“Se Trump s’immette tra Israele e Palestina, il conflitto riguarda tutti noi” | di Luca Steinmann

Nota del direttore. Sfaradi e Steinmann, in un certo senso, sembra che non stiano scrivendo dello stesso mondo, e invece è proprio così. Gerusalemme contesa tra Israele e Palestina. Lo stato israeliano. Il possibile stato palestinese. Il contrasto delle opinioni è così forte da apparire quasi insostenibile.

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Luca Steinmann, giornalista freelance e reporter indipendente, racconta a Ticinolive la realtà del Medio Oriente, commentando la decisione del Presidente Donald Trump di riconoscere,  spostando ivi l’ambasciata USA da Tel Aviv, implicitamente Gerusalemme capitale d’Israele.

“Una decisione – commenta Steinmann – che avrà ripercussioni non solo politiche ma anche internazionali sul piano mondiale, comportando il ritorno di un’ideologia messianica conservatrice. E lo sradicamento dei profughi palestinesi dalla loro terra che, privati del ritorno in patria, potrebbero mutarsi in terroristi. A quel punto, ciò riguarderà tutti noi.” 

“Il conflitto arabo-israeliano è il conflitto di due popoli per la stessa terra” diceva nel 1947 il filosofo ebreo Martin Buber. Il fatto che quel fazzoletto di terra che si affaccia sul Mediterraneo venga chiamato con nomi diversi dai due popoli che se lo contendono, Israele per gli ebrei e Palestina per i palestinesi, indica come questi popoli abbiano sviluppato nel corso del tempo sensibilità e narrazioni completamente diverse rispetto al passato, al presente e al futuro della Terra Santa. La forte carica emotiva presente non soltanto nei protagonisti di questa guerra ma anche ai loro sostenitori sparsi in giro per il mondo attribuisce a tale conflitto un valore simbolico che fa sì che l’identità degli attori in gioco venga costantemente messa in relazione con temi universali ed esistenziali come lo scontro di civiltà, l’antisemitismo, l’apartheid e la lotta al terrorismo. La decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendo quest’ultima de facto come la capitale dello Stato ebraico sta avendo e avrà sul piano internazionale implicazioni non solo politiche ma anche ideologiche e valoriali.

In primis questa decisione si pone in continuità con gli accordi di Oslo del 1993, quando sia le autorità israeliane che l’Olp riconobbero la cosiddetta soluzione a due Stati, dunque l’implicita legittimità di Israele ad esistere. La “Jerusalem Embassy Act”, la legge approvata dal congresso statunitense che prevede lo spostamento dell’ambasciata, punta a rafforzare la legittimità ebraica di esistere sul territorio. Così facendo, Trump sta avvicinando alle posizioni della propria amministrazione la quasi totalità delle comunità ebraiche sparse in giro per il mondo che da sempre vedono nel riconoscimento di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico la definitiva accettazione da parte della comunità internazionale al diritto di Israele a vivere nell’area che considerano culla della propria identità.

Questo rafforzamento politico dell’asse israeliano-americana si traduce sul piano valoriale con il grande ritorno dell’ideologia neoconservatrice. Di ispirazione protestante-evangelica i neocon esasperano le radici calviniste degli Stati Uniti promuovendo un totale sostegno ideologico, valoriale e confessionale alla causa israeliana, la cui esistenza e sopravvivenza viene interpretata come parte della missione che Dio avrebbe affidato agli Stati Uniti. Il raggiungimento degli obiettivi cristiano-messianici venne collegato al ritorno degli ebrei in Israele, la cui sopravvivenza venne vista come un mezzo indispensabile per garantire il ritorno di Gesù in terra. Maggioritaria all’interno del congresso fin dal 1967, tale ideologia sembrava dover subire una marginalizzazione dai piani isolazionisti di Trump, cosa che però non sembra stare avvenendo. Non è un caso che l’isolazionista Steve Bannon, iniziale spin doctor del presidente, sia stato rimosso per dare spazio a Jared Kushner, figlio di un’influente famiglia ebrea ortodossa del New Jersey che alla dottrina Monroe preferisce prospettive atlantiste e filo-israeliane in funzione anti-iraniana.

Il definitivo insediamento di Israele a Gerusalemme non sta però venendo accettato dai palestinesi sparsi in giro per il mondo. Mobilitazioni di protesta stanno avvenendo non solo a Gaza e in Cisgiordania ma anche negli Stati limitrofi (Libano, Giordania e Siria) in cui vivono in campi profughi i figli degli esuli che dovettero abbandonare le proprie case in Palestina a partire dal 1947, espulsi per fare spazio agli insediamenti ebraici. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana viene considerato da questi profughi palestinesi come l’ennesimo impedimento al rimpatrio che attendono e che è stato loro promesso dalle Nazioni Unite. Ponendosi questa decisione in continuità con gli accordi di Oslo essa rischia di inasprire alcune gravi problematiche che già colpiscono l’esodo palestinese.

Riconoscere la soluzione a due Stati significa la rinuncia da parte dei vertici dell’Olp di impegnarsi per il rimpatrio degli esuli, tagliati fuori dalla suddivisione territoriale. Ciò ha generato una forte crisi di consensi per l’Olp all’interno dei campi profughi di Giordania, Siria e Libano, creando un vuoto di potere all’interno di cui stanno tentando di insediarsi alcuni gruppi radicale anche terroristici come l’Isis e il fronte al Nusra. Questi gruppi hanno nel corso del tempo tentato di sovrapporre i propri disegni ideologici alla causa nazionale palestinese, comportando il rischio che il mondo confonda i palestinesi con tali compagini terroristiche. La loro presenza è però assolutamente marginale all’interno dei campi profughi (con parziale eccezione in quello di Yarmouk in Siria e di Ain el Hilwee in Libano dove i terroristi hanno conquistato parte di territorio) e la loro ideologia estranea al tessuto sociale palestinese, tant’è vero che essi stanno venendo sconfitti sul piano militare proprio da quei palestinesi che non accettano la loro presenza. Lo sradicamento degli esuli e la mancanza di ogni prospettiva di ritorni rischia però di creare l’humus per l’affermazione di gruppi radicali come per le conflittualità tra i profughi e le popolazioni dei Paesi che li ospitano, cosa già avvenuta in Giordania, Libano e parzialmente in Siria.

La considerazione di Gerusalemme da parte americana come capitale israeliana tiene in considerazione la sensibilità ebraica in maniera decisamente maggiore rispetto a quella palestinese. Il ritorno sulla scena dei neocon, paradossalmente, fornisce un’interpretazione della Palestina che essi condividono con i jihadisti: quella di un’area contesa tra l’Occidente – democratico, crociato e rappresentato da Israele – e l’Islam. La perdita delle radici e l’indebolimento dell’identità dei palestinesi, cosa che, come già scritto, viene considerata legata alle ultime decisioni israeliane e americane, rischia di creare il terreno perché i radicalismi di tutte le estrazioni tentino di affermarsi. E questo non sarà un problema palestinese, arabo e ebraico. Sarà un problema di tutti noi.

Luca Steinmann