Giovanna d’Arco, una santa in arme – di Chantal Fantuzzi

Salvò la Francia in nome di Dio, restò fedele ai suoi ideali fino alla morte. Morì nel fuoco a diciannove anni, invocando il nome di Gesù. Portatrice di fede e di salvezza, Giovanna d’Arco incarnò la tradizione, la speranza e la volontà di espellere gli invasori dalla propria terra e la rivendicazione dell’identità nazionale transalpina.

(pubblicato su StoriaVerità)

Milla xNel 1429 la Francia vide il suo suolo inva­so dagli inglesi ed il suo popolo, in preda alla guerra civile, diviso in due fazioni. I Borgognoni, favorevoli all’unione con l’In­ghilterra, volevano far diventare il Re d’In­ghilterra “Re di Inghilterra e di Francia”; all’epoca erano chiamati “francesi rinnega­ti”, quelli che oggi potremmo chiamare collaborazionisti. Supportati dall’Universi­tà di Parigi, avevano suggellato la loro resa nel trattato di Troyes (che aveva sanci­to la legittimità di Enrico V, re d’Inghilter­ra, e dei suoi successori a salire sul trono di Francia) con l’ intenzione di metter fine alla Guerra dei Cento Anni e di costruire la pace su un compromesso. Il partito della Francia, quello degli Armagnacs, era invece rac­colto attorno alla pallida figura del Delfino, chiamato sprezzantemente il “re di Bourg­es”, accerchiato dalla cortigianeria più sub­dola e vigliacca. Nonostante la resistenza dei patrioti francesi nella zona di occupazi­one, malgrado il sorgere di ribellioni contro l’occupante, il destino della Francia pareva già scritto ed essa era destinata a scompari­re, annegata nella viltà di una piatta e vasta Europa ante litteram. Il Paese si trovava diviso in tre blocchi. Il Nord Ovest era assog­gettato dalle truppe di Giovanni, duca di Bedford, reggente per conto dell’erede della corona inglese; la zona dalle Alpi al Mare del Nord era invece sotto l’egemonia del Duca di Borgogna, Filippo detto “il Buo­no”; la restante e relativamente esigua par­te era rimasta nelle mani del legittimo Re, il Delfino Carlo VII. Questi, diseredato dal trattato di Troyes, era incapace di oppor­si al suo avversario Filippo e di scacciare gli inglesi dalla Francia. In una gelida sera d’inverno una giovane si presentò alla sua corte dicendo di recare un messaggio da parte del Re del Cielo. Era partita con una piccola scorta di guerrieri affidatale dal Capitano di Vaucouleurs dal suo villaggio di Domrémy, un’area di frontiera sulla riva sinistra della Mosa, per recare al Delfino un messaggio che ella diceva affidatole dal Re del Cielo. Figlia di piccoli proprietari abbastanza agiati, Jacques D’Are e Isabelle Romée, si chiamava Giovanna, vestiva abiti maschili e aveva diciassette anni. Il delfino aveva acconsentito ad incontrarla poiché non aveva nulla da perdere nel credere in una profezia d’una veggente secon­do la quale una vergine guerriera avrebbe salvato il regno di Francia e poiché forse, dopotutto, vedeva in quell’incontro un segno divino. Entrata nella sala, la ragaz­za lo riconobbe pur senza averlo mai visto prima, gli si gettò ai piedi e lo implorò di liberare il regno dagli inglesi. Disse di aver avuto diverse visioni nelle quali l’arcange­lo Michele, Santa Margherita d’Antiochia e Santa Caterina d’Alessandria le avevano assegnato la missione di indurre i francesi a combattere per la libertà della loro terra contro inglesi e borgognoni, e portare sul trono di Francia il legittimo Re. Quella fan­ciulla che era cresciuta giocando attorno all’ “Albero delle Fate” in riva alle limpide acque di un ruscello impetuoso, in un mondo tanto cristiano quanto ancora permeato dalle reminiscenze celtiche, aveva compre­so la missione affidatale da quei sovrannat­urali richiami nel maggio dei suoi tredici anni: salvare la Francia. Carlo VII, travolto dal di lei carisma, decise di darle ascolto, anche se il cancelliere del regno Regnault de Chartres ed il ministro Georges de Trémoille non erano dello stesso parere, poiché premevano per un seppur poco on­orevole accordo con il Duca di Borgogna. Ma il partito degli armagnacchi, fedeli al Delfino, per troppo tempo aveva chinato la testa. Era giunta l’ora del riscatto, anche se a guidarli sarebbe stata una fanciulla.

Chantal xQuella fanciulla, dopotutto, impersonava la rivalsa patriottica del popolo in un Paese in preda alla spartizione. Giovanna fu interrogata all’Università di Poitiers ove fu verificata la sua ortodos­sia; accolta ormai dalla corte, fu affidata all’intendente Jean d’Aulon, le fu data una scorta, un’armatura e una vecchia spada ed ella si fece dipingere uno stendardo bianco, con Cristo in maestà, due angeli che reg­gevano il crocifisso ed il giglio di Francia. Armatasi, con la sua scorta volse alla volta d’Orleans, assediata dagli inglesi. Con i! figlio del duca d’Orleans, chiamato aral­dicamente “il Bastardo”, ed Etienne de Vi­gnolles guidò le truppe francesi al soccorso della città che dopo nove giorni fu glorio­samente liberata. Giovanna vi entrò trion­falmente e fu accolta come una santa dal popolo festante. La fanciulla guerriera era riuscita nell’impresa, come fosse mandata da Dio. Sotto la guida di un nuovo capitano, Giovanni d’Alençon, Giovanna partì per riconquistare la piazzaforte di Jargeau. Nella battaglia salvò la vita ad Alençon, inti­mandogli di ritirarsi dal luogo in cui, pochi istanti dopo, esplose un ordigno. I francesi riuscirono nell’impresa e dopo la vittoria massacrarono tutti gli inglesi fatti prigion­ieri. Giovanna non partecipò ali’eccidio, ma ne fu rattristata. Ma non v’era tempo per indugiare, le vittorie arrivavano una dopo l’altra, la Francia s’era ridestata, ora bisognava consacrare il Delfino come Re di Francia, riconquistare Parigi, scacciare gli inglesi dal Paese. La successiva vittoria francese di Patay il 17 giugno, condotta dal Bastardo di Orléans mentre Giovanna co­mandava la retroguardia, fu vista come il riscatto della sconfitta di Azincourt (1415), un ottimo auspicio per l’imminente incoronazione del delfino, avvenuta un mese dopo. Così, all’alba del 17 luglio, nella cat­tedrale gotica di Reims Carlo VII ricevette l’incoronazione e la sacra unzione, tacita­mente consapevole che la corona gli veniva posata sul capo soprattutto per merito di quella fanciulla guerriera apparsa quasi miracolosamente, che assisteva commossa alla cerimonia insieme agli altri soldati, reg­gendo il suo bianco stendardo. La legittim­ità reale, quella che oggi chiameremmo la legittimità dello Stato, era stata restaurata. Quella fanciulla venuta dal popolo, con il suo ardore, era riuscita a dissipare i dubbi e la fiacchezza che teneva imbavagliato il po­polo di Francia, con la sua fede era riuscita a convertire i più scettici, con la sua forza d’animo aveva suscitato nei più brutali il timore dell’onta della codardia o del tradi­mento. Ma Giovanna non sapeva che quel trionfo al quale aveva portato il suo amato delfino sarebbe stato la fine della sua breve gloria. L’8 settembre la ragazza guidò le truppe alla liberazione di Parigi ma cadde ferita da una freccia nei pressi della por­ta Saint Honoré e l’assedio francese fallì miseramente. La giovane non si sarebbe mai perdonata di aver guidato le truppe in un’operazione militare nel sacro giorno del!’Ascensione di Maria. Nei mesi succes­sivi le sue truppe ottennero comunque altri successi come la presa di St-Pierre-le Mout­ier e il Re premiò la famiglia di Giovanna nobilitandola con uno stemma araldico. Ma per Giovanna aleggiava ormai quasi un senso di estraniamento, come se, dopo l’in­coronazione, la ragazza divenuta simbolo del riscatto degli assoggettati francesi fosse divenuta quasi scomoda. Quella fanciulla che aveva rinnegato la sua condizione di donna per darsi, anima e corpo, alla patria, pareva quasi presaga che la sua breve ed intesa vita sarebbe stata fugace come una stella cadente in una nera notte d’estate. Presto, attorno a lei non vi sarebbe stato che il buio dell’abbandono e della pretestuosa condanna. Il 14 maggio il re orga­nizzò in suo onore un sontuoso banchetto a Compiègne, l’ultima cena che Giovanna avrebbe consumato assieme ai suoi solda­ti. Nove giorni dopo era di nuovo in sella al suo destriero, quando la controffensiva borgognona la bloccò davanti alle porte di Compiègne che le si chiusero davanti, lasciandola sola, nelle mani dei nemici. Il cor­so degli eventi non si interroga sui motivi della caduta di un eroe. Forse confusione, paura del popolo, forse tradimento. Vero è che per la corte di Carlo VII la pulzella in armatura era divenuta ormai una figura scomoda, in quanto incarnava la volontà guerriera di liberazione più tenace contro inglesi e borgognoni e che con questi non era disposta a giungere a compromessi, avendo intimato loro in diverse lettere di ritirarsi o di arrendersi a lei, la Pulzella messaggera di Cristo. Per i ministri del re, Giovanna intralciava quindi un eventuale compromesso.

Milla 2Giovanna venne disarcionata dal vassallo di Filippo di Borgogna e fatta prigioniera. Incarcerata prima a Beauloeu-lès-Fon­taines poi a Beaurevoir, tentò per due volte la fuga gettandosi dalla finestra, invano. Personalità tenace e orgogliosa, si gua­dagnò il favore della sua nobile carceriera Jeanne de Luxembourg, zia di Filippo di Borgogna, la quale, per quanto fosse possi­bile, la protesse, rifiutando di consegnarla al vescovo Pierre Cauchon, che l’avrebbe inquisita. Egli, uomo d’intelletto acuto e malvagio, rappresenterebbe oggi l’auto-proclamatasi guida morale d’una società corrotta, che condanna colei che è invece portatrice dell’ideale più puro e fervente. La nobildonna Jeanne presto morì (non è esclusa un’uccisione) e Filippo non si fece scrupoli di vendere l’ormai indifesa Giovanna agli inglesi, per diecimila lire tornesi. Nell’inverno del 1431 la giovane venne portata a Rouen ove f u interrogata per mesi. Al cospetto degli inquisitori non rinnegò mai la fede prestata alle “voci” sen­tite nelle visioni, rispondendo con tenacia e sottile ingegno e ribadendo il suo rapporto diretto con Dio. All’ambigua domanda del vescovo Cauchon “Giovanna, sei in grazia di Dio?” alla quale rispondere negativa­ mente sarebbe equivalso per la prigioniera ammettere di essere nel peccato, mentre assentire avrebbe significato un arrogante errore, Giovanna prontamente rispose “Se non ci sono che Dio mi ci metta, se ci sono che Dio mi ci mantenga.”

Gli inglesi tuttavia non potevano acconsen­tire che colei che aveva fatto rialzare la testa alla Francia restasse in vita, poiché non era escluso che, liberata, tornasse alla testa del­le truppe del Delfino. Così fecero pressione affinché fosse condannata per eresia e stre­goneria. Per conto del vescovo Cauchon le vennero letti i pretestuosi capi d’accusa (tra i quali quello d’indossare abiti maschili e il tentativo di evasione, interpretato come tentato suicidio), la indussero a ritrattare la veridicità delle sue “voci”. Giovanna, forse costretta o forse pressata abiurò. Po­chi giorni dopo fu tuttavia vista in prigione che indossava di nuovo gli abiti da uomo (si vocifera fossero state le guardie inglesi ad obbligarla a rimetterli, anche se, forse per orgoglio, sostenne di averli ripresi vo­lontariamente). Fu pertanto condannata in quanto recidiva. Processata, fu condannata al rogo. Arse viva il 30 maggio 1431. Men­tre le fiamme avvolgevano il suo corpo in­catenato al patibolo di Rouen, tanto simile alla Croce, la fanciulla spirò gridando il nome di Dio.

muore-giovanna-darcoMessaggera era divenuta combattente, condannata come eretica divenne martire. Devota e appassionata, mistica salvatrice di Francia, la fanciulla in armatura che cambiò le sorti della Guerra dei Cent’anni e che portò il suo Delfino all’incoronazione e la sua Francia alla vittoria, aveva inizia­to la sua breve, sfolgorante vita nel fuoco della guerra salvifica e liberatrice, per poi morire, sola e tradita, nel fuoco della con­danna. Carlo VII non si era minimamente mobilitato per salvare dalle fiamme colei che l’aveva posto sul trono, mentre ella gli era restata fedele fino alla morte. Forse Giovanna, già mistificata dal popolo, gli era più utile da morta che da viva, poiché così avrebbe avuto un motivo in più per additare agli usurpatori d’oltre Manica anche l’accusa di assassinio d’una santa. Sei anni dopo il Delfino avrebbe riconquistato Parigi, ma al trionfo non avrebbe assistito colei che più d’ogni altro ne era stata fautrice. Nel 1453 la Guerra dei Cent’anni avreb­be avuto finalmente termine.

Nell’inverno del 1455 un’anziana pellegri­na giunse a Roma per domandare udienza al Papa. Si chiamava Isabelle de Romée ed era venuta a piedi, dal suo sperduto villag­gio francese, Domrémy, per chiedere a Cal­listo III che la sentenza emessa ventiquat­tro anni prima dal tribunale di Rouen e che aveva condannato a morte sua figlia per eresia fosse annullata. Era stata arsa viva a diciannove anni, dopo esser stata codar­damente venduta dai borgognoni agli inglesi, dopo non essersi piegata al tribunale della Chiesa, dopo non aver mai rinnegato gli ideali che l’avevano spinta a combat­tere. Era arsa per aver salvato la Francia. Il processo fu annullato, la sua famiglia riabilitata. Giovanna divenne l’Eroina di Francia, in quanto fanciulla divenuta guer­riero, soldato divenuta martire, per amor di Patria. Quasi mezzo millennio dopo, il 9 maggio 1909, ella fu canonizzata Santa. Come nella vicenda di Gesù fu cattura­ta dopo un’ultima cena e subi il processo durante la Pasqua; come il centurione che crollò ai piedi della Croce, così un soldato inglese era caduto in ginocchio davanti al rogo ed il boia la sera dopo l’esecuzione si era disperato dicendo di aver ucciso una santa. In maggio Giovanna aveva scelto di combattere per la sua terra, in maggio era riuscita nella sua impresa, in maggio era stata catturata, in maggio era stata condannata, in maggio santificata. La vi­cenda della liberatrice d’Orléans, tragica e mistica al contempo, così correlata alla tradizione cristiana del maggio sia mari­ano che del martirio, fa sì che ella incarni lo spirito combattente per la fede, tanto puro da perseguire la virtù fino alla morte, senza mai rinnegare i propri ideali, nonos­tante l’abbandono di chi avrebbe dovuto salvarla. Anche nelle “voci” che l’avevano resa messaggera di Dio il legame con la tra­dizione è molto forte: il suo divino messo era un angelo guerriero, un spirito combat­ tente per la fede, portatore di quella guer­ ra salvifica e liberatoria, di cui la Francia aveva disperatamente bisogno, seguito da due sante, come Giovanna, vergini e mar­tiri. “Quella straordinaria, meravigliosa ragaz­za” come avrebbe detto il successivo Papa Pio II (il letterato Enea Silvio Piccolomini) entrò da subito nell’eternità della Storia in quanto portatrice di fede, salvezza, riscat­to. Eppure, per riuscire nella sua missione, aveva scelto la guerra. Quella guerra gius­ta, che porta alla libertà. Elogiata dai suoi fedeli, odiata ma soprattutto temuta dai suoi nemici, fu successivamente dissacra­ ta nel giacobinismo laico intollerante, in quanto simbolo della tradizione cristiana, per poi essere nuovamente innalzata alla gloria degli altari nell’Ottocento romanti­co. Simbolo di tenacia, volontà e patriot­tismo, Giovanna d’Arco è divenuta icona eterna che incarna i valori della tradizione, del riscatto e del!’orgoglio nazionale, contro l’imposizione piatta che annulla la me­moria identitaria. In Giovanna d’Arco si compendia la Francia sia nell’amor di pa­tria che nella tradizione cristiana, poiché ella è sia una santa cattolica (come il Santo crociato Luigi IX) che un’eroina nazionale (come la laica, simbolica Marianna); in lei si incarna lo spirito che si oppone alla schi­avitù, all’oppressione ed alla collaborazi­one con i nemici della sovranità. È eroina del Front National, in quanto esponente di quella parte del popolo che non si china e non accetta le imposizioni di una schiavitù chiamata pace, incitando il popolo a rialza­re la testa di fronte all’ignominioso trattato di Troyes. Riguardo al suddetto, nel 2011, la leader Marine le Pen lo ha paragonato ai trattati di Maastricht e di Schengen ve­dendo in essi una servile trascrizione delle direttive europee che “hanno consentito la rapina e l’abbattimento della sovranità francese ai danni del popolo francese, poiché la sovranità è prima di tutto la libertà di determinare le pro ­prie leggi. Il governo del popolo, esercitato dal popolo, a favore del popolo” .

E lei, fanciulla del popolo, lei che aveva pi­anto di fronte ai campi di battaglia, lei che avrebbe finito i suoi giorni ardendo su un rogo, lei soltanto era riuscita a smuovere gli animi dei francesi e a capeggiare una vittoriosa rivalsa. •

Chantal Fantuzzi

Bibliografia:
Franco Cardini, Giovanna d’Arco, la vergine guerriera. Mondadori, 1998.
Larissa Juliet Taylor, Giovanna d’Arco e la Guerra dei Cent ‘anni. Mondadori, 2010.
Jean Dufour, Breve storia di Francia. Ciappichelli, 1967.