27 gennaio. Un giorno per non dimenticare

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Giornata Internazionale della Memoria 2017

Il 27 gennaio 2017, Giornata Internazionale della Memoria, l’Associazione Svizzera-Israele e la Fondazione Federica Spitzer propongono con LuganoInScena una serata al teatro LAC di Lugano. L’evento prevede un concerto diretto dal Maestro Issak Tavior con l’ensemble della German Radio Symphony Orchestra e con i cori Misgav HaGalil Choir e Zamir Chor Bayreuth e il soprano Barbara Baier, nonché la lettura di brani di Primo Levi, Etty Hillesum e Federica Spitzer.

Istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Giornata della Memoria vuole essere un momento di raccoglimento che invita a ricordare i milioni di vittime della Shoa e ad onorare i pochi che ebbero la forza e la ventura di sopravvivere e testimoniare l’ Olocausto servendo da monito per le future generazioni.

L’Associazione Svizzera Israele Ticino (ASI) ha tra i suoi scopi anche quello di testimoniare e ricordare la Shoa, affinché l’orrore non si ripeta mai più. Per questo, da anni è impegnata in Ticino nell’organizzazione della Giornata della Memoria, che ricorda la liberazione del campo di Auschwitz come testimone di tutti i campi di sterminio.

Per l’evento commemorativo di quest’anno, l’Associazione Svizzera Israele ha scelto un ensemble musicale e coristico di fama internazionale: l’orchestra German Radio Symphony Orchestra diretta dal Maestro Issak Tavior, con i cori Misgav HaGalil Choir da Israele e Zamir Chor Bayreuth dalla Germania, che il 26 gennaio 2017 si esibirà alle Nazioni Unite di Ginevra. In programma, l’interpetazione di brani di Giuseppe Verdi (La forza del destino. Pace, pace, mio Dio); John Williams (Schindler’s List); Issak Tavior (And I pleaded: comfort my People e Mt. Sinai Oratorio); Giuseppe Verdi (Nabucco).

Federica Spitzer – scampata al Lager di Theresienstadt e vissuta a Lugano per cinquant’anni, alla quale la Città ha dedicato una via – ha consegnato la sua testimonianza in un libro (“Anni perduti”) e in un Fondo depositato negli Archivi Prezzolini della Biblioteca di Lugano che testimoniano la vita nel campo di concentramento, l’accoglienza in Ticino e il suo impegno educativo presso i giovani delle scuole ticinesi. Come sottolinea la presentazione di LuganoInScena, “la sua testimonianza è un manifesto contro l’assuefazione al male e contro la vacuità intellettuale, culturale e politica dell’Europa di fronte alla barbarie che la minaccia. Nel contempo, è un invito ad individuare l’origine dei conflitti odierni nella convinzione positiva che è possibile superarli”. Durante la serata, la Fondazione Federica Spitzer a lei intitolata conferirà il Premio Spitzer ad una scuola ticinese.

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da “La tregua” di Primo Levi

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.