Rolando Benedick: “Il Leopard è dei Cinefili, il Pardo è del Pubblico, Netflix &Co è il futuro”

Rolando Benedick presidente del Leopard Club, eclettico, colto e ovviamente cinefilo, si racconta a Ticinolive. è il fondatore del Leopard, prestigioso anello di congiunzione tra cinefilia, cultura e futuro.

Parla di cinema

la mia attrice preferita? Catherine Deneuve. La nuova frontiera del cinema? Netflix e gli altri canali, per il " posso guardarmi un film dove, come e quando voglio".

e non risparmia critica all’attualità:

La La Land? Non meritava tutto questo successo. Emma Stone? Non so come l'abbia ottenuto. Revenant? Dopo un'ora sono uscito.

 

“A Parigi e a Milano coltivavo la cinefilia, assieme a mia moglie. Era il cinema degli anni ’70, e ne seguivamo tutte le novità che uscivano, sia di qualità che popolari. Poi il Locarno Festival ebbe un calo improvviso e fortissimo. Così Gianini dell’UBS pensò di far entrare il festival nella nostra sfera, ingaggiando sponsor e innovazione. Ho collaborato con il Festival per 10 anni, sino agli anni ’90. Fu una potenza! Ma non solo per merito mio, quanto piuttosto grazie al presidente di allora. Poi siamo usciti come sponsor, poi ancora è arrivato Marco Solari, alla richiesta del quale ho accettato con grande piacere di essere di nuovo uno sponsor, e dopo ho – abbiamo – deciso di creare il Leopard.”

Leopard è l’estensione del letterario Pardo?
È semplicemente la storia di come un gruppo di amici cinefili abbia pensato di estendere il cinema agli interessati o amanti di esso, renderli partecipe, ampliarne il vortice della partecipazione.
Cosa pensa di Marco Solari?
Che sia una fortuna averlo come presidente!

In rassegna al Pardo70 molti sono i film d’essai, ma non manca ad esempio Atomic Blonde che a breve invaderà le sale d’ogni sentire. Quale pensa sia il rapporto tra il cinema d’autore, d’élite, e quello invece popolare?
Il Festival ha il dovere di portare film per tutti i generi del mondo, di essere all’avanguardia per il grande pubblico, di far vedere quello che potrebbe essere il film del futuro, poiché il cinema, che lo si voglia o no, sta cambiando.

Rolando Benedick (foto di Francesco De Maria, Ticinolive)


In che direzione?
In tutte. C’è chi dice in negativo, chi invece pensa in positivo. Il futuro, a mio avviso, è dettato dall’emblematico arrivo di Netflix e le altre simili frontiere. Il mondo visivo sta cambiando fortemente, un attore guadagna più facendo una serie tv che un film. Una serie tv impiega circa 18 episodi, ognuno di circa 50 minuti con due storie che si intrecciano. Tutto ciò implica: 1) una concezione più rapida 2) minori logica e comprensione che normalmente non si hanno n un film di 100 minuti. Infine, tutte le nuove generazioni con i nuovi mezzi vanno meno al cinema. E soprattutto, un film lo possono vedere come, quando e dove vogliono.
Un vantaggio del singolo a svantaggio della cultura?
Nelle scene c’è cultura. Netflix fa anche film di cultura, che fanno riflettere. Poi vi sono quelli d’intrattenimento. Penso per esempio a House of card, The Good Wife, Suits (quella sugli avvocati), anch’io sul tablet guardo Netflix. È chiaro poi che il materiale è al 70% finzione. Creano spannung, tensione, interesse attraverso la finzione. Ma non è questo il problema.
Cosa è cambiato dai colossal del passato al Netflix di oggi?
Tutto. Dallo stile di vita, alle necessità, al modo di pensare. Le fake news, per esempio, ne sono un emblema. Mia nipote ha due anni e usa l’I-pad, quando guarda un giornale cerca di allargarne le pagine coi pollici.
Cos’è la tecnologia, oggi?
Un’altra relazione. Per alcuni negativa: ci si parla di meno, anche se si è in cinque o sei che si discute, si ha il telefono sottomano. Per altri positiva. C’è più comunicazione, ci si chiede “dove sei?” “cosa fai?”
Cos’è un selfie oggi?
È il momento che si vive. È il dire “c’ero anch’io che mi divertivo/svagavo/costruivo me stesso.
Perché sino a pochi anni fa non si aveva la necessità di condividere i propri attimi?
Ma lo si è sempre fatto! Si tratta di curiosità, e voglia da ambo le parti di soddisfarla. “Dove sei stato ieri sera?”
Ritiene che i registi non riescano a raccontare tutto a tutti, per la divergenza d’età che li separa dal pubblico (sia in termini di gioventù che di vecchiaia)?
Non credo. House of Cards o games of Thrones hanno spettatori dai 12 ai 100 anni.
Cosa racconta il cinema oggi?
Il cinema dovrebbe raccontare il mondo.
E la mondanità? Al Pardo è troppa o troppa poca?
Non è mai troppa o troppa poca, non siamo a Cannes o a Venezia dove ci si va per mostrarsi, e dove l’importante è essere presenti. Il Pardo è fatto per i cinefili e per le loro esigenze.
Cioè?
È ben differenziato. La Piazza Grande ha una storia a sé, di svago e di piacere. Il concorso è fatto per i cinefili.
La sua attrice preferita?
Catherine Deneuve.
Il suo attore preferito?
Ce ne sono tanti. Adrien Brody (premiato il 4 agosto n.d.r) è un ragazzo intelligente, dalle idee politiche chiare.
Cosa pensa de Il Pianista, che lo ha consacrato?
È un bellissimo film, un miscuglio di temi importanti quali la guerra, il nazismo, la sopravvivenza, il coraggio. 100 volte più bello di La La Land.


La La Land è stato troppo osannato? Come mai?
Non l’ho mai capito. A parte i 25 minuti del secondo tempo in cui compaiono tecniche cinematografiche ricercate, è noioso, ripetitivo e non propone niente di nuovo.
Emma Stone non meritava l’Oscar?
È difficile capire perché abbia avuto questo successo.
Come dev’essere un film per lei?
Due storie incrociate, indecifrabilità e sorpresa per lo spettatore, e mai essere scontato.
E di Revenant cosa pensa?
Sono uscito dopo un’ora.
La politica influenza il cinema? e la comunicazione influenza la politica?
Nei paesi dittatoriali sì. Tuttavia nelle democrazie la comunicazione è tutto. Si pensi per esempio al fenomeno di Trump. O ancor meglio, a quello di Macron. Ha vinto perché della moglie più anziana di lui e della sua effettiva giovinezza non importa più di tanto. È piaciuto il suo modo di comunicare diverso, le sue nuove idee, la sua effettiva freschezza e novità.
E la sua bellezza?
Per lei sarà bello. Per me no.
Qual è il suo poeta preferito?
Rimbaud. Era un rivoluzionario incompreso. Gay, aveva una relazione con un uomo più anziano, Verlaine, e per la sua epoca era decisamente controcorrente.
E il film Eclipse Total, dove Rimbaud era interpretato da Di Caprio, le è piaciuto?
Non particolarmente.
Lei è mai stato dietro la macchina da presa?
Quando i miei bambini erano piccoli li riprendevo.
Locarno si sviluppa su diversi piani, dalla cultura, al cinema, alla mondanità. Cosa ne pensa?
Locarno si sta sviluppando in modo internazionale. La gente di oggi cerca sia di essere intellettuale che di divertirsi? Tutto ciò lo trova a Locarno. Un miscuglio tra i due piani è più che giusto. È quando è solo destra o solo sinistra che è sbagliato.


Con cosa concludiamo?
L’importanza. Il Festival di Locarno è diventato un must. Locarno è un centro di riflessione, molte verità, molte cose. È l’unico festival che avviene in Ticino avendo una risonanza europea, è uno dei cinque grandi eventi dell’anno. Per goderselo appieno il pubblico deve accettarne la pluralità, adattarne ogni cosa, imparare a vivere nel suo tempo. Uno dei pregi che ha questo Festival è la capacità di portare al pubblico film raffinati, oltre al grande blockbuster. Ci vuole però attenzione a scegliere. Chi, ad esempio, sceglie e decide che un film di otto ore debba vincere? Senz’altro un pubblico molto ristretto. Bisogna guardare al giorno d’oggi, solo così si avrà successo.

Intervista di Chantal Fantuzzi