Così Hitler e la Braun divennero cenere – lo dichiarò nel 2007 la polizia sovietica del Fsb (ex Kgb)

Ieri abbiamo pubblicato un articolo che riportava la notizia secondo la quale Hitler sarebbe un 128 enne ancora vivo in Argentina, in seguito alle dichiarazioni dello stesso centenario in questione.

Tuttavia nel 2007 nove documenti inediti emersero dal Dipartimento Registri e Archivi del Fsb (ex Kgb) provando che i resti di Hitler e la Braun (come del resto si ipotizzava anche precedentemente) fossero stati in mano sovietica, prima di essere bruciati, le ceneri disperse nell’Elba.

Due verbali sovietici rivelarono il come e il quando. il 4 aprile del 1970 a Mandeburgo i corpi di Hitler e della Braun furono riesumati, per poi essere bruciati all’alba del giorno successivo, a 11 km, a Schenbeck. La cenere, mischiata sino a divenir poltiglia, venne dispersa, come scritto, nelle acque di un non specificato fiume vicino. Lì scorre l’Elba, fiume pertanto ipotizzabile.

Juri Andropov fu colui che ideò l’epilogo dei resti degli artefici del terrore europeo.

Tornando all’ultimo atto della II Guerra Mondiale, il 2 maggio 1945 erano infatti stati trovati i cadaveri carbonizzati di Goebbels e sua moglie, nonché i loro figli avvelenati, distesi su un letto.  A 3 metri di distanze, due cadaveri carbonizzati questa volta non riconoscibili: si poté soltanto dedurne che uno fosse maschile, l’altro femminile. Il documento – classificato come “Fondo agenti – procedimento di ricerca relativo ad Adolf Hitler” riporta come questi vennero seppelliti esattamente un mese dopo, in una fossa poco profonda, segnalata con il numero 111. Su essi l’Urss riservò il silenzio più assoluto.

Goebbels carbonizzato

la fuga dei gerarchi nazisti, sulla quale Mosca non rispose mai, indusse a ipotizzare che tra essi vi fossero anche Hitler e la Braun. La questione del cadavere di Hitler iniziò a divenire una sorta di arma a doppio taglio per l’Urss che così affidò a Andropov il compito di disfarsene.

il 20 marzo 1970 l’Operazione Archivio – così fu denominato il processo di riesumazione – riesumò la cassa di legno nel quale erano contenuti i resti delle due persone, per poi distruggerli per sempre.

Il tutto fu certificato da un foglio scritto in una sola copia,  a mano. La tanta riservatezza sul fatto fa pertanto dedurre conclusioni relative all’effettiva realtà dei fatti certificati.

Di più, la storia non concede di sapere.