La bellezza di un capolavoro: “Nanà” di Émile Zola

da Opinione Liberale, per gentile concessione (immagini scelte da Ticinolive)

[Mettiamo a confronto la Nanà di Chantal Fantuzzi con quest’altra Nanà; Red]

Straordinaria e atroce nel libro la figura del conte Muffat, ricchissimo, debole, ingenuo, perdutamente innamorato della puttana, ingannato, deriso e infine totalmente rovinato. Un sublime infelice. Grande, grandissimo, immenso Zola.

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L’opera che vi proponiamo non costituisce certamente una novità nell’universo letterario europeo, anzi. Nanà viene presentata alle stampe nel 1880 e costituisce il nono romanzo del ciclo zoliano Les Rougon-Macquart, serie che si compone di una ventina di opere che hanno l’intento di affrescare gli usi e i costumi della Francia di fine XIX secolo [la Francia del Secondo impero, sotto Napoleone III, estinta nel 1870; ndR]. Un romanzo vecchio, dunque, ma che non poteva invecchiare meglio. La trama è semplice: le pagine del romanzo seguono un tratto della vita di una giovane donna, Nanà appunto, attricetta di quart’ordine, ma irresistibile e capricciosa, che sfrutta la propria avvenenza (sua unica qualità vera) per condurre una vita sopra le righe. La vicenda è dipinta sullo sfondo della Parigi bene. Nanà è, riducendola ai minimi termini, la storia di una mantenuta di lusso. La semplicità della trama non coincide però con una leggerezza di lettura: l’opera tratta con viscerale naturalezza elementi crudi, propriamente raccapriccianti se si pensa al fatto che si sta leggendo una storia assolutamente verosimile. La vicenda germoglia dall’universo teatrale, dichiarando così fin dall’inizio (implicitamente) gli ingredienti costituenti lo spessore umano dei personaggi che vi prendono parte, ovvero

l ’appariscenza, la volgarità, la frivolezza. Nanà è come il palco che calca per esibirsi, o meglio, per mettersi in mostra e per vendersi. E’ sfavillante sotto le luci della ribalta, bellissima e desiderabile, ma fetida e nauseante nei cunicoli pervasi dall’ombra che si snodano dietro le quinte. Il teatro è dunque un pretesto, una metafora utile a descrivere altro. Partendo dal palcoscenico il romanzo si snoda poi all’interno di altri ambienti, apre le porte di sfarzose sale di palazzi parigini, descrive in maniera superba l’aria di festa che pervade un Grand Prix, ma si infila pure nelle claustrofobiche vie dei sobborghi della Ville Lumière. Il lettore, che non deve essere schizzinoso, si trova così sballottato all’interno di svariati ambienti, gli uni diversissimi dagli altri. Tuttavia non vi è una vera e propria evoluzione di situazione, che rimane sempre molto simile a sé stessa: Nanà è una mangiatrice di uomini insaziabile, che non guarda in faccia a niente e a nessuno pur di saziare la propria fame di vizi e di lusso. L’unico cambiamento che è possibile osservare è la disperazione crescente di chi cade vittima del maleficio della bellissima belva, che non segue un codice morale, non ha uno scopo, vuole solo consumare, prosciugare chi le sta attorno. Capitolo dopo capitolo Zola spinge chi lo segue ad odiare sempre di più la protagonista, che diviene nauseante ed insopportabile. Odio che però non lascia semplice indignazione, ma che è spunto di riflessioni. La figura dell’antieroe forse non è mai stata così prolifica. Lo stile, la naturalezza, la facilità e le descrizioni riuscitissime che Émile Zola regala in questo romanzo, riconosciuto come il suo capolavoro assieme a L’Assommoir, fanno di Nanà un libro freschissimo, che conserva ancora un grande grado di attualità di significato. La bellezza di questo capolavoro è ridata in italiano dalla recente traduzione di Donata Feroldi, per Feltrinelli.