Tel Aviv la Città bianca – Micha Gross all’Università di Lugano – di Aymone Poletti

jack-losa-part-smDedico questo imponente e splendido articolo, scritto dall’artista Aymone Poletti, al dottor Adrian Weiss, presidente dell’Associazione Svizzera-Israele sezione Ticino.

Francesco De Maria, editore di Ticinolive

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Domenica 18 settembre 2016 si è tenuta, all’Auditorio dell’Università della Svizzera italiana a Lugano, la conferenza TEL AVIV – LA CITTÀ BIANCA

1930–1939 / Patrimonio culturale mondiale dell’Unesco.

Dopo l’introduzione dell’Architetta Jacqueline Chimchila Chevili, il numeroso pubblico presente (tra il quale anche diverse autorità, per citarne alcune, l’On. Sindaco Marco Borradori, l’On Roberto Badaracco e l’On. Cristina Zanini-Barzaghi nonché il nuovo rettore dell’Università della Svizzera italiana, il Prof. Boas Erez) ha potuto ascoltare un relatore d’eccezione, il Direttore del Centro Bauhaus di Tel-Aviv, Dr. Micha Gross, che ha così tenuto la conferenza, promossa dall’Associazione Svizzera-Israele.

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TEL AVIV – LA CITTÀ BIANCA

1930–1939 / Patrimonio culturale mondiale dell’Unesco.

Tel Aviv, la collina della primavera, è nata sulle dune di sabbia desertiche, lungo le coste del Mediterraneo ed è una delle città più giovani al mondo: fondata nel 1909 da immigrati ebrei, ai limiti dell’antico porto di Jaffa, la storia di Tel Aviv affonda le sue radici a Jaffa stessa, e il suo sviluppo è stato il risultato dei rapporti tra le due città.

Aymone xIn poco più di un secolo ha conosciuto diverse grandi esplosioni demografiche e fenomeni di immigrazione: tra il 1917 e il 1921, un altro agli albori della Seconda Guerra Mondiale e dopo la fondazione dello stato di Israele nel 1948. Conta oggi oltre 420’000 abitanti.

“Ha’ir Halevana”, la Città Bianca. O meglio, Tel Aviv dai molti volti architettonici e dalle sfaccettature multiculturali dove, però, un vero e proprio “unicum” risulta essere costituito dalla Città Bianca, The White City, riconosciuta come patrimonio dell’Unesco nel 2003, quale “sorprendente esempio dell’urbanistica e architettura di una nuova città del primo XX secolo”.

Si tratta di un quartiere che comprendeva 4.000 edifici costruiti negli anni 20, 30 e 40 e gli stabili, progettati dai migliori architetti della città, presentano quello stile “Bauhaus” che si prefiggeva l’obiettivo di creare un nuovo, semplice linguaggio architettonico basato sulla chiarezza e l’essenzialità delle forme al fine d’incontrare i bisogni quotidiani della gente. Non tutte le costruzioni sono sopravvissute ai moti storici, ma, la “Città Bianca”, con le sue 1000 costruzioni tutt’ora esistenti è il più grande museo a cielo aperto di stile Bauhaus del mondo.

Perché la “Città Bianca”? A partire dalla sua prima apparizione in una novella del 1915, “The Riddle of the Land”, di Aharon Kabak, il tema della “White City” accompagna la costruzione e la crescita di Tel Aviv.

Tel Aviv, invece, è il titolo della prima traduzione (1904) a cura di Nahoum Sokolov della novella utopistica Altneuland (1902) di Theodor Herzl. La decisione di dare alla città lo stesso nome del libro venne adottata nel 1910, quasi un anno dopo la sua istituzione ufficiale sotto il titolo Ahuzat Bait.

Ma ritorniamo al principio…

Riprendendo il pensiero dell’Architetto Mario Botta, “il Bauhaus di Tel Aviv è un momento di grande importanza per la cultura architettonica.  I pensieri, le speranze per la realizzazione di uno spazio di vita per l’uomo hanno trovato, nella fondazione di Tel Aviv stessa, una verifica della costruzione di una città in grado di rispondere alle sollecitazioni proprie della cultura del XX secolo “.

La parola chiave è dunque “Bauhaus”. Descrivere il Bauhaus in poche righe sarebbe riduttivo, perché il Bauhaus non era solo un’esperienza didattica ma un vero modo di vivere e di essere.

gross2Il Bauhaus, il cui nome completo era Staatliches Bauhaus, fu una scuola di architettura, arte e design della Germania che operò nella giovane Repubblica di Weimar dal 1919 al 1925, a Dessau dal 1925 al 1932 e, infine a Berlino dal 1932 al 1933. Il termine Bauhaus fu ideato dal suo fondatore, l’architetto Walter Gropius e giocava con il termine medievale Bauhütte che indicava la loggia dei muratori, rendendo il nome corporativo moderno e contemporaneo.

Erede delle avanguardie anteguerra, fu sì una scuola, ma rappresentò anche il punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d’innovazione nel campo del design e dell’architettura legati al razionalismo e al funzionalismo, facenti parte del cosiddetto movimento moderno. I suoi insegnanti, appartenenti a diverse nazionalità, furono figure di primo piano della cultura europea e l’esperienza didattica della scuola influirà profondamente sull’insegnamento artistico e tecnico fino ad oggi. La scuola interruppe le sue attività con l’avvento del nazismo. Il Bauhaus è stato un momento cruciale nel dibattito novecentesco del rapporto tra tecnologia e cultura.

Walter Gropius, si proponeva di unire arte e tecnologia tenendo conto sia dell’aspetto estetico sia di quello scientifico, ponendo attenzione alla produzione industriale su vasta scala e gettando le basi per i concetti di estetica che oggi troviamo in molti oggetti di uso comune che coniugano la bellezza della forma con la praticità quotidiana e la riproducibilità. Nonostante Gropius fosse lui stesso un architetto, l’idea di un movimento architettonico Bauhaus non nacque immediatamente ma fu inevitabile, data la visione degli aderenti volta alla creazione di forme d’arte “totale” nelle quali tutte le arti e le tecnologie sarebbero state riunite.

gross3La sua didattica prevedeva un insegnamento interdisciplinare e  sperimentale. Un laboratorio a 360 gradi che permetteva agli studenti una grande manualità e flessibilità espressiva. Grandi insegnanti- artisti si occuparono di questi laboratori, tanto per citarne alcuni, da Itten , Klee, Feininger, a Albers, Breuer, Kandinsky e Moholy-Nagy. E moltissime personalità parteciparono alla storia del Bauhaus, fra i quali anche l’Archistar Ludwig Mies van der Rohe, che diresse la scuola a partire dal 1930 e diede molta importanza all’architettura, facendone l’insegnamento cardine dell’istituto.

Non da dimenticare inoltre (fatto non trascurabile per l’epoca), che la scuola era aperta a entrambi i sessi e aveva forti aspirazioni progressiste, anche se la reale parità ebbe inizialmente difficoltà ad essere applicata nella pratica. Si ricordi, per esempio, la mitica Marianne Brandt: i laboratori del metallo le diedero la possibilità concreta di apprendere le competenze che l’avrebbero fatta diventare una dei designer industriali più innovativi della Germania degli anni ’30.

Nel contesto della costruzione ed espansione di Tel Aviv gli architetti del movimento Bauhaus si trovarono di fronte ad opportunità e sfide uniche. Opportunità, perchè era possibile costruire ex novo in un ambiente pressochè “vergine” e con il supporto di un piano regolatore moderno (ad opera del geografo e biologo scozzese Sir Patrick Geddes) basato sul concetto della “città-giardino” ideato da Sir Ebenezer Howard: questo approccio allo stesso tempo tecnico ed umanistico completava la visione artistico-tecnologica propria del Bauhaus.

Come già scritto, ci furono diversi movimenti migratori che influirono sullo sviluppo urbano di Tel Aviv.

gross4Nel primo boom di immigrazione, l’euforia portò ad un primo momento di assenza di un vero rigore progettuale da parte dei coloni, attraverso uno stile eclettico che cercava la sua strada tra un’espressione più orientale della città e un’idea di realizzazione del nuovo a tutti i costi.

Data di questo periodo il concetto di città giardino che ha decretato il successo di Tel Aviv.

Fondata sul modello inglese delle città-giardino, nel 1925 Tel Aviv aveva già 25 mila abitanti. Fu in quegli anni, che il movimento bianco iniziò a prendere forma.

Durante il secondo boom di immigrazione, nello specifico nel 1933, si verificarono due eventi che influenzarono fortemente la crescita della città. Il primo fu l’arrivo al potere di Adolf Hitler in Germania e l’avvento del nazionalsocialismo che spinse, infatti, molti Ebrei alla fuga verso la Terra Promessa. Contemporaneamente ci fu la chiusura della scuola Bauhaus ad opera dei nazisti che spinse gli architetti ebrei che vi avevano studiato e lavorato a trasferirsi a loro volta. La necessità di costruire edifici residenziali di grandi dimensioni diede a questi ultimi la possibilità di mettere a frutto quanto appreso e sviluppato fino ad allora.

È  dunque nel secondo boom di immigrazione degli anni’30 che si viene a creare la base per questo nuovo stile Bauhaus, rivisitato in chiave di Tel Aviv e detto anche più propriamente “Stile Internazionale.” Uno stile epurato e funzionalista.

gross5Questo stile architettonico non si basa in realtà solo sullo stile Bauhaus, bensì si fonda su quattro pilastri di ispirazione:

-La scuola del Bauhaus. Si parla principalmente del Bauhaus dimenticando le altre fonti. In realtà sono pochi gli architetti che hanno costruito a Tel Aviv che hanno effettivamente fatto i loro studi nel Bauhaus. L’architetto Arieh Sharon (da non confondere con l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon), è uno fra quelli ed è il più noto.

-Il pensiero progettuale dell’Architetto Erich Mendelsohn. Anche se non ha effettivamente e attivamente costruito a Tel Aviv, è dal suo pensiero (per esempio i balconi arrotondati) che i giovani architetti si sono ispirati.

– Le idee dell’Architetto Le corbusier: ci sono numerosi assistenti che hanno imparato il mestiere nel suo studio a Parigi e, in seguito, hanno portato le idee in Palestina. Un dettaglio architettonico su tutti: i caratteristici pilotis (pilastri).

– Il pensiero delle Scuole d’Architettura belghe: l’emblematica  piazza  circolare Zina Dizengoff, è stata ideata, per esempio, da una donna, Genia Averbuch che fece i suoi studi a Bruxelles e a Gand negli anni 20.

In poche parole, dopo gli studi in Europa agli inizi degli anni Trenta, molti architetti erano convinti che l’architettura potesse avere un impatto sull’ordine sociale. I principi del Movimento Moderno – semplicità e minimalismo – corrispondevano del resto molto bene alle necessità della comunità israeliana e alla giovane città che stava crescendo.

Dalle forme della Città-Giardino sino alle innovative costruzioni di questa nuova generazione di architetti, la città è dunque diventata un vero e proprio laboratorio e museo all’aperto del Movimento Moderno architettonico.

Le sfide erano date dalla particolare situazione geografica e climatica di Tel Aviv: a causa della fortissima insolazione, le grandi finestre immaginate da Le Corbusier (per fare un esempio) non erano assolutamente pratiche e dovevano essere sostituite da un numero più grande di finestre più piccole. La scelta del bianco non era solo un fatto funzionale (riflettendo gran parte della luce funziona come un semplice sistema di termoregolazione) ma anche estetico (la luce del sole getta ombre molto nitide che contrastano con il bianco degli edifici). Il verde era una componente essenziale del Bauhaus israeliano, che doveva però fare i conti con la flora locale, e il vento che soffia dal mare venne sfruttato come sistema naturale di raffreddamento grazie ai pilotis che permettevano all’aria di passare sotto ai palazzi dove spesso si trovavano piccole aree verdi che fungevano sia da spazio giochi per i bambini sia da luogo di ritrovo quando la temperatura all’interno degli appartamenti diventava comunque troppo alta.

Razionali, quasi spoglie, le costruzioni della città storica si inseriscono nel piano urbanistico di Sir Patrick Geddes. Un piano teso a fare di Tel Aviv una città-giardino, dove facilitare gli scambi di vita comunitaria, secondo quegli ideali sociali che avrebbero caratterizzato lo spirito di un intero popolo.

Il gran numero di piccoli parchi tra un palazzo e l’altro e i piccoli bar sorti per intrattenere gli abitanti nelle ore serali hanno conferito molto presto a Tel Aviv un concetto di “movida” moderno che continua tutt’ora; non a caso la città è considerata, al pari di New York, la “città che non dorme mai”.

Così uno stile architettonico concepito nell’Europa settentrionale è stato reinventato e rielaborato per una città mediterranea. Palazzi abitativi, cinematografi, teatri ed altri edifici pubblici sono stati realizzati unendo stili e concetti di varia provenienza facendo di Tel Aviv un laboratorio ideale per queste idee rivoluzionarie.

Settant’anni dopo, una passeggiata a piedi nel cuore della Città Bianca è un piacevole tuffo nel passato. Tra i capolavori dello stile Bauhaus di Tel Aviv vengono sempre citati il Cinema Hotel di Dizengoff Square e la Soskin House in Lilienblum street, ma il cuore architettonico resta il quadrilatero compreso tra Rothschild Boulevard e Shenkin Street ( per esempio con la Rubinsky House).

Nessun edificio si ripete in un gioco di volumi, curve sinuose e spazi lineari: gli edifici squadrati presentano una bellezza austera che deriva dal gioco delle simmetrie estremamente varie e dall’uso dell’intonaco bianco, che rafforza la bellezza dei blocchi sotto il sole, rivelando una “città bianca” unica e complessa, che sempre più rappresenta un’architettura avanguardista, pura e libera da decorazioni.

Oggi questo patrimonio architettonico è meta di visite organizzate, e la sua conservazione è affidata al Centro Bauhaus di Tel Aviv, del quale, appunto il  Dr. Micha Gross è direttore.

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Al termine della conferenza è inoltre intervenuto l’Architetto ticinese Davide Macullo che ha, tra l’altro, collaborato per 20 anni nello studio di Mario Botta.  Egli ha presentato un suo recente progetto in collaborazione con Marcelo Berstovski, Ori Elhayani, Redaelli e Associati: si tratta dell’Assuta Ashdod Hospital, un ospedale pubblico costruito ad Ashdod, in Israele, i quali lavori di costruzione si termineranno a breve. Pensare agli spazi e alla natura è un elemento importantissimo nella creazione dello stato di Israele.

gross6Il nuovo ospedale di Ashdod nasce dalle radici della terra e della cultura di Israele. L’Architetto Macullo ha appunto sottolineato l’importanza di costruisce attraverso scelte progettuali simboliche che in ogni dettaglio legano e fondono un nuovo organismo architettonico alla terra che lo ospita. L’ospedale dei fiori o un fiore per Ashdod sottolinea la matrice della volontà del team di lavoro di disegnare un ambiente prima che un edificio, dove la vegetazione non è solo una cornice, bensì diventa protagonista: è autoctona quale comun denominatore per il popolo israeliano, che proviene da ogni dove nel mondo. Ci si avvicina alla nuova struttura medicale attraversando delle oasi verdi, che rappresentano ognuna una vegetazione autoctona di Israele dal mar mediterraneo alle alture del golan, calcolandone i passi da percorrere, non troppo lunghi e non troppo corti, quanto basta per sentire gli odori e godere dei colori, quanto basta per pensare alla bellezza del proprio paese e sentirsi privilegiati di esserne parte.

« Il fine ultimo di ogni attività figurativa è l’architettura! »

(Walter Gropius, programma del Bauhaus statale di Weimar aprile 1919).

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L’Associazione Svizzera-Israele, con sede nel Ticino, è un’organizzazione laica e senza scopo di lucro ed è una sezione della Associazione Svizzera-Israele a livello federale.

Essa è stata fondata nel 1967 a Lugano e lo scopo della “ASI Ticino” è quello di diffondere la conoscenza informando l’opinione pubblica su Israele, la sua storia, l’economia, la scienza, la cultura e le arti, affinché si stringano sempre più dei legami tra gli Svizzeri e gli Israeliani.

Per maggiori informazioni  http://asi-ticino.org/

http://www.bauhaus-center.com/tours.php (dalle quali sono tratte anche le immagini relative alle costruzioni a Tel Aviv)

Per maggiori immagini è disponibile una pagina internet con l’elenco delle costruzioni della città Bianca : http://www.artlog.co.il/telaviv/list.html