Manet conquista Milano con lo Splendore di Parigi – nella mostra, l’epicità del quotidiano

Inaugurata dieci giorni fa, la mostra a Palazzo Reale è aperta sino al 2 luglio

di Chantal Fantuzzi

Manet, Il balcone, 1868

“Il vero pittore sarà colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico” aveva detto Baudelaire, in conclusione del suo discorso d’apertura al Salon, nel 1845. Parigi s’apprestava a divenire la Ville Lumiere e da lì a poco, dal 1852 al 1870, sotto l’ingente opera del barone Haussmann, prefetto della Senna, e dell’ambizioso Napoleone III, la capitale del Secondo Impero avrebbe cambiato quasi totalmente fisionomia: venti arrondissement ne avrebbero infranto il medioevale accatastamento di edifici sorti caoticamente, creando ampi spazi residenziali e lussuosi palazzi in larghe vie nelle quali- utilità primaria, date le recentissime sommosse ancora vive nei cuori timorosi dei borghesi-  non sarebbe più stato possibile creare le famose Barricate. In un’epoca d’effervescente cambiamento, occorreva ricorrere all’arte attraverso un linguaggio nuovo, capace di trovare, per l’appunto, l’epicità nel quotidiano. Criticati, combattuti, e solo alla fine compresi, ma poi osannati, emulati, eternati, gli Impressionisti furono coloro che seppero cogliere più d’ogni altro il cambiamento epocale che preludeva alla fin du siècle, ove, prima che l’Europa morisse all’esplosione del grande conflitto mondiale,  il bel mondo fiorì, come un canto del cigno, nelle sue mille sfaccettature di purezza, seduzione, ambiguità.

Manet, Emile Zola, 1868

Manet, La fuga di Rochefort, 1881

Manet dipinge i protagonisti della nouvelle époque parigina, incentrando la sua attenzione, come l’amico e rivale Degas, (e a differenza del paesaggista Monet) sull’uomo. Letterati attenti alla realtà sociale, come Zola, suo ammiratore e difensore, (quando la critica imputò al pittore d’aver peccato d’impudicizia nella tizianesca e attualizzata Olympia, lo scrittore difese con veemenza) ritratto in una composizione quattrocentesca attualizzata, con riferimenti diretti alla sua stessa arte (sul tavolo compare il saggio scritto da Zola stesso e intitolato “Manet”); poeti cantori della perfezione del quotidiano, come Mallarmé; indi politici sovversivi e costretti alla fuga come il romanzesco personaggio Rochefort, dipinto dal maestro in fuga, in un quadro in cui a dominare è però il mare, raffigurato con imponente maestria tanto da incutere, quasi romanticamente, il senso di perdizione dell’infimità dell’uomo al cospetto della vastità della natura;  chiari di luna che si riflettono su diafane figure portuali, e poi, per dimostrare la padronanza del colore, splendide e semplici peonie recise, profonde nelle loro pennellate di svariate graduazioni di candore.  Poi, dopo il viaggio in Spagna, il fruttuoso ritorno con una memoria densa di colori ed emozioni forti come quelle pulsanti negli occhi neri della ballerina Lola di Valencia che posa seicentescamente alla Velasquez,  giudicata però dallo sguardo troppo allusivo, ma innegabilmente innovativa per l’aggiunta dello squarcio del teatro retrostante alla ballerina. Manet riesce a rendere il quotidiano nella sua emblematicità, come nel caso del piccolo Pifferaio, che compare sulla locandina della mostra, bucando, come disse Zola, la tela, in uno spazio retrostante piatto e vuoto da apparire, non fosse per le grandi dimensioni, quasi un dettaglio di un’opera più vasta.

Théodule Ribot, san Sebastiano martire 1865

Proprio su questa dicotomia tra uomo e società si articolano le differenti visioni artistiche dei tanti altri artisti presenti alla mostra. E’ il caso di Ribot, che con il suo San Sebastiano martire soggetto tanto caro alla perfezione fisiognomica quattrocentesca, ritrae un uomo realista e morente, quasi caravaggesco (e proprio di Caravaggio tratterà la prossima esposizione, sempre a Palazzo reale, in autunno 2017). O ancora, Lenepveu che si rifà al barocco per il progetto della cupola dell’Operà.

Degas, il foyer della danza al teatro dell’Operà

Jean Béraud, Una serata, 1878

Poi ancora Renoir, col fascino dei dettagli per il lusso, come un bouquet di una dama appoggiato su una sedia di velluto, e Degas, ammirato dalla forza d’animo delle ballerine, estenuate dalle lunghe prove. Spettacolo e Spettori compongono un mondo che affascina gli impressionisti, attenti allo sguardo di dame distratte e ai commenti sottesi di signorotti dai cappelli a cilindro. Jean Beraud porta in scena un elegantissima serata in un salotto parigino alla fine degli anni ’70 del secolo decimonono: donne in scollatissimi ed eleganti corsetti, con crinoline che preludono alle gonne attillate del secolo successivo e uomini in nero lucente intenti a dissertar tra loro, con pensieri, possiamo maliziosamente dedurre, rivolti alle doti delle protagoniste della serata.

 

 

 

 

Jacques Joseph Tissot, Il ballo, 1878

Una giovane dama è invece portata in scena da Tissot, ritratta in uno scintillante abito di pizzo giallo e intenta tanto a guardarsi intorno quanto a trascurare il suo anziano accompagnatore. Alle di lei spalle s’intravede la società dell’alta borghesia del Secondo Impero: corpulente dame intente a discorrere sulla gioventù da lor ormai fuggita.

Eva Gonzales, Un palco al Theatre des Italiens, 1874

Berthe Morisot ritratta da Manet con il ventaglio

Il teatro come luogo d’incontri e pettegolezzi è portato in scena da due pittrici talentuose e temerarie, Eva Gonzales, che ritrae una coppia intenta a sbirciare i convenuti e Berthe Morisot, che s’ispira a Madame Bovary (romanzo che la pittrice aveva letto dieci anni prima) per dipingere una giovane donna incorniciata da finta modestia ed emanante sfrontatezza e consapevolezza d’azione. Entrambe le pittrici furono modelle e allieve di Manet; Eva con il bouquet ritratto nel suo palco omaggia infatti la maestrai floreale del maestro; Berthe divenuta poi cognata di Manet stesso, fu da lui ritratta più volte, compare infatti, con il suo sguardo profondo e intenso nel Balcone e c’è chi azzarda un rapporto intimo fra i due artisti. Berthe fu la prima donna ad entrare nel circolo degli impressionisti, stimata e ammirata dai colleghi, criticata dagli accademici, dopo la precoce morte, fu riconosciuta dai componenti della sua cerchia come una grande artista e nel primo anniversario della sua scomparsa fu allestita una magnifica esposizione con quasi un centinaio dei suoi dipinti.

Jean Béraud, L’attesa, 1885

Giovanni Boldini, scena di festa, 1889

Auguste Renoir, Madame Darras, 1868

Poi la Parigi dei bassifondi, del mal costume, delle prostitute e dei vagabondi. Nana di Zolà aveva fatto centro, ritraendo la donna bella quanto dannata. Bèraud ritrae una “cortigiana” della modernità, impeccabile nella sensualità celata dal nero; Giovanni Boldini una fumosa taverna in cui si svolge una sconveniente quanto travolgente festa “del malaffare”, Stevens, infine, porta in scena una realtà scarna e allo stesso tempo teatrale, di una madre senzatetto scacciata con i suoi bambini. Al centro, con un taglio classicheggiante, una bella passante offre un portamonete, ma il suo gesto viene impedito dal gendarme. Una Francia che rispecchia un mondo, una società che prelude alla sua stessa fine: il bel mondo corrisposto dai suoi stessi bassifondi; tre classi sociali, ognuna con la propria arte come uno specchio: la nobiltà, la borghesia e il proletariato. Un mondo ineffabile, come le passanti di Renoir velate di nero per quel mistero, ombra di quello stesso universo, di mistero e fascino al contempo.  Un mondo perduto, eppure ancor vivo nell’immaginario collettivo, di quell’umanità che sempre tende all’ineffabile. Un universo revocabile attraverso gli occhi degli artisti che di esso seppero cogliere – per concludere con le parole del cantore di quella Parigi dai mille volti, con cui abbiamo iniziato, Baudelaire- il lato epico della quotidianità. Poiché ogni epoca storica, fuggita, può esser evocata attraverso l’arte come vivida, eterna, memoria.

Albert Stevens, Ciò che viene chiamato vagabondaggio, 1854

Manet e la Parigi Moderna; Milano Palazzo Reale, Piazza Duomo, 12
dall' 8 marzo - 2 luglio 2017
orari. martedì, mercoledì, venerdì e domenica: dalle 9.30 alle 19.30
giovedì e sabato: dalle 9.30 alle 22.30
lunedì dalle 14.30 alle 19.30
Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. 
Prezzi: Intero 12,00
Ridotto: 10,00 (visitatori dai 6 ai 26 anni, over 65, handicap, soci Touring Club, FAI, "Lunedì Musei", militari, insegnanti.

Info e prevendite: 02/928003775
www.vivaticket.it
www.manetmilano.it