 3I pericoli dell’amore sensuale sono oggetto dell’ultima tela della nostra rassegna, quella che Francesco Furini dedicò a Sansone e Dalila: l’eroe biblico, addormentato sulle ginocchia dell’amante infida, sta subendo il taglio dei capelli che lo priverà delle proprie forze e lo condurrà alla prigionia e al supplizio. Dalila – a seno nudo – chiede il silenzio ai Filistei che la attorniano: uno di loro, in primo piano, impugna le forbici e comincia a tagliare le prodigiose ciocche di Sansone. L’episodio è stato più volte raffigurato dalla grande pittura di Antico Regime (Mantegna, Rubens, Rembrandt, Van Dyck), ma almeno in Italia sembra aver avuto minori fortune letterarie. Questa sera abbiamo scelto di associare al quadro di Furini un componimento di Giacomo Leopardi intitolato Sansone: in una serie di endecasillabi sciolti che testimoniano un classicismo già perfettamente e prodigiosamente assorbito, il Leopardi fanciullo – ha appena undici anni! – svolge il tema prescelto dandogli la consueta lettura morale, quella che medita sui prodigi negativi della seduzione e sulla debolezza maschile: così, Dalila è presentata quale «empia, traditrice donna», mentre di Sansone, incauto e misero, si osserva che dopo aver retto l’urto di grandi armate non è in grado di resistere «innanzi a donna imbelle». L’eroe colossale e apparentemente invincibile pagherà cara la sua imprudenza: prima con la cecità (gli verranno subito strappati gli occhi) e poi con la vita.

Canesso 5