Sotto cento strati di fotografia – Intervista a Jean Jacques Ribi

Un viaggio virtuale tra Panama e Svizzera

Intervista di Olga Daniele

Entrando nel mondo virtuale della fotografia di JJ Ribi, ci troviamo di fronte a una visione del mondo astratto ed interpretato dai simboli e concetti. Non è più una fotografia nel puro senso della parola ma è solo un mezzo per arrivare a un risultato finale e « aperto » al pubblico. Che cosa si nasconde in fondo all’opera, qual è il significato dei passaggi successivi e quando arriva il momento di fermarsi – lo scopriremo insieme all’artista JJ Ribi.

Olga Daniele  Come si posiziona nel mondo dell’arte?

olga-2-ribiJean Jacques Ribi  Il mondo artistico è in costante evoluzione e, come tutto nella vita moderna, è determinato dal mercato e dall’universo digitale. E’ una dicotomia interessante perché, sebbene da un lato l’estrema commercializzazione di ogni aspetto della nostra vita stia soffocando la purezza del gesto, d’altro canto il mondo social-mediatico permette una divulgazione dell’opera senza più il filtro della galleria, del mercante o del critico, avvicinando il pubblico in una maniera indipendente e creando una relazione diretta tra artista e osservatore senza più l’influenza cognitiva dell’ ‘esperto’.

In questo panorama mi discosto dalla sfrenata autopromozione social-mediatica alla quale molti si sottopongono benché non abbiano in realtà nessun messaggio al di fuori della vanificazione del proprio ego. Ho sempre cercato soluzioni indipendenti, mi piace essere un outsider sia nel mondo mediatico sia nel mercato, cercando sempre più di essere reperibile per l’autentico cercatore e meno per i consumatori di massa… un po’ come un vino pregiato che non si trova al supermercato ma è a disposizione di tutti gli avventurieri che autenticamente vogliono esplorare il mondo dell’enotecnica. Infine questa posizione riflette il mio approccio all’esperienza, dove rinnegando il mainstream globalizzato, mi caratterizzo per esperienze fuori da ogni tracciato : dall’ ashram sperduto nell’himalaya, alla comunità indigena nella selva centroamericana o la cultura sciamanica della valle sacra, il mio sviluppo personale/artistico è un viaggio alla ricerca dell’autentico in contrasto all’esperienza globalizzata.

Quali sono le particolarità della tecnica fotografica che sta applicando per esecuzione delle sue opere ?

JJR  È una tecnica che ho sviluppato in 10 anni di lavoro, articolando le varie esperienze tecniche acquisite nel percorso. Senza dubbio la prima influenza è stata l’esperienza da regista in pubblicità dove, a parte imparare fotografia e luci, il lavoro consiste nel processo di raccontare una storia attraverso diversi ‘shots’ per poi combinarli in post-produzione, in una sintesi che unisce l’analogico e il digitale nel prodotto finale. Trasferire questo processo alla fotografia ha senza dubbio creato il fondamento della mia tecnica, che ho poi successivamente evoluto attingendo all’arte classica: senza dubbio una figura a cui mi sono sempre ispirato è Leonardo Da Vinci, specialmente per il suo essere poliedrico e prolifico in diversi campi al di fuori della pittura (il mio modello ideale di artista). In particolare considero sublime la sua tecnica delle ‘Velature’ che consiste nella ripetuta sovrapposizione di sottili strati di ombre, luci e colori, raggiungendo un livello di profondità e trasparenza dell’immagine mai vista in nessun’altra pittura. Allo stesso modo, in versione digitale, abbino al montaggio degli elementi in un’opera la sovrapposizione di textures, colori e chiaroscuri, sempre e solo utilizzando la fotografia: in media una mia opera supera i 100 livelli di sovrapposizioni, attraverso i quali mi dedico a integrare il corpo umano con il proprio ambiente, evidenziando l’intima relazione tra identità e contesto. Per questo ho battezzato la mia tecnica fotopittura, in quanto integrazione di due modelli artistici in uno, creando un ponte tra classico e moderno, dando all’opera sia la veridicità di una foto, come la fluidità di una pittura a olio.

Oggi tanti metodi e i « know how » artistici sono dettati dallo sviluppo tecnologico globale. Se domani si trovasse su un’isola deserta, quale metodo di espressione sceglierebbe in assenza di un computer ?

JJR  Dico sempre che l’artista e l’Arte non devono mai essere prigionieri della tecnica; l‘espressione deve essere libera di includere ed utilizzare tutti gli elementi ambientali a disposizione. Ovviamente vivendo una vita digitalizzata, a modo suo l’Arte si trova a riflettere ed includere elementi digitali, che a mio avviso, permettono una varietà e un dettaglio di espressione mai visti prima. Allo stesso modo non vedo l’arte legata né alla tecnica, né al preconcetto dell’arte stessa… in un’isola deserta la sola sopravvivenza, l’integrazione armonica con l’ambiente potrebbe diventare un’opera… In fondo, se vogliamo essere concisi, fare arte è principalmente gestire gli elementi a disposizione in maniera sublime, per cui l’artista autentico credo debba elevare ogni aspetto della propria vita a opera d’arte, incluso la vita su un isola deserta; non credo alla bellezza fine a se stessa, che è infine solo virtuosismo, credo che la funzionalità e l’efficacia siano parti integranti del sublime, elementi indispensabili perché un’opera venga assorbita nella cultura ed entri a far parte della storia, come ogni movimento artistico degno di nota: per esempio, il surrealismo ha integrato nella nostra cultura la connessione con i sogni ed il subcosciente, l’attenzione al mondo della psiche; il cubismo ha portato al pubblico il pensiero astratto, l’abilità di considerare diversi aspetti di un soggetto sullo stesso piano logico etc…

Studiando le opere delle sue collezioni sono rimasta impressionata dal loro carattere forte e provocatorio. Utilizzando tali opere come mezzo di comunicazione quale sarebbe il messaggio principale che vuole lanciare al pubblico ?

JJR  Credo che avere un messaggio sarebbe diminutivo e limitante; le più grandi gesta avvengono senza secondi fini, senza obiettivi troppo definiti in quanto credo ci sia una incommensurabilità universale che non si può racchiudere nella limitata comprensione umana. Certo l’intenzione aiuta, ma con tutta onestà le cose che più mi hanno impressionato sono quelle frutto dell’abbandono al flusso interno, la percezione del ‘panta rei‘, l’attingere alla grandezza che ci circonda. Per quanto ci ostiniamo a classificare, spiegare, definire, il gesto più grande a livello di consapevolezza è ammettere la propria ignoranza e allo stesso tempo comprendere come tutto è connesso, saper leggere lo spartito dell’armonia che ci circonda e fare del proprio meglio per stare a tempo, seguire il ritmo ed entrar a far parte dell’armonia stessa.

olga-1Tra le sue opere eseguite fino ad oggi quale è la sua preferita ?

JJR  Quella che non ho ancora fatto è sempre la mia preferita, o almeno quella che più mi attira.

So che la Svizzera ha un significato importante per te ed il giorno d’oggi lavori a Panama. Come ti senti inserito nella realtà di un altro paese e come la fusione tra la madre terra adottiva e le tue origini influisce sulla tua arte?

JJR  Credo che un artista debba trovarsi in un ambiente che lo rifletta nel suo intimo. Panama ha varie qualità importanti per me :

  • è un posto di frontiera verso il futuro, nel senso che è un paese in boom evolutivo, dove tutto è ancora da fare e poco è stabilito… Ciò permette di discostarsi dagli errori del 19° secolo ormai intrinseci al sistema di vita di molti paesi europei e lanciarsi verso un futuro ignoto ma avvincente.
  • E’ un ambiente cosmopolita dove coabitano allegramente diverse culture e comunità come Indu, Cinese, Ebrea, Hispanica, Indigena, Europea ed ovviamente Americana; un ‘melting pot’ che mi piace vedere come un modello in scala del mondo, dove posso comparare e soprattutto integrare usanze, idee, concetti provenienti da tutto il mondo.
  • La natura selvaggia e primaria che mi circonda è, credo, la mia fonte d’ispirazione più importante, mi nutre nel profondo e mi mantiene umano, in contrasto alla grande meccanicizzazione dell’identità moderna. Detto tutto questo, mi sento molto svizzero nel mio lavoro, e possiamo addirittura dire che la mia arte è dove il mio essere svizzero meglio si esprime. Quando ‘fotodipingo’ mi sento come un mastro orologiaio, combinando centinaia di micromeccanismi in maniera esatta e perfettamente organizzata, dando sfogo alla mia necessità di ordine, pulizia e correttezza di esecuzione.

In ogni caso, benché Panama sia la mia base, non mi sento geograficamente vincolato e vivo liberamente la mia multinazionalità indipendentemente da dove io sia.

olga-3Un famoso critico d’arte ha definito lo scopo dell’arte contemporanea come non dare più le risposte ma porre le domande. Quale sarebbe la domande che vorresti porre al mondo d’Arte ?

JJR  Se dopo 4000 anni di storia dell’arte abbiamo sempre visto che i grandi artisti sono incompresi dai loro contemporanei, perché ci si ostina a rifiutare il diverso e a inalzare ciò che sembra logico… Molti hanno evidenziato l’analogia tra l’artista ed il percorso ‘cristico‘; in questa prospettiva è come vivere in un mondo in cui ogni generazione crocifigge i Gesù e libera i Barabba.

Quando impareremo dalla storia e quando riusciremo ad acchiappare la nostra vera contemporaneità? Sembra che viviamo sempre in ritardo, agendo per poi comprenderci attraverso i nostri errori. Sogno un mondo dove la nostra coscienza si sincronizza con il contemporaneo, smettendo di rincorrere la propria comprensione… ci arriveremo ?

Esclusiva di Ticinolive