Politica fiscale e politica monetaria – di bike

wi-bike-md-x1) Ristabilire l’equilibrio delle finanze pubbliche è una delle “virtù” che fa parte del vezzo genetico della politica fiscale fine a se stessa, intravvedendo nella sua pratica l’equilibrio del bilancio unicamente attraverso degli introiti fiscali. È una prassi politica d’altri tempi prevalentemente $inistroide e delle dottrine liberali radicali pavide, assoggettate ai loro interessi personali e di lobby.

Sono appunto dei “lobbisti” forse anche troppo ardenti, della politica fiscale e quindi, qualunque siano le loro dichiarazioni pubbliche, intravvedono nell’equilibrio di bilancio solo una sopravvivenza ingenua delle ataviche credenze. Non è ormai più vero che la recessione segue l’inflazione e a sua volta alla recessione la disoccupazione. Le misure economiche di politica fiscale e monetaria, riescono a curare l’inflazione creando recessione e disoccupazione. Solo una forte disoccupazione può frenare l’inflazione e non c’è di che esser fieri di questo ingranaggio malevolo e perverso.

Una globalizzazione senza regole ha poi completato il triste quadro economico attuale. A nessuno viene in mente di accusare le politiche monetarie e fiscali. Ci si rassegna, come di fronte ad un fenomeno naturale ed alla catena fatale dei cicli economici…creati ad arte. Solo la ripresa viene attribuita all’iniziativa e allo sforzo ponderato degli uomini, e con una notevole faccia tosta gli economisti del “cacao meravilliao”, si congratulano persino a vicenda per la rapida ripresa economica che “loro” e solo “loro”, sono riusciti a realizzare.

Di questi tempi poi, se i consiglieri economici del governo non si congratulano da sé, nessun altro si felicita dei loro risultati miseri. Se un economista ti chiede d’accettare le sue opinioni come Vangelo perché poggiano sulla sua “sapienza”,….non credere a una parola di quello che dice. Se poi questi hanno un minimo di faccia tosta , ….non hanno mai torto.

2) Quando le istituzioni, gruppi e individui hanno un notevole potere sui propri redditi, prezzi e profitti e si sottraggono alle leggi del mercato, contribuiscono ad incrementare l’inflazione in due modi. “In primis“ aumentano i loro prezzi ed i loro salari (cioè la parte più importante dei loro redditi) in maniera esponenziale. Ma se i prezzi ed i salari per alcuni sono dei redditi, per altri rappresentano dei costi. È notorio che l’aumento dei costi fa immediatamente lievitare l’insieme dei prezzi dei prodotti e/o servizi. È quello che si chiama “inflazione attraverso i costi”.

L’altra tensione inflattiva ha origine nel credito bancario sottovalutato dagli economisti del “cacao meravilliao”, dovendo assorbire i prezzi gonfiati dall’aumento dei costi di produzione, le aziende devono chiedere più prestiti se vogliono mantenere il livello alto dei loro affari… e profitti. Questo fattore si addiziona all’aumento dei prezzi e dei salari e quindi va a gonfiare la massa monetaria, cioè a finanziare l’inflazione. In questo modo, per frenare l’aumento del ricorso al prestito, le misure tradizionali non basteranno più. Giocoforza sarà necessario applicare una politica monetaria brutale ma necessaria, che colpirà inevitabilmente i tributari del prestito più vulnerabili. L’inflazione attraverso costi stimola i prestiti bancari e la restrizione del credito rallenta la corsa, ma con effetti diversamente spiacevoli e distribuiti inegualmente.

Infatti ogni reddito che aumenta ha lo stesso effetto inflattivo e costituiscono un elemento dei costi di produzione. Questo perverso ingranaggio ha una soluzione nel riconoscere che il peso delle misure restrittive dev’essere equamente ripartito tra tutte le parti sociali e che nessun gruppo può farsene carico da solo.

È bene il compito della politica di governo far sì che l’aumento dei salari non superi il ritmo del costo della vita. Tocca all’autorità di governo guidare il negoziato e l’accordo e far capire l’importanza di questo equilibrio. (patto sociale, contratto morale, politica dei redditi, politica dei prezzi e salari, programma di controllo….). Abbiamo una classe politica di governo in grado di gestire adeguatamente questo importante compito? NO, e questo è il problema principale di questo millennio, iniziato in malo modo e che prosegue persino peggio.

Personalmente non ho nessun bisogno di incensare padronato e sindacati, e tanto meno gli ambienti politici economici e finanziari. La politica dei redditi alla quale mi riferisco dovrebbe essere inglobata in una serie di misure più vaste, in cui gli obblighi siano ripartiti in modo meno selettivo e più equo. Il controllo presuppone però che la responsabilità maggiore sia dei poteri pubblici.

3) È ormai assodato che l’economia di mercato è diventata una specie di maschera della ineguaglianza.
I Manager strapagati (ben oltre i loro reali meriti) anche quando la loro compagnia o istituzione fanno acqua, sono la prova provata che si può approfittare dei benefici del mercato, sia che la propria azienda guadagni , sia che perda. È ben difficile trovare un senso logico nel sistema del mercato libero, globalizzato senza regole minime. In realtà è difficile trovare un senso nel sistema del mercato libero quando “regalano” oltre 500’000 franchi di stipendio alla direttrice delle SBB/CFF/FFS per un lavoro rappresentativo, politico persino, che a detta di tutti svolge piuttosto male, e per contro uno stipendio misero ad un professionista con responsabilità infinitamente più importanti, complesse e stressanti che svolge con diligenza e successo. È pure assurdo pensare che il professionista serio, farebbe di più se avesse uno stipendio maggiore. Proprio come il capo di un’impresa si pensa che dia il meglio di sé, al di fuori di qualunque considerazione finanziaria. È una questione di etica, morale e senso civico.

4) Sarebbe un’economia sana quella dove i sindacati accettano di moderare le rivendicazioni oneste dei loro affiliati solo sotto pressione d’un tasso di disoccupazione molto alto e di rimando gli imprenditori rifiutano gli aumenti dei salari minimi solo in presenza di una notevole eccedenza di capacità (vedi frontalierato), con buona pace dei difensori dell’ortodossia classica (corporation)?

5) Le banche centrali gestiscono la moneta con operazioni di “mercato libero”, aumentando o diminuendo le riserve legali ed i tassi di interesse a loro piacimento, e questo a non avere dubbi è un potere arbitrario. Infatti chi controlla le banche centrali? Illudersi che siano i governi legittimi a controllare le banche centrali è una pia illusione riservata agli ingenui. Ai banchieri, agli esperti monetari, pure a Dio, un occhiata è concessa, ma ai governi legittimi no. Questo è ben un potere arbitrario e la politica monetaria e finanziaria non può porsi al di sopra della democrazia. È chiedere troppo ai “manager“, lautamente strapagati oltre i loro meriti, …un tantino di onestà, senso pratico e senso civico?

Cos’è l’inflazione? Cos’è la disoccupazione?

L’inflazione è l’aumento continuo dei prezzi nell’insieme, incluso i redditi e salari, soprattutto quelli privilegiati. La definizione di disoccupazione più approfondita è quella descritta da C.Coolidge che molto lapalissianamente ebbe a dire che: ”C’è disoccupazione quando la gente è…senza lavoro”. La crescita economica per contro è nulla di più e nulla di meno che l’eccedenza, oltre che monetaria, della produzione globale di tutto ciò che consumiamo, usiamo e investiamo.

Aumento della produzione e crescita economica significano la stessa cosa. È formato dal valore, al prezzo corrente di tutto ciò che viene venduto e prodotto nel corso dell’anno, in un dato Paese, ivi compreso il valore a prezzo di costo di tutti i servizi elargiti dallo Stato, pagato dai contribuenti attraverso le tasse. Il PIL ed il reddito nazionale sono tanto importanti in quanto strumento di misura della crescita economica. Tuttavia, rappresenta solo una parte delle cose della vita in quanto include solo ciò che può essere quantificato. Il lavoro di un giovane chirurgo svizzero di fama, ben retribuito entra sotto forma di stipendio che percepisce, nel PIL. Per contro, sua moglie che fa un lavoro altrettanto importante, dovendo occuparsi della famiglia composta dal marito e 4 figli minorenni, e della casa, non entra nel conto del PIL, perché non ha un salario.

Un ottimo modo per aumentare il prodotto interno lordo sarebbe infine, di includere l lavoro non retribuito delle donne. Molte cose non quantificabili appagano di più di altre quantificabili, ad esempio l’arte, l’amore, un habitat piacevole, autostrade libere aperte su un paesaggio gradevole e non nascosto da ripari fonici milionari faraonici e deturpanti. Qualcuno ha giustamente detto che bisognerebbe determinare la felicità nazionale lorda, piuttosto che il PIL. Vale a dire valutare meglio la qualità della vita piuttosto che la qualità dei prodotti.

Sistemi economici

I grandi temi della scuola “liberale” classica, sono quattro e tutt’ora attuali ed in vigore. (servirebbe un aggiornamento qualitativo).

1) Il motore dell’attività economica e la soddisfazione dell’interesse personale che porta ogni individuo a servire l’interesse della comunità….guidato (per usare le parole di Adam Smith) …da una mano invisibile.

2) La concorrenza è il meccanismo regolare del sistema e la leale “rivalità” fra le molte aziende per ogni ramo di attività. È il gioco naturale della domanda dell’offerta di un mercato libero e concorrenziale….al di fuori delle sanzione dell’UE mi verrebbe da dire. Infatti influenzare i prezzi del mercato è come controllare …il controllore.

3) Il potere regolare della concorrenza esclude ogni intervento statale, salvo limitare il rispetto della legge, dell’ordine e della difesa nazionale. Si può dire che meno il Governo governa … è persino meglio.

4) Preservare ad ogni costo il mercato e la concorrenza, in quanto rappresentano le garanzie del miglior sistema possibile. Maggiore è la zona di scambio e più vivace sarà la concorrenza e più forte il mercato.

La legge dei mercati

Secondo questa legge, che riprende le teorie di Adam Smith, ogni produzione o vendita, procura conseguentemente, sotto forma di salario, prodotto e vendita, …il reddito per acquistare quella produzione. Al profitto di ogni vendita corrisponde (si presume), un reddito destinato alla domanda del medesimo prodotto. Pure se i redditi non vengono tutti spesi, il risparmio (la base prima di ogni guadagno) restante viene richiesto in prestito, (compensato da un interesse) da qualcun altro. E se il risparmio non diventa prestito, i prezzi calano in modo da sostenere il potere d’acquisto e incoraggiare con questo la domanda. Questo sistema permette alla domanda di assorbire sempre la produzione.

Altre teorie economiche (J.M.Keynes) risultano superate (lo disse pure J.K.Galbraith) pur avendo avuto un importanza capitale. Keynes non ha però messo in discussione il ruolo motore e trainante dell’interesse personale, né il meccanismo regolatore della concorrenza e del mercato. Il “capitalismo” si presta però a molte riforme (toppe) più di quanto i puristi non vogliono ammettere o/e concepire. Essi si immaginano che la minima modifica, porti un colpo mortale al sistema, aprendo in questo modo le porte all’atavico comunismo sovietico. Infatti pure K.Marx, poco prima della sua morte, si rifiutò di sottoscrivere certi passaggi della sua opera e si dichiarò …non marxista (questo però gli economisti della $inistra non lo dicono).

Le moderne “Corporation”

Le differenze tra la piccola o media impresa e la grande, si evidenziano non solo nelle dimensioni ma evidentemente nella struttura e nel ruolo della vita economica. Nella misura in cui le imprese diventano più grandi, la loro struttura e i loro obiettivi mutano, ed il loro potere si estende ben oltre la politica dei prezzi. Non esiste per questo, merito alcuno nel constatare che tra la piccola e la grande impresa vi è una grandissima differenza. Non si comprende infatti che le grandi multinazionali, non abbiano le stesse caratteristiche di base del macellaio, del droghiere, del bar all’angolo e del contadino di montagna.

La “teoria” dell’impresa unica è ciò che di meglio è stato inventato per mascherare la realtà. Quali siano le circostanze nelle quali le imprese vengono travolte dal “gigantismo” é facilmente dimostrato fin dai tempi della “Bolla dei Mari del Sud” che gettò il discredito sulle società per azioni, scatenando la speculazione che regnò a lungo nell’Inghilterra del diciottesimo secolo.

In seguito questa tendenza conquistò gli USA, dove gli abusi, le frodi ed i monopoli insiti nel gene americano erano superiori ai loro vantaggi. Questa epoca contagiò poi la Francia (clamorosa bancarotta) anche se si trattava di banche. Nella misura in cui la produzione industriale aumentava e diminuiva tecnologia, cresceva la dimensione della “corporation”. Questo avvenne per la siderurgia, le fabbriche di armi, le industrie petrolifere e chimiche, i cantieri navali ed i trasporti marittimi. Da allora la tendenza al gigantismo non si è mai fermata.

Alla società del consumo di massa corrisponde la società della produzione di massa, che però non spiega perché molte “corporation”travalicano i confine della loro impresa, occupandosi di alberghi, assicurazioni, autonoleggio (una vera sanguisuga) e persino di rivoluzioni e contese elettorali (elezioni USA docet). Questa tendenza al gigantismo si spiega con la volontà di potenza, di costruire un impero, del complesso napoleonico applicato al mondo degli affari.

Cercare un codice di onore, in questa giungla è impresa titanica. Ovviamente questa espansione selvaggia, ricompensa i suoi artefici ed innesca il perverso meccanismo dei “superstipendi”.

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