A sinistra come a destra: quando le diversità si assomigliano – di Natalia Ferrara

Proponiamo oggi questo interessante articolo, tratto da Opinione liberale (per gentile concessione).

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Solo una precisazione. Il direttore di Ticinolive, che era di Destra già nel grembo di sua madre, non “assomiglia” minimamente a Pronzini né a Mordasini (tanto per fare due nomi che vanno per la maggiore).

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Per quanto diversi una certa destra e una certa sinistra hanno in comune la forma mentis del capro espiatorio. Ciò che per gli uni sono gli stranieri, per gli altri è la ricchezza. I primi sarebbero all’origine di ogni male, la seconda di ogni ingiustizia. Penso all’iniziativa popolare cosiddetta dell’99% lanciata recentemente da Gioventù socialista (GISO).

L’idea è di «sopravvalutare», ai fini fiscali, redditi da capitale particolarmente elevati. In un Paese dove, come noto, il 3% dei contribuenti più facoltosi paga grossomodo il 30% delle imposte, tutto possiamo permetterci salvo condizioni tributarie inospitali per patrimoni e redditi importanti, peraltro già significativamente imposti oggi. Ma sugli aspetti fiscalmente assurdi dell’idea – e controproducenti persino rispetto all’obiettivo dichiarato – ci sarà modo di tornare.
Mi preme sottolineare qui un altro aspetto, al tempo stesso culturale e politico. Un’iniziativa come quella della GISO, che ha tra i promotori, nota bene, il presidente del PS svizzero e alcuni deputati alle Camere federali, si spiega solo con il diffondersi, preoccupante, di una rappresentazione ideologica e populista della situazione elvetica. Ideologica perché legge la realtà in modo da legittimare un’idea politica; populista perché propone i «grandi ricchi» (l’1%, appunto) quali apparenti responsabili dei timori o delle difficoltà economiche di molti cittadini (il capro espiatorio di turno).

Quale immagine di Svizzera viene infatti suggerita per legittimare l’iniziativa? Non certo quella di Paese fra i primi in Europa sia dal punto di vista economico che sociale, bensì quale rifugio di miliardari che prosperano su rendite parassitarie. Non la nazione con il minore tasso di disoccupazione, ma quella dove il lavoro è sfruttato, il capitale se la gode e la mondializzazione miete vittime. Una sorta di appello che mescola risentimento, invidia, frustrazione e, appunto, colpevolizzazione di una minoranza (stavolta ricca e a volte snob ma il modulo non cambia). Insomma, e di nuovo, buoni contro cattivi, prima gli uni e dopo gli altri.

Potrei continuare ma non servirebbe, giacché al populismo interessa poco la realtà. Iniziative simili distribuiscono buona coscienza spargendo però, come se ne avessimo bisogno, illusioni collettive.

Una tavola imbandita, va da sé, anche per una certa destra che si strofina le mani ogni volta che vede risorgere i vecchi fantasmi della contrapposizione sociale, mentre a sinistra, sulla scia di una critica della globalizzazione che infiamma gli animi e nutre i nazionalismi, prevalgono idee e leadership radicali. L’iniziativa 99%, con davanti i giovani e dietro i soloni del PS nazionale, ne è un – triste – esempio. Sono apparentemente dimenticate sia la lezione dei riformatori che le idee liberali. Certo, vale la pena continuare, come cerco di fare anch’io, un’autentica lotta – necessaria e anche liberale – per una maggiore giustizia sociale, per ridurre la povertà e accrescere, davvero, l’uguaglianza delle chances.

Ma non c’è che dire, il rinnovamento delle grandi culture politiche è più urgente che mai, se non si vuole spianare la strada ai nazionalismi e ai risentimenti consolatori.

Natalia Ferrara

  • puntonemo

    Mah, mi sembra il classico articolo sensato, applicato a una realtà che in parte sfugge al…buon senso. Diciamo subito che nessuno qui è invidioso della ricchezza, proprio perché essa stessa non è condizione di neutralità… infatti il popolo del “Richistan” (Robert Frank, Richistan) diffonde il presupposto che il mondo debba procedere selettivamente diviso in parti nette e distinte. Un totem indiscusso grazie anche alla pigra complicità comune.

    Chi ha possibilità economiche elevate interpreta il concetto di welfare sostanzialmente in chiave critica così da allontanarsi sempre più dall’obbligo civico di contribuire alle finanze pubbliche. Se non vi piace come/quanto pago… vado altrove! Una subdola/infantile forma di ricatto perfino concessa da molti parlamenti sedotti dagli sgravi fiscali concorrenziali.

    Gli altri devono arrangiarsi – pagando tasse calcolate fino all’ultimo centesimo di reddito – per avere dei servizi sempre più ridotti. Inoltre, buona parte della ricchezza vive in aree residenziali delimitate, precluse ai non residenti, in quelle zone meglio strutturate dello spazio pubblico pagato da tutti i contribuenti. I cosiddetti quartieri “esclusivi” (termine confacente) sono un chiaro tentativo di abolizione dell’eterogeneità sociale e la rinuncia della concezione civica di uno spazio comune. In parole semplici: invalicabili muri di reddito. Che sono poi il risultato conclusivo di quell’imperante “democratismo redditocratico” tanto caro al buon senso comune.

    Tali trasformazioni urbane sono stimolate dalla “esclusiva” preoccupazione per un proprio benessere e per una propria la sicurezza che devono essere – of course – direttamente proporzionali al reddito, tutti (quasi tutti) noncuranti del fatto che vanno inevitabilmente messi in relazione con i danni collaterali del modello sociale ed economico contemporaneo pure accolto dal buon senso comune.

    Il problema si pone proprio perché chi abita dentro in queste “riserve” impone attraverso la propria ricchezza (media/politica/cultura/) agli altri che restano fuori, l’obbligo di vivere dell’eterogeneità sociale con l’accettazione delle derive sociali innescate dal mercantilismo ormai sfuggito ad ogni controllo. Gli alti redditi confinano il disagio fuori dalle loro proprietà. Quindi non è in discussione una supposta invidia per l’altrui prosperità. C’è ben altro.