NO all’iniziativa popolare per l’abolizione del canone radiotelevisivo – di Fabio Regazzi

Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo intervento parlamentare dell’on. Fabio Regazzi. Il testo, comprensibilmente, non impegna la linea del portale.

La cosiddetta iniziativa “NO Billag” ha sicuramente un merito, nella sua brutale e potente semplicità: ci obbliga a riflettere sulla realtà e sulla funzione di questa intoccabile “TV di Stato”, di ciò che ha fatto sin dalle sue origini e di ciò che è diventata negli ultimi decenni (diciamo dagli anni Settanta, e sono più di quarant’anni). Nota. Pare che il termine “TV di Stato” non vada bene, ma – visto che lo è – continueremo serenamente a chiamarla così.

Per politici come Regazzi (comunemente considerato un esponente della “destra” del suo partito, sempre che questa ci sia) l’esistenza della SSR-SRG è un a priori, che non si discute e non si può discutere. Non può essere la stessa cosa per noi!

ON. FABIO REGAZZI  Ritengo non solo importante, ma addirittura indispensabile poter discutere senza pregiudizi del ruolo del servizio pubblico – inteso nell’accezione più ampia del termine – nel nostro paese, dei suoi compiti, delle risorse messe a disposizione e delle modalità di attribuzione e di utilizzo di queste risorse. Cambiano i tempi, cambiano le aspettative degli utenti, e anche il servizio pubblico deve saper adattare la propria offerta. In questa discussione, del resto, non ho mai nascosto le mie perplessità riguardo a alcune scelte sull’impiego delle risorse messe a disposizione dai cittadini attraverso il versamento del canone radio-TV, meglio noto come Billag.

È però di fondamentale importanza capire e far comprendere, anche se di questi tempi è tutt’altro che facile, che il giudizio sull’esistenza di un servizio pubblico, non può limitarsi a considerare gli aspetti prettamente economici: il cittadino deve riconoscere che l’esistenza del servizio pubblico è giustificata dal perseguimento di obiettivi di interesse generale, per loro natura non necessariamente monetizzabili.Questo vale, in generale, per ogni servizio pubblico, e in particolare per quello radiotelevisivo chiamato a operare in un ambito estremamente delicato per il funzionamento di una società pluralistica, democratica e federalista come la Svizzera!

Il federalismo appunto. Dal punto di vista di una minoranza, come lo è la regione da cui provengo, dovesse essere cancellata la SSR per effetto dell’accoglimento dell’iniziativa “No Billag”, è ipotizzabile che possa nascere nella Svizzera tedesca un’azienda privata – ma una sola! – di dimensioni relativamente importanti, ma certamente non libera e men che meno indipendente [ma la TV di Stato lo è? ndR]. È invece escluso che ciò possa accadere nelle altre regioni del Paese, quelle minoritarie della Svizzera francese e della Svizzera italiana: lo spazio lasciato libero dalla SSR e dalle sue emittenti regionali, RTS e RSI, verrebbe principalmente occupato da competitori esteri, che già oggi godono di discreto seguito in tutte le regioni del paese. Una situazione che nessuno – oso sperare – auspica!

Quanto fin qui detto dovrebbe però bastare per capire che il confronto sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo ha tutte le caratteristiche di un dibattito sui fondamenti della Svizzera. Il mantenimento del canone radiotelevisivo è di vitale importanza non solo per la SSR ma per la Svizzera e le sue variegate componenti regionali e linguistiche, soprattutto in un periodo di forte cambiamento tecnologico del mercato della comunicazione, che influenza le abitudini dei consumatori, fra i quali anche molti giovani. Per non parlare del mercato pubblicitario.

Se è vero che il canone radiotelevisivo permette di garantire un buon servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche, è altrettanto vero che una parte di queste risorse sono a beneficio della diversificazione del panorama mediatico e quindi della pluralità delle opinioni: a questo proposito è importante ricordare che alle 21 radio locali private e alle 13 televisioni regionali viene devoluto il 5 per cento dei proventi del canone, pari rispettivamente a circa 25 milioni e 42 milioni di franchi. Ricordo, per inciso, che qualora dovesse essere accolta anche dal Consiglio degli Stati la mozione Darbellay, ripresa da chi vi parla, questo importo aumenterà di ulteriori circa 13 milioni di franchi. Appare pertanto a tutti evidente che in caso di accettazione dell’iniziativa “No Billag” anche queste piccole realtà regionali verrebbero di fatto spazzate via.

Discorso analogo vale per il controprogetto proposto da una minoranza della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni, che propone di plafonare il canone radio-tv a 200 franchi all’anno, ciò che porterebbe di fatto ad un dimezzamento delle risorse finanziarie a disposizione della SSR. Anche in questa ipotesi le conseguenze non sarebbero molto diverse da quelle che ho appena descritto, con tutte le conseguenze del caso di un simile ridimensionamento, sia in termini di offerta di servizio pubblico come pure sul piano della comunicazione.

Tutto bene dunque? Non proprio. Non è un mistero, che sono sempre stato piuttosto critico riguardo talune scelte operative, di contenuti e di personale della SSR, soprattutto dell’emittente di Comano che ovviamente conosco meglio. Sarebbe a mio avviso un errore mettere la testa sotto la sabbia e ignorare, magari con malcelato fastidio, un innegabile disagio che si respira a sud delle Alpi, emerso per altro in modo chiaro in occasione della votazione sul referendum contro la revisione della legge federale sulla radiotelevisione avvenuta nel 2015.

Confido pertanto che una volta superato lo scoglio dell’iniziativa popolare che mira a limitare il raggio d’azione della SSR, si ri-apra, ma questa volta per davvero, una discussione soprattutto sui contenuti dell’offerta dell’ente radiotelevisivo, inclusa la RSI. Per farlo bisognerà comunque accettare un confronto franco e aperto, abbandonando i toni a volte autoreferenziali che spesso caratterizzano ancora l’atteggiamento della nostra emittente regionale. Proprio perché ho a cuore il futuro della SSR e della sua costola RSI, ritengo questo dibattito necessario.

Con queste considerazioni, a nome del gruppo PPD vi invito pertanto a respingere l’iniziativa popolare “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo” e il relativo controprogetto diretto.

Fabio Regazzi (14 settembre 2017)

  • Fafner

    Non so, fino a qualche anno fa la televisione pubblica si differenziava dall’offerta privata nella sua maggiore focalizzazione sulla cultura, l’informazione, il buon cinema, il tutto con una pubblicità quantitativamente ben dosata. Offriva qualcosa per cui poteva valere la pena mettere mano al borsello. L’abbassamento di livello negli ultimi anni è oggettivo: serie americane pluristagionali l’una fotocopia delle altre quasi ogni sera, quiz su quiz, bombardamenti pubblicitari che dati i pochi inserzionisti e la cadenza asfissiante hanno quasi la parvenza di un lavaggio del cervello (cara RSI, ma tu pensi che propinandomi quella pubblicità della pasta 5 volte nel giro di un’ora tutti i santi giorni dovrei essere invogliato ad acquistarla? e di Meneguzzi che non scrive più canzoni perchè preso dall’auto francamente non se ne può più!). Le trasmissioni sportive quali lo sci alpino sono diventate un supplizio. Oggi non sono più così convinto di voler finanziare una realtà del genere.