Un mondo che si sta distruggendo da solo – di Gianfranco Soldati

Cronache e contabilità di ordinaria follia finanziaria

autodistruzioneLa stampa ticinese ha la fortuna di poter contare su due ottimi e lucidi giornalisti del ramo finanziario ed economico: Carlo Rezzonico e Alfonso Tuor. Da anni denunciano il comportamento “abnorme” dei banchieri centrali (Alan Greenspan e il suo successore Ben Bernanke negli USA, Mario Draghi in Europa, Philippe Hildebrand in Svizzera, tanto per far qualche nome), che per tentare di rimediare agli indebitamenti insopportabili dei loro Stati hanno scelto la strada letale a lungo andare dell’annullamento o azzeramento dei tassi d’interesse e della stampa illimitata di moneta. I 3 primi personaggi citati sono i veri, per non dire soli responsabili di quel che accade, i banchieri centrali degli altri stati essendo in pratica obbligati ad seguire i loro illustri colleghi se non vogliono affogare nei vortici della finanza internazionale. Una necessità di cui non può non tener conto neanche la Svizzera, pur essendo sicuramente, con gli stati del Nord Europa, tra le nazioni meno indebitate e con i bilanci statali più equilibrati. Il nostro Philippe Hildebrand si è meritata la citazione in questo ambito solo per aver speculato da insider sulle misure che stava per prendere (tasso di cambio franco-euro fisso a 1,20, del settembre 2011 se ricordo bene).

soldatiA dire il vero, i 3 signori ai quali dobbiamo la politica finanziaria disastrosa a lungo andare (ma secondo Keynes a lungo andare saremo tutti morti), decisa non sapendo più quali pesci pigliare di fronte alla montagna invalicabile degli indebitamenti statali, non sono gli inventori della strategia dell’annullamento dei tassi di interesse. Sono stati preceduti, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, dal Giappone. Una nazione che si era avviata sulla strada di una rinascita fin troppo “miracolosa” dopo le immani distruzioni, bombe atomiche incluse, della seconda guerra mondiale, provocando così l’irritazione e l’ostruzionismo di Washington, in procinto di essere invasa, economicamente parlando, dagli intraprendenti ometti del Sol Levante. Caduto il paese in crisi, con indebitamento in crescita inarrestabile, i banchieri centrali giapponesi imboccarono la funesta via che non hanno più potuto abbandonare. Hanno anzi dovuto allargarla, trasformandola in un’autostrada che conduce (meglio detto, che condurrà) al precipizio: la cosiddetta “Abenomics”, una politica keynesiana voluta dal primo ministro Shinzo Abe nel disperato tentativo di risollevare le sorti economiche e finanziarie del paese, riducendo nel contempo il mostruoso indebitamento (circa il 250% del PIL). Sopportabile solo perché i creditori sono in stragrande maggioranza cittadini e banche giapponesi.

L’azzeramento dei tassi d’interesse può essere propriamente paragonato ad una droga come l’eroina. L’effetto di apparente benessere che induce diminuisce nel tempo ed obbliga ad aumentare le dosi fino al rischio di “overdose”. Il drogato, pur conscio di questo pericolo, non riesce più a sopportare il malessere dovuto all’astinenza e si rassegna a correre il rischio. Per i tassi di interesse non si tratta però di sintomi di astinenza, ma del rischio di incontrollabili sconvolgimenti sociali quando i nodi verranno al pettine. Gli apprendisti stregoni delle banche centrali non possono più sopportare l’esito naturale e logico dei debiti eccessivi, sbocco che si chiama fallimento. Perfino uno staterello (solo economicamente parlando, culturalmente sta alle sorgenti della cultura occidentale) come la Grecia deve essere salvato, perché altrimenti crolla il sistema.

Il Giappone si è avviato sulla strada descritta più di 30 anni fa. Non si è messo in salvo, ma neppure è finora crollato, e nel frattempo la Toyota è diventata la prima casa automobilistica del mondo. Gli USA stanno su questa via da una decina d’anni, lo scranno della loro egemonia scricchiola, ma ancora non si intravvedono segni sicuri di cedimento. Per l’UE all’orizzonte si vedono solo nubi tempestose, ma le rotative di Francoforte sono sempre perfettamente lubrificate. Mario Draghi e i suoi successori contano e conteranno fiduciosi sull’ipotesi che quando si arriverà al precipizio, cui inevitabilmente condurrà la loro politica di distruzione del risparmio e di prosequio dell’indebitamento (la creazione di nuova moneta è in realtà una crescita dell’indebitamento statale), i popoli europei saranno sufficientemente rammolliti per essere incapaci del sacrificio che comporta una ribellione degna del nome.

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Le cifre sono aride per loro natura, ma quando non sono false sono sempre inconfutabili. Nel 2015 le richieste d’asilo (le cifre ufficiali non sono ancora pubblicate) saranno sicuramente più di 30’000, ma per i nostri calcoli prendiamo in considerazione questa cifra. L’esperienza degli scorsi anni permette di prevedere che almeno il 70% di queste domande avranno ricevuto una risposta favorevole, sia come accoglienza definitiva che provvisoria (in pratica è la stessa cosa, zuppa o pan bagnato). Nel 2015 gli asilanti accolti saranno quindi stati almeno 21’000. L’80% di questi asilanti finisce all’assistenza, pur potendo teoricamente lavorare, per mancanza di qualifiche professionali e di conoscenza delle lingue; ne deriva che all’assistenza sociale sono finiti almeno 16’800 immigranti. Le prestazioni sono simili a quelle accordate ai cittadini svizzeri (che però sono tassati): 986 fr. per i bisogni fondamentali, 1’100 fr. per l’affitto, 394 per il premio di cassa malati, e 45 per AVS e AI. Sono 2’525 fr., esenti da imposte. Altre prestazioni sono elargite per spese dentarie, occhiali, ammobiliamento dell’appartamento e altro ancora. Calcoliamo, sicuramente per difetto, 3’000 fr. al mese. Le uscite totali per il 2015 risulteranno quindi di almeno 600 milioni di franchi, calcolate sempre per difetto. Gli asilanti che vengono riconosciuti possono richiamare le famiglie, quelli che hanno un permesso provvisorio solo dopo 3 anni. Una famiglia con 2 figli riceve, secondo le indicazioni dell’ufficio federale preposto, 4’911 fr. al mese. Per sapere quanti asilanti, con quanti figli o nonni, hanno richiamato le famiglie aspettiamo la pubblicazione ufficiale dei dati. I calcoli prudenti prevedono 1,2 mrd di spese complessive, che ricadranno naturalmente sul contribuente anche nel 2017, nel 2018 e così via, spese però in diminuzione nella misura in cui i “vecchi” asilanti avranno trovato un posto di lavoro. Ma spese alle quali si aggiungeranno i costi dei graditi ospiti in arrivo anno per anno, con tendenza all’aumento piuttosto che alla diminuzione.

I vecchi disoccupati svizzeri o stranieri residenti faranno bene ad emigrare in Turchia, procurarsi un falso passaporto siriano e “rientrare” in patria con la nuova qualifica. Se il falso passaporto è di “calidad suprema”, come dicono gli spagnoli, vale più di una laurea universitaria riconosciuta.

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La “Weltwoche” del 15 novembre ha pubblicato una lista dei costi annui assunti dagli stati europei per ogni asilante accolto nel 2012. Dati più recenti non sono disponibili perché la variegata e multiforme “industria della buona accoglienza”, e in particolare la sua componente burocratica a salario e pensioni garantite a vita, è molto restìa a far conoscere la realtà al popolino di cui teme le eventuali reazioni.

In testa alla lista del settimanale zurighese troviamo la Norvegia, con 19’393,45 euro per asilante, un paese cui l’eccessiva generosità non costa niente perché a pagare non sono i norvegesi, ma il petrolio del Mare del Nord. Al secondo posto, con 18’862,11 euro, il Lussemburgo, che può contare sugli introiti finanziari “ambigui” garantiti dai giochi di prestigio dell’attuale presidente dell’UE quando ancora era ministro delle finanze e poi primo ministro del Granducato. Al terzo posto noi contribuenti elevetici, con la miseria di 16’897,79 euro, nel 2012 erano 20’277,35 franchi (cambio fisso a 1,20 o più).

Prendiamo i nostri vicini di casa. L’Italia, al 15° posto con 7’936,45, sempre di euro si tratta, appena sopra la media europea di 7’561,78. La Germania, al 12° rango, con 9’766,03, di fronte ad una media della zona euro di 9’060,03. L’Austria, ottava con 10’988,36. Per finire la Francia, nona nella lista con 10’623,77, davanti al Belgio (10’390,03), ultimo dei “sopra 10’000”.

Chiude la lista la Bulgaria, con la miseria di 951,63 euro, penultima la Romania con 1’243,21. La mia prediletta Croazia, dove di visi “non pallidi” se ne vedono ben pochi (vengono solo sporadicamente durante la bella stagione dall’altra sponda dell’Adriatico per esercitare la professione del “vu cumprà”), figura sulla lista con un 2’150,30, che corrisponde grosso modo a poco meno della metà di un salario annuo indigeno.

Nella lista, forse formulata in previsione dell’insensata promessa di prossima integrazione nell’UE fatta in un momento di delirio dalla cancelliera, figura anche la Turchìa, chiamata Tùrchia da una nostra redattrice televisiva: 1’123,46 euro, probabilmente guadagnati con il commercio del petrolio dell’IS.

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La “Weltwoche”, pignola e molesta come sempre e quindi logicamente invisa agli “industriali della buona accoglienza”, ha anche calcolato la percentuale di crescita delle uscite della Confederazione dal 1990 al 2013. Enorme quella delle spese per la burocrazia, con un 122,23%, seguita a ruota dalle spese per l’istruzione, 113,12%. Per la salute, un misero 27,66%, che mi stupisce per l’esiguità e mi lascia perplesso. A meno che si tratti solo dei sussidi alle casse malati elargiti dalla Confederazione, gli aumenti dei premi assicurativi rimanendo ad esclusivo carico dei contribuenti.

Per la socialità siamo ad un aumento del 175,34% complessivo, con sbalzi fortissimi nei vari settori. Si passa da un 869,99% per la disoccupazione (in parte importata) a un 300,76% per l’assistenza e l’immigrazione, e a un 258,04% per la famiglia e la gioventù. Le cifre annoiano, ma ci danno un’idea di quel che accade nella realtà, sollecitando per di più il nostro senso delle proporzioni.

Gianfranco Soldati