“En el séptimo día” di Jim MacKay – Recensione di Desio Rivera

Concorso internazionale

EN EL SÉPTIMO DÍA, di Jim MacKay

Stati Uniti  ·  2017  ·  DCP  ·  Colore  ·  92′  ·  v.o. spagnolo, inglese

« Un gruppo di migranti messicani senza documenti provenienti da Puebla, vive a Sunset Park, a Brooklyn. Lavorano tutti sei giorni a settimana come fattorini in bicicletta, muratori, lavapiatti, commessi o venditori di dolciumi, svolgendo turni lunghissimi. La domenica, invece, si godono il giorno di riposo sui campi di calcio di Sunset Park. José, ragazzo che fa le consegne in bicicletta,  è giovane e talentuoso, un lavoratore serio e responsabile, oltre che il capitano della squadra di calcio. Quando la sua squadra giunge in finale, l’entusiasmo è alle stelle, ma il suo capo gli mette i bastoni fra le ruote, obbligandolo a lavorare proprio il giorno della partita. José tenta di farlo ragionare e di trovare un sostituto, ma tutti i suoi sforzi falliscono. Se non si presenterà al lavoro il suo futuro sarà messo a repentaglio. »

È l’estate del 2016, prima della presidenza Trump. Il film è esattamente come descritto qui sopra. Una settimana e un giorno, in compagnia di lavoratori messicani. Compatti, uniti, legati alle tradizioni, volonterosi e conviventi in un piccolo appartamento di Brooklyn. E il loro quotidiano è appesantito da una società, quella USA, che li vede solamente come popolo da sfruttare, da far lavorare a poco prezzo, da non considerare come uguale. Si muovono spesso con le spalle  ricurve su loro stessi, consapevoli della pesantezza che li circonda. Hanno aspirazioni, progetti, mogli e figli in Messico. E lavorano, lavorano, e lavorano. Poi dormono e aspettano il giorno di riposo, la domenica. Per uscire ma solamente per ritrovarsi di nuovo tra di loro, tra messicani, a giocare a calcio. E si capisce come la parola integrazione, se la società che ti accoglie non la vuole pronunciare, non può essere un discorso da affrontare. Subiscono con orgoglio e paura ciò che la società offre loro: poco denaro in cambio di duro lavoro. In nero, ma tassabile come fosse vero. Niente di più, niente di meno. Eppure, ci dice il regista, la sceneggiatura è stata scritta una quindicina di anni fa, poi ripresa nel 2016, volutamente non adattandola alla situazione dopo Trump e al suo parlare di muro alla frontiera messicana. Ma, si vede, si nota, si osserva che, in questi anni, non è cambiato nulla. In meglio. Una società chiusa e con i propri problemi economici che, del migrante, non vuole occuparsene, se non per la possibilità di impiegarlo per pochi soldi. Messicani, per la grande maggioranza gente affidabile, mite, che ama, che accetta. Fa molto pensare all’universalità tragica di queste situazioni. Proprio come in Europa. Tutto il mondo è paese, come si dice. Ma un orribile paese, purtroppo. Il lavoratore straniero e malpagato: il nemico, l’altro. Quello al quale i suoi diritti fa comodo non applicarli. Ma non pensate che questo film sia un manifesto politico. No, il sentore di ingiustizia è quello che ci fa leggere e capire, presentando un quotidiano di povera gente onesta che fa quello che può. E NYC non si vede quasi. È tutto intorno a loro. Ma non esiste, per loro. Se non come la minaccia della polizia, del traffico caotico, dell’indifferenza ai loro bisogni.

E per oggi, penultimo giorno di festival, questo era l’ultimo dei film in concorso. Domani sapremo…

Desio Rivera