La poetessa velata, i fischi e l’odio comandato e obbligato – Le disavventure di Giorgio Ghiringhelli

Contro il Ghiro con acido sprezzo Leggeri e Boneff (si sa chi sono) e Boris Cavadini (nessuna idea)

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore

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Consiglierei a Ghiringhelli di non prendersela più di quel tanto (uno come lui ha senz’altro le spalle assai larghe). Forse il parere di Leggeri e Boneff non è destinato a passare alla storia. Quanto all’ “odio”, io sono convinto che talvolta la gente – soprattutto la più minuta, la più inesperta – creda di odiare e nulla più. Sapientemente istigata e persuasa, percepisce l’odio, lo avverte pulsare nelle vene, vede Ghiringhelli come un simbolo del male. E allora uno che scrive “letame” (dopo essersi fatto venire una bella rabbia) si sente un piccolo eroe. “Gliel’ho detto, ha avuto il fatto suo!” forse penserà. Gli amici al bar gli daranno pacche sulle spalle. Immagino.

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Le mie critiche espresse in modo civile alla poetessa saudita Hissa Hilal mi hanno attirato non solo i fischi del pubblico presente alla proiezione del documentario “The Poetess”, a lei dedicato, ma anche una raffica di insulti e attacchi personali su facebook. Posso capire che il mio intervento non sia piaciuto a tutti, ma ciò non giustifica certe reazioni spropositate e cariche d’odio nei miei confronti. Vorrei precisare che la mia presenza alla proiezione del documentario era stata sollecitata da una giornalista della RSI che, nella mia veste di promotore dell’iniziativa antiburqa,  voleva poi intervistarmi sul contenuto dello stesso. Non ci sono dunque andato di mia iniziativa con il proposito di sollevar polemiche o per sete di protagonismo. A convincermi ad accettare l’invito era stata la prospettiva di incontrare  la poetessa, che, come aveva scritto il responsabile della rassegna sul Giornale del popolo dello scorso 29 luglio , sarebbe venuta a Locarno “a viso scoperto, in ossequio alle leggi ticinesi”. Ero dunque incuriosito di chiederle – a lei che nel suo Paese era obbligata a indossare un velo integrale –  che effetto le faceva di mostrare per la prima volta il suo volto in pubblico grazie al divieto di dissimulare il volto in vigore nel nostro Cantone. Un divieto che in questo caso era garante di libertà. Un divieto che fra l’altro a suo tempo la stessa ambasciata dell’Arabia Saudita in Svizzera aveva invitato a rispettare rivolgendo un appello in tal senso a tutte le turiste saudite dirette da noi. Ad accrescere le mie aspettative aveva anche contribuito la visione del documentario, dove la protagonista, intervistata con addosso il burqa, criticava l’obbligo per le donne di nascondere il volto in vigore nel suo Paese, e dichiarava che se le fosse capitato di recarsi all’estero lo avrebbe fatto a volto scoperto.

Mi ero alzato in piedi ad applaudirla quando, a proiezione conclusa, Hissa Hilal aveva fatto il suo ingresso in sala a viso scoperto. Potete dunque immaginare la mia delusione quando, al momento di rivolgersi al pubblico, ha abbassato il foulard che aveva in testa coprendosi il volto e mostrando solo gli occhi. Ecco perché a quel punto , dopo aver chiesto la parola e dopo essermi complimentato con lei per le giuste battaglie portate avanti nel suo Paese, le ho cortesemente fatto notare la sua incoerenza e – sommerso da una bordata di fischi – le ho ricordato il divieto di nascondere il volto in vigore nel nostro Paese. Ero stato invitato ad assistere alla proiezione nella mia veste di promotore dell’iniziativa antiburqa ed era dunque normale che proprio in tale veste non potessi esimermi dall’esprimere queste critiche, che su qualche organo di stampa sono state definite, in modo un po’ enfatizzato, come un “attacco” alla poetessa. C’è ancora la libertà di espressione e di critica in questo Paese ? In questo festival ? Sull’opportunità del mio intervento ciascuno è ovviamente libero di pensarla come vuole, ma ci tenevo a spiegare in che “trappola” mi fossi involontariamente trovato, e a ribadire che mi ero recato alla proiezione non di mia iniziativa,  e con tutte le migliori intenzioni nei confronti della poetessa.

E per una polemica montata dalla stampa sono stato messo in croce su facebook. Qualche esempio ? “Ghiringhelli – ha scritto l’ex-presidente del PS di Lugano,  Alberto Leggeri – è malato da anni : sindrome di protagonismo cronico; quando non ha niente da fare (cioè sempre) si “inventa” dei problemi, contando – abilmente ! – sull’ignoranza della “gente”. Insomma, uno che non ha niente di meglio da fare per convincersi che esiste”. Gli ha fatto eco un tal Boris Cavadini : “In Ticino e in tutti i luoghi in cui l’analfabetismo funzionale è in netto aumento ci ritroviamo coi Ghiringhelli, i Quadri, i Bignasca, i Salvini ed altro letame simile”. E pure il noto vignettista Armando Boneff, che da anni non perde occasione per cercare di denigrarmi (sempre su facebook mi aveva definito il “padre spirituale di tutti i razzisti”) e che sulla prima pagina del Giornale del Popolo mi ha già dedicato parecchie delle sue vignette , ha commentato : “Sono i media che costruiscono i personaggi come Ghiringhelli, scaltri e malati di protagonismo. Fa un intervento ridicolo che sarebbe finito lì fra i fischi del pubblico e finisce sulle pagine dei giornali di mezzo mondo, ottenendo esattamente ciò che voleva”.

Negli scorsi giorni la Procura pubblica, a seguito della denuncia di 68 persone, ha deciso di aprire un’inchiesta penale nei confronti di due autrici di post su facebook a sfondo razzista. “Basta odio” chiedevano i denuncianti. Giusto ! Purtroppo in questo Paese vi è molto odio anche verso persone ree solo di avere idee diverse dai loro critici o di condurre battaglie da essi non condivise.  Personalmente mi considero una persona  bene educata e non credo di aver mai insultato nessuno. E però in più occasioni, anche con telefonate e lettere anonime, oltre che su facebook e sui vari blog, sono stato ricoperto da quintali di letame da parte di gente che non conosco neppure e alle quali non ho mai fatto nulla di male. La mia colpa è quella di aver vinto tante battaglie politiche che a taluni, specialmente nelle fila della sinistra, non sono piaciute. In mancanza di altri argomenti mi si accusa dunque di essere divenuto un protagonista della vita politica locale : un reato gravissimo…specie agli occhi degli invidiosi  ! Concludo citando a mo’ di riflessione uno stralcio dell’editoriale di Andrea Manna apparso su La Regione dell’11 agosto 2017   e dedicato ai summenzionati post razzisti su facebook : “Non si parli di censura o non ci si appelli alla libertà di espressione, invocata sovente per sdoganare calunnie e odio. Libertà di espressione non significa licenza di insultare. In una società aperta al dialogo e al confronto non ci sono temi tabù e si possono sostenere tesi anche controverse senza ingiuriare. Purché si abbia la capacità di argomentare, che andrebbe appresa a scuola e in famiglia e che un impiego improprio dei social annulla”.

Giorgio Ghiringhelli