La globalizzazione ha diminuito la fame nel mondo? Ne siamo sicuri? – di Massimo Alberti

L’articolo del senatore Ichino ha suscitato, tra l’altro, questo interessante e corposo commento, che presentiamo separatamente.

E23- 13-05-98- AKON, SUDAN. ECO. AGRICOLTURA: FAME NEL MONDO. A small boy sweeps up red sorghum seeds in the village of Akon in Southern Sudan 11 May. The World Food Programme is currently air - dropping food to thousands of South Sudanese who are facing starvation. ANSA /ALESSANDRO ABBONIZIOMASSIMO ALBERTI   Trovo la esposizione di Ichino una descrizione fuorviante e che allontana dalla realtà. Paragonare l’epoca dei primi telai a vapore con l’epoca della informatica,automazioni,robotica a mio parere, e non solo mio, è un errore direi perfino grossolano. Se all’epoca avevano sopravvalutato la portata del telaio a vapore come potenziale concorrente dei lavoratori (manuali) oggi ad accettare il punto di vista di Ichino si fa l’errore opposto, cioè si sottovaluta la portata del mix di tecnologie in campo per soddisfare i bisogni dell’essere umano nella società del consumo, dicendo che non è concorrente dei lavoratori (manuali). Dei 7,5 miliardi di cittadini al mondo sono una minoranza coloro che hanno titoli di studio in grado di essere utili nella corsa tecnologica, la maggioranza resta disoccupata a guardare a lavorare i robots. Al tempo dei telaio a vapore c’era la lotta tra classi sociali all’interno di ogni Nazione. A quell’epoca si stava alzando la piramide sociale stratificando la middle-class che fu fondamentale nel trainare i consumi di quel che si produceva. Al tempo di internet, automazioni, robotica e globalizzazione la dinamica è completamente differente. Tutto da vedere con dati alla mano che la globalizzazione abbia diminuito la fame e povertà del mondo, sono enunciati facili da affermare ma non altrettanto da dimostrare. Assumere ciò come verità è la genesi di ragionamenti errati. La conclusione a riguardo della perdita di 300mila indigeni a favore degli immigrati dovrebbe far riflettere sul perchè i nostri se ne vanno e non assumerlo come motivo che giustifica la necessità di immigrazione. La immigrazione è un business mentre avviene e poi prepara i paesi ex ricchi a diventare i futuri paesi low-cost per le Corporations. Non confondiamo causa con effetto ! Inoltre affermare che gli immigrati contribuiscano alle casse pensionistiche è una grande distorsione della realtà. La realtà è piuttosto il contrario fatta di immigrati che attingono alle casse sociali che sono state alimentate dagli indigeni europei che espatriano, chi con una pensione che non è più suffiente (in aumento quelli senza) a vivere dove si è svolta la propria vita, chi più giovane è disoccupato ed emarginato (pur con lauree in tasca) dalle politiche che sono pianificate per soddisfare la formula del profitto rapido nel mondo globale. Quei 300mila che lasciano quindi sono un effetto e non la causa della immigrazione. se sono giovani laureati disoccupati si dirà loro che non si adattano a lavori umili, per tutti gli altri disoccupati si dirà che non trovano lavoro perchè non hanno adeguata formazione. Si prenda una decisione suvvia ! Entrare in una analisi di dettaglio in questo contesto non è certamente possibile e non la si risolve con un commento perchè richiederebbe ben più spazio però qualche sintesi da lasciare sul tavolo della discussione e che potrebbe far riflettere si può certamente fare. La prima è che “l’artigianato crea posti di lavoro e la automazione industrializzata crea disoccupazione ed emarginazione laddove arriva” la seconda è che “la globalizzazione è come Robin Hood, va a produrre dove ci sono i poveri migliorandone poco alla volta la economia e va a vendere dove ci sono i ricchi peggiorandone rapidamente la economia” la terza è che “se prima le classi povere e ricche erano una realtà che doveva gestire e cercare di risolvere ogni governo di ogni paese, oggi la gestiscono le Corporations mondiali che decidono a quali paesi portare lavoro ed economia e a quali sottrarre lavoro ed economia e per far ciò si sono impossessati della politica e della finanza.