“Filippo, il tuo ricorso non ha chance!” – Ghiringhelli risponde a Contarini

Jack 1111Questa vicenda dell’antiburqa non cessa di stupire. Dopo essersi trascinata a lungo, ha preso una brusca accelerata ed è giunta trionfalmente in porto. Il parlamento si è convertito. Il momento psicologico era perfetto. Una robusta maggioranza si è manifestata. Pareva che i deputati non aspettassero altro.

Tutti contenti allora? Sarebbe troppo facile! Contenti, in particolare, i promotori dell’iniziativa, che la vedono finalmente realizzata? Non proprio, anche perché ora si accorgono che alcuni cercano di sottrarre loro il merito dell’impresa. O perché la legge non è esattamente come la volevano loro…

Poi c’è chi, come Filippo Contarini, di antiburqa non ne vuol proprio sapere e va in caccia di strumenti per continuare a combatterla. Giorgio Ghiringhelli, a stretto giro di posta, al suo articolo odierno risponde così.

Ghiro x

Innanzi tutto va ricordato che la nuova norma costituzionale antiburqa approvata dal popolo il 22 settembre 2013 era stata ripresa praticamente alla lettera dalla legge francese contro la dissimulazione del volto in pubblico che era stata approvata dal Parlamento francese l’11 ottobre 2010 ed era entrata in vigore l’11 aprile 2011. La legge francese, pur non citando mai espressamente il burqa, era stata fatta principalmente in funzione antiburqa, come dimostra la lettura del rapporto governativo che accompagnava il progetto di legge (e che è integralmente pubblicato nel sito www.ilguastafeste.ch, nel capitolo dedicato all’Islam)

Contro questa legge una musulmana francese di origini pakistane aveva presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sollevando tutta una serie di argomenti, fra cui tutti quelli sollevati adesso da Filippo Contarini, e altri ancora. Ebbene, con sentenza del 1° luglio 2014 pubblicata integralmente sul sito www.ilguastafeste.ch, e che forse era sfuggita all’avv. Contarini, i giudici europei – con 15 voti contro 2 – respinsero il ricorso.

In particolare i giudici osservarono che un divieto generale di coprire il volto basato su motivi di sicurezza sarebbe sì legittimo ma non proporzionato, mentre che invece se tale divieto generale rispondesse alla necessità di garantire in una società aperta e democratica il rispetto delle esigenze della vita in società (ossia del “vivere assieme”) – come per l’appunto era il caso sia in Francia e sia in Ticino – allora esso non solo sarebbe legittimo, ma pure proporzionato e anche necessario al raggiungimento dello scopo perseguito.

Il ricorso del Contarini non avrebbe alcuna “chance”

Per questo motivo un ricorso contro la nuova legge antiburqa (che in sostanza riprende l’articolo costituzionale) basato sulle motivazioni esposte dal Contarini, sarebbe destinato a sicuro insuccesso, in quanto il Tribunale federale (specie dopo l’OK dato al nuovo articolo costituzionale dal Consiglio federale e dal Parlamento nazionale) non potrebbe certamente scostarsi dalla sentenza della Corte europea, e anzi dovrebbe “tirare le orecchie” e dare una patente di incompetenza – raddoppiando la consueta tassa di giustizia per manifesto abuso – a qualsiasi avvocato dovesse riproporre un ricorso basato praticamente sulle stesse motivazioni già bocciate dalla massima Corte europea di giustizia, facendo perdere tempo al Tribunale federale e ritardando inutilmente l’entrata in vigore della legge (ma forse il vero scopo “dissimulato” del ricorso sarebbe proprio quest’ultimo…).

Con questo non dico che sia proibito presentare un ricorso contro la nuova legge antiburqa, ma se proprio si vuol difendere la libera diffusione di questo indumento “simbolo dell’oppressione della donna” (come è stato definito nel 2010 dal gruppo socialista del nostro Parlamento nazionale) o magari si vogliono difendere gli interessi degli albergatori nostrani a cui interessano più i soldi delle turiste arabe in niqab che non la difesa di certi valori cari al popolo ticinese, allora lo si faccia almeno con motivazioni nuove e che possano avere un minimo di fondamento.

Le interessanti motivazioni dei Liberisti ticinesi

A tal proposito ho trovato ad esempio interessante l’obiezione di Rivo Cortonesi pubblicata sul sito dei “Liberisti ticinesi” e ripresa anche da Ticinolive nel testo pubblicato lo scorso 27 novembre. In sostanza secondo Cortonesi la nuova legge antiburqa redatta dalla deputata del PLR Natalia Ferrara Micocci e approvata in tutta fretta dal Gran Consiglio lo scorso 23 novembre, senza seguire il normale iter di una legge, sarebbe incostituzionale in quanto conterrebbe un passaggio che amplierebbe arbitrariamente il campo di applicazione fissato nell’articolo costituzionale.

L’articolo costituzionale parla di divieto “in luoghi destinati a offrire un servizio pubblico”, mentre che la “lex-Micocci” parla di divieto “in luoghi pubblici e privati, che offrono servizi al pubblico” . A detta dell’esponente dei Liberisti nella legge vi sarebbe dunque un “privati” di troppo, e bisognerebbe modificare la legge ripristinando il testo originale dell’iniziativa per poi definire quali attività private possano essere considerate attività che si svolgono “in luoghi aperti al pubblico” (fra queste, secondo Cortonesi – che cita la Corte europea dei diritti dell’uomo – rientrerebbero i bar e i ristoranti ma non gli alberghi).

La gatta frettolosa fa i micini ciechi

Ecco, non saprei dire se Cortonesi abbia ragione o no, ma almeno il suo è un argomento interessante e inesplorato. Certo che se avesse ragione, e se l’applicazione della legge dovesse essere ritardata a causa di questo “cavillo giuridico” , si dimostrerebbe che il PLR, anziché aver “trovato tramite la sua deputata Micocci la via per introdurre il divieto di dissimulare il volto” – come aveva millantato in un suo recente comunicato autocelebrativo in cui il decisivo ruolo degli iniziativisti era stato totalmente dimenticato – avrebbe invece trovato lo stratagemma per ritardare l’entrata in vigore della legge, come avevo scritto qualche giorno fa su questo stesso sito.

E se poi il Tribunale federale dovesse dar ragione ai Liberisti ticinesi, sia la signora Micocci, sia il PLR, sia la Commissione della legislazione e sia il Gran Consiglio, avrebbero molti motivi per riflettere sui loro errori e sulla bontà del famoso detto “la gatta frettolosa fa i micini ciechi”. Difatti normalmente è il Consiglio di Stato che propone al Gran Consiglio i testi delle nuove leggi, dopo che gli stessi sono stati esaminati da competenti giuristi e dai competenti servizi dello Stato. E quando il Consiglio di Stato presenta con un messaggio queste leggi, tutti gli interessati (anche i cittadini, i giornalisti , le varie associazioni ed i partiti) hanno il tempo e la possibilità di leggere, valutare ed esprimere pubblicamente la loro opinione al riguardo, segnalando magari in tempo utile eventuali contraddizioni o errori.

Nel caso della legge antiburqa, invece, questa saggia procedura è stata saltata a piè pari, perché la signora Micocci voleva attribuirsi la paternità (o meglio la maternità) della legge antiburqa e voleva forse sottrarre al Dipartimento di Gobbi tale merito, e dunque, con la scusa di un’urgenza che non c’era e con la scusa di voler evitare ricorsi (!), l’ha scritta direttamente lei e l’ha presentata alla Commissione della legislazione, che, dopo averla approvata, ha acconsentito a sottoporla nel giro di 5 giorni al Gran Consiglio, senza avviare alcuna consultazione, senza coinvolgere neppure il comitato dell’iniziativa (personalmente avevo protestato subito, ma senza ottenere alcuna risposta) e senza dare il tempo alla stampa e ai cittadini (oltre che al Dipartimento delle istituzioni) di approfondirla e “digerirla”.

Per cui se i Liberisti presentassero un ricorso, un po’ mi dispiacerebbe perché ciò significherebbe rinviare di almeno un anno l’entrata in vigore del divieto antiburqa; ma se poi dovessero vincerlo non nascondo che la cosa mi farebbe piacere, perché qualcuno che è stato molto osannato dalla stampa e dai politici uscirebbe ridimensionato da questa vicenda e qualcun altro dovrebbe recitare il “mea culpa” e pentirsi di non aver seguito l’iter procedurale normale e di non aver coinvolto gli iniziativisti.

Giorgio Ghiringhelli