Matilde di Canossa, Signora della Storia, nel Castello che fu al centro dell’Impero

Canossa, qui nel gelido inverno del 1077 l’imperatore si gettò nella neve implorando perdono

Il Papa glielo concesse, secondo la leggenda, soltanto dopo tre giorni e tre notti, passate nel gelo di gennaio. Tra le mura del maniero, protettrice del Pontefice, vi fu la prima mediatrice della Storia, ponte tra laicità e politica, religione e futuro. Aveva trent’anni, i capelli rossi e una vasta cultura.  Era la Contessa Matilde di Canossa

Resti del Castello di Canossa (dal X al XV secolo)

  Bombarde nemiche, frane e terremoti, non hanno scalfito il fascino delle rovine del castello che fu al centro dell’Impero durante la lotta per le Investiture. Certo, di quel che un tempo era il palazzo dei marchesi di Canossa, oggi non restano che le alte e possenti mura, dalle cui bifore la vista si perde nell’arido paesaggio reggiano bruciato dal sole dei calanchi e lascia intravedere arroccate sulle loro rocce di diaspro rosso il castello di Rossena  e la torre di Rossenella (dagli evocativi nomi cromatici), i resti di una cripta dalle colonne marmoree consunte dal tempo, e un’alta parte del palazzo cinquecentesco in cui sono ancora visibili le solcature dei camini che riscaldarono, scoppiettando, i rigidi inverni di cinquecento anni or sono. Ma quel che stupisce, salendo la via ripida che si inerpica sulla roccia per portare al maniero, è lo straordinario alone di fascino che il castello, ancor oggi, emana.

Dal castello, la veduta dell’arida campagna di Reggio Emilia. Grazie alla terra instabile per un eventuale assedio, per secoli ai nemici fu impossibile prendere d’assalto la rocca.

Andiamo a Canossa? – “Noi non andremo a Canossa” disse il kaiser Bismark intraprendo la terribile guerra Franco Prussiana, nel 1870, proprio per intendere che non avrebbe fallito. Infatti, soprattutto per la Germania, ma anche nel gergo comune europeo “andare a Canossa” significa umiliarsi. E’ forse uno dei rari casi in cui un gergo valga per tutt’Europa.

Per l’Italia, in realtà, significò affrancarsi: dall’umiliazione di Enrico IV al cospetto del Papa si gettarono le basi per le battaglie comunali di un secolo dopo (la celeberrima battaglia di Legnano, 1176) e la Germania iniziò a perdere la propria sovranità sulla penisola italica. Al tempo del Sacro Romano Impero di nazionalità Germanica, infatti, l’Imperatore era automaticamente re d’Italia, avendo il potere sulla Roma papale. Il re d’Italia, pertanto, non poteva esser che tedesco (Guido d’Ivrea ci aveva provato ma aveva perso malamente). Ma con Canossa, tutto cambiò.

Copia della Vita Mathildis di Donizone, biografo di corte di Matilde (l’originale è custodito in Vaticano)

Per la Germania l’umiliazione di Canossa, fu il germoglio dei germi della riforma protestante. Più di cinque secoli dopo, Lutero avrebbe proclamato la separazione dalla Chiesa di Roma. Un anacronismo? Tutt’altro, se si considera il forte impatto di distacco che il fatto di Canossa ebbe sull’opinione pubblica: l’imperatore si era sottomesso al Papa, e soltanto questi gli aveva tolto la scomunica che egli stesso gli aveva affibbiato. (Poi in seguito si scomunicarono ancora, (a vicenda!) ma il dado era ormai tratto). Nel 1122 a Worms, si concordò la “pace” per la lotta delle investiture. Ma non è di questo, che si deve narrare. Lo si può trovare in qualunque manuale di storia, dopotutto.

Torniamo al maniero, baluardo di potere, nella vaste distese della Storia.

Le origini dei marchesi di Canossa – tutto nasce nel X secolo, con Sigifredo di Lucca,  vassallo del conte Ugo di Provenza (lo stesso che a Frassineto sconfisse i Saraceni) nominato dal suo signore conte di Vilignano. Poi sopraggiunge il suo erede, Adalberto Atto, il fondatore di Canossa che bonifica la pianura padana a Brescello e stringe alleanza con L’imperatore Ottone I. Ebbene sì, i marchesi di Canossa, da principio, sono filoimperiali. L’imperatore da ad Adalberto e ai suoi consanguinei la possibilità di nominare i vescovi e di sposare donne di rango nobile, per accrescere il loro prestigio.

I genitori di Matilde – Così in breve i discendenti di Adalberto raggiungono la maggior estensione territoriale, acquisendo i titoli di marchese di Toscana e, con Bonifacio,  marchese di Canossa. Questi sposa Beatrice di Lorena ottenendo terre lungo il Reno che  accrescono così il potere della famiglia, procurando loro tuttavia l’invidia degli Arimanni di Mantova e dello stesso imperatore Enrico. Un giorno, Bonifacio viene ucciso da una freccia avvelenata durante una battuta di caccia a San Martino dell’Argine (in provincia di Mantova). Qualche anno dopo muoiono, per avvelenamento, i suoi due figli maggiori Federico e Beatrice. Ed è qui che entra in scena l’ultimo genita, ora figlia unica: Matilde.

Matilde di Canossa (ritratto postumo)

La giovane Matilde – consigliata dal Papa, la vedova Beatrice si risposa, con il filopapale Goffredo il Barbuto, dell’Alta Lorena. Cambia così l’indirizzo politico della famiglia, che, dopo il tradimento dell’Imperatore, passa a sostenere il Papa. Papa Leone IX primo riformatore (che anticiperà la riforma gregoriana) é infatti lo zio della stessa Beatrice. Il matrimonio, che non dovrà essere consumato, é solo per proteggere Matilde. Nel frattempo, l’imperatore  ordina che le due donne siano trasferite (e tenute sottocchio) in Germania.

Matilde di Canossa è l’unica donna sepolta in Vaticano. Lì la volle papa Urbano VIII come risposta al protestantesimo tedesco di una chiesa forte, unita e combattente

All’età di 23 anni, Matilde deve sposare Goffredo il Gobbo, figlio del patrigno. Lei è bella, colta, determinata.  Lui rozzo e privo di cultura.  A lui Matilde darà una figlia, che purtroppo morirà poco dopo la nascita. Dopo la morte della bambina, il matrimonio s’incrina ulteriormente sino al giorno in cui Goffredo tradirà, politicamente, Matilde, passando a sostenere il giovane imperatore Enrico IV, arrivando a deporre il Papa stesso, Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana, confessore e amico intimo (sin troppo, dicono le malelingue) della giovane Contessa.

Nel 1076 Goffredo viene però ucciso mentre si trova in una latrina. Matilde, tuttavia, lo aveva già abbandonato da tempo, tornando in Italia. Passeranno vent’anni, prima che si risposi, a 42 anni, con Goffredo il Pingue, giovanissimo e impotente, ma l’unione sarà presto sciolta, perché non funzionale, dopotutto, al sostegno della Chiesa.

Sfortunata nei matrimoni, Matilde fu però forte e determinata in politica.

In quel gelido inverno del 1077, si trova a Canossa, nel castello di famiglia, sebbene preferisca di solito la reggia di Carpineti. Il pontefice, diretto a Mantova, è suo ospite. Nel frattempo Enrico IV, imperatore, discendendo dalla Borgogna ha la precisa volontà di convincerlo a revocargli la scomunica, (spada di Damocle che lo mette, tra l’altro, nel rischio di perdere ogni autorità sui suoi vassalli). Matilde, da un anno rimasta orfana della madre, è in quel momento divenuta unica erede e sovrana delle terre da Corneto (ora Tarquinia) al lago di Garda.  Lei ha trent’anni, due in più dell’imperatore, peraltro suo cugino.  Il Papa, che ne ha cinquanta, per sua intercessione, perdona l’imperatore, dopo che questi, vestito solo d’un saio, si è umiliato nella neve. Non sarà una vera revoca della scomunica, poiché la lotta si trascinerà, coi suoi ultimi sussulti, sino al concordato del 1122 a Worms. Ma Matilde, donna e sovrana, diviene da quel momento simbolo di riconciliazione, mediazione e laicità. (Una donna, nel Medioevo. Ulteriore esempio parlante a quelli che “com’era buio, questo Medioevo, con le donne sottomesse…)

Enrico IV a Canossa, dipinto di Eduard Schwoiser, 1862. (Il pittore, tedesco, mette in primo piano l’imperatore)

Furono davvero tre giorni e tre notti, quelli passati nella neve da parte di Enrico IV? Con il gelo degli inverni d’allora (ma anche adesso, in gennaio, non dovrebbe essere una delizia starsene all’addiaccio, a Canossa9, forse, per il bene dell’imperatore, converrebbe che fosse una storia un poco rigonfiata. Quel che è certo è che quel luogo, al centro dell’Impero e dell’Europa, da allora, divenne immortale.

Ludovico Ariosto (si, proprio lui, il poeta) nel XVI secolo divenne capitano della rocca di Canossa, che, nel frattempo era passata sotto il comune di Reggio, poi nel 1412 le milizie Estense se ne erano appropriate distruggendola, poiché al suo interno s’erano rifugiati dei briganti. Ricostruita per opera di alcuni nobili che nel ‘500 ne vollero far una villa (i cui resti, oggi, sono quelli meglio conservati), oggi presenta come cimelio del tempo matildico soltanto una suggestiva Chiesa, con due colonne al suo interno, l’una di marmo bianco di Carrara, l’altra di marmo rosa di Verona, a indicare, simbolicamente l’estensione dei marchesi.

All’interno del Castello di Canossa, un museo, dedicato al grande cultore di storia canossiana, il letterato Naborre Campanini, presenta armi, marmi e tanto altro, in un vortice di emozioni medioevali che trascinano il visitatore. Poiché, alla fine, la Storia è l’eternità del presente.

Chantal Fantuzzi