Dandysmo, estetismo e politica

Rapporto tra individualità dal raffinato gusto estetico e la storia

beau-brummel-3480563Lord Brummell (Stewart Granger con Elizabeth Taylor)

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Dandy 1Walter Benjamin, ozioso amante dell’arte troppo mal vestito per essere definito esteta e morto in modo troppo passivo per esser definito un martire politico, riuscì a cogliere il rapporto tra l’individualità del dandy ed il ciclo della storia affermando che “il cospiratore di professione e il dandy si congiungono nel concetto d’eroe moderno. Quest’eroe rappresenta per se stesso nella sua persona un intera società segreta”.

Da George Brian Brummel, che da ragazzino ospitava i vertici dei Whig nel proprio salotto e divenne amico del sovrano Giorgio IV Hannover per poi dedicarsi ad una brillante carriera diplomatica, conclusasi però in follia e miseria, sino al poeta russo Vladimir Majakovskij (1893-1930), rivoluzionario in elegante cilindro scuro che venne annientato dal regime comunista, gli scorsi secoli sono costellati di Dandies che, in modo più o meno riuscito, hanno cercato di modificare il ciclo della storia per mezzo della loro persona. Uomini eleganti, dai piaceri raffinati ed in perenne polemica contro la società di massa i dandies hanno sempre cercato di rendere il mondo un poco più bello e giusto di come l’hanno trovato al loro, non richiesto ma necessario, arrivo sulla terra. Oggigiorno, purtroppo, la figura del dandy è confusa con quella del Gagà, ossia l’uomo eccessivamente ben vestito naufrago del contingente che, a differenza del dandy maturo e politicamente impegnato, come furono stati Gabriele d’Annunzio o Mishima, è estraneo a quei valori eterni ed assoluti che reggono la storia. Certamente il dandy ama darsi toni di frivolezza e, come afferma Oscar Wilde, ama contraddirsi più di qualsiasi altra cosa, ma di fatto, in modo ora vistoso ed ora sommesso, cerca sempre di interferire anche sulla storia del mondo tramite l’azione politica diretta o l’indiretta influenza sugli uomini di potere.

Con il tono sommesso e timido del delicato Audrey Beardsley, celebre per le sue eteree illustrazioni ed i suoi pudichi racconti erotici, o con il più veemente opporsi al sistema di Charles Baudelaire, il dandy, nel suo raffinato atteggiamento anarchicheggiante e graziosamente individualista, cerca di “épater le bourgeois” attraverso la provocazione, il parlare stravagante, l’atteggiamento ricercato, il ben vestire e la composizione d’uno stile volutamente fuori moda, ma di buon gusto.

Nel 1817 l’artista neoclassico Thorvaldsen scolpì una serie di busti di Lord Byron (di cui una conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano) aventi la peculiarità di …indossare solamente una leggera tunica plissettata, come quelle dei modelli greci del VI sec.a.c. Ma perchè fare un ritratto di un dandy e spogliarlo proprio del suo tratto distintivo, ossia l’abito, in questo caso specifico rappresentato dal fazzoletto dal nodo allentato, in segno di simpatia per i libertini, e dalla lunga veste abbottonata che giunge a coprire l’attacco degli stivali? Semplice, perchè in questa scelta Thorvaldsen ha voluto far capire che la figura del dandy, a guisa di quella del poeta-soldato, esiste per manifestarsi in opera estetica ma al contempo è anche sostanza ed azione.

Se essere dandy significasse semplicemente vestirsi con gusto e rispetto della qualità delle stoffe, sapendo abbinare le differenti cromaticità senza apparir daltonici, allora, qualunque bertuccia ammaestrata e capace di spendere per un buon sarto potrebbe definirsi tale. Invece no.

Il dandysmo maturo, che muta la sensibilità e l’amore per la bellezza in mezzi con cui fare dei doni al mondo, come fece il filantropo Gabriele D’Annunzio, è ben diverso dal dandysmo nichilista e saturnino di Jean Floressas des Essenteis, anti-eroe inventato da Joris-karl Huysmans, che scelse di segregarsi in clausura tra lussi e meste riflessioni, date dai quadri di Gustave Moreau che lo costringevano a rimuginare continuamente sulla lussuria ed il corrompersi delle carni peccaminose. Questo dandysmo estremo, scellerato, autoreferenziale, che muta l’egotismo in eremitaggio ed onanismo intellettuale, per dirla con Honoré Balzac (il quale, da buon dandy, partecipò alla Res Publica prendendo parte alla rivoluzione del 1830) è indubbiamente molto decadente e, come ben traspare dalle perverse poesie di Verlaine, anche poco costruttivo per la società, perché propone un modello di uomo effimero e debole che del dandy, inteso come poeta-soldato, ha solo il nodo alla cravatta. Ernst Jünger, anarca che simpatizzava per quei regimi assolutistici dalle radici saldamente legate al romanticismo, ci ha messi in guardia contro al dandismo inteso come frivolo amore per il vestito ed i piaceri mondani: esso, infatti, declinato in questo modo superficiale, è solamente uno stato di transizione, un gioco, un preludio a vari altri compiti. Il pastore luterano danese Sören Aabye Kierkegaard, nel 1843, con lo pseudonimo Victor l’Eremita, nel testo Aut-Aut espone un’accurata critica alla figura eccessivamente frivola del dandy. In seguito al decesso della madre Kierkaard si è infatti dedicato ad una vita dissoluta in cui perseguiva quegli immediati piaceri estetici e carnali che per mezzo del facile godimento contingente che scaturiscono riescono a lenire, momentaneamente, quei dolori animici e spirituali che nascono dalla consapevolezza che è una discrasia tra il mondo reale e quello ideale. Il dandysmo è, indubbiamente, indice di grande sensibilità, raffinatezza nel gusto e capacità di avvalersi di ironia e provocazione per rendersi strumento con cui opporsi alla vile mediocrità della società di massa: ma, al contempo, nel suo essere bandiera di sovversione politica e denuncia alle istituzioni politiche esso è può anche mutarsi in condanna.

Lord Brummel, soccombendo ai capricci del suo stesso personaggio, da consulente estetico del principe del Galles è decaduto a pazzo. M’è gramo esporre l’apologia del capitalismo e delle masse: ma, forse, chi a guisa del poeta tedesco Hölderlin rinchiuso nella sua meravigliosa torre a Tübingen, o come Nietzsche morto impazzito, corona la sua vita da dandy alcolizzato e psicopatico non è un genio incompreso, bensì un genio che non ha voluto capire il mondo e non è stato abbastanza forte per scendere a compromessi con esso.

Dandy LudwigAltro greve esempio d’un grandissimo uomo che la grazia ha dotato della sensibilità e della stravaganza tipica del Dandy è il sovrano Ludovico II di Baviera. “Voglio restare un enigma, per me e per gli altri” affermava questo nobile uomo, mecenate di Richard Wagner ed appassionato d’arte a tal punto da sperperare il patrimonio di famiglia per far costruire meravigliosi castelli da favola, come il Neuschwanstein. Ludwig II, ingenuo pacifista ed utopista, non è riuscito a gestire il patrimonio politico che gli è stato affidato: per quanto colto, intelligente e sveglio, dei conflitti tra Francia e Prussia se ne è sempre lavato le mani. Amico di Elisabetta di Baviera, imperatrice d’Austria, conosciuta col nome di Principessa Sissi, questo dandy, incompreso ma anche incapace di comprendere il mondo, per quanto circondato da sfarzi e lussi ha sempre provato una dolorosa inquietudine, una Sehnsucht di fondo, che ne ha reso ogni giorno difficile. Sovrano troppo Dandy per poter davvero far politica: è stata la sua misteriosa morte avvenuta il 13 giugno 1886 nel laghetto di Starnberg ad abbassare il sipario su questo sovrano più simile ad un poeta decadente che non ad un monarca. Ma come può un dandy riuscire a diventare un buon politico, senza soccombere alla sua stessa licenziosità e perire sotto alle sferzate dello spleen, che condanna alla follia? Egli deve, senza rinunciare alla suo gusto raffinato e l’elevata sensibilità estetica, riuscire a trovare quel senso di totale rettitudine dell’anima e ferrea morale che manca, ad esempio, in Oscar Wilde, ma che si ritrova nel Gabriele d’Annunzio adulto e che vien ben descritto dall’Assessore Wilhelm, l’uomo-marito mondano descritto da Kierkegaard.

DandyAltro dandy, politicamente schierato ed integro fino a scegliere di suicidarsi per non sopportare l’onta di aver perso la guerra ma donnaiolo come Casanova, è Pierre Drieu La Rochelle, proudhoniano socialista e dalle forti inclinazioni nazionaliste. Nei suoi diari egli scrive, criticando la società democratica che “la lussuria era un modo per subordinare l’elemento femminile all’esigenza di una spiritualità maschile”. Questo suo giustificare una condotta libertina è però paradossale, perché stride con quegli assolutismi di ferrei valori etici e morali che andava difendendo.

Articolo di Percy Fall

a cura di Liliane J. Tami

Fonti:
Dandysmes- Musèe Christian Dior, Les Rumbs
Dizionario del Dandy- Scaraffia, Sellerio editore
L’Eroe- Collana a cura du Grazietta Butazzi e Alessandra Mottola Molfino, De Agostini