“Il dinosauro dev’essere ridimensionato al più presto!” – Intervista a Matteo Cheda

Questa intervista è stata realizzata in forma scritta e in tempi assai brevi, senza alcun ritocco. Vi si osserva una certa “divaricazione” tra l’argomentare di Cheda – di carattere tecnologico/strutturale/finanziario – e le preoccupazioni di De Maria, di carattere politico.

Noi viviamo un’illusione o, meglio, ci crogioliamo in una forma di ipnosi. Hanno fatto nascere (molti anni or sono) questo pargolo, poi lo hanno fatto crescere a dismisura trasformandolo in uno strumento di potere e in uno strumento economico capace di condizionare la vita di molte famiglie. Ora ci fanno credere che questo potentato (oggi torre d’avorio assediata) sia irrinunciabile: ab aeterno esiste ed in eterno dura. Nel persistente stato di ipnosi a ciò si può credere. Eppure no, questa cosa non è stata creata dalla mano di Dio; bensì, molto più prosaicamente: dai denari del contribuente, che li ha dati non già per amore: ma per forza.

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Ultima ora. Il Comitato cantonale dell’UDC Ticino, riunito questa sera a Tenero, ha optato per la libertà di voto.

A Piero Marchesi diciamo: la decisione del tuo Comitato è stata migliore della tua proposta, e alla fine ti ritroverai contento. In politica esiste – riveste anzi un’importanza cruciale – il fattore psicologico. Un No dell’UDC Ticino sarebbe apparso “politicamente corretto” e (diciamolo senza paura) contro natura.

Piero, credimi, ieri sera è stata la tua sera fortunata. E, naturalmente, buon Natale!

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Francesco De Maria  Lei che ha studiato a fondo l’argomento, mi sa dire come nasce e come si è sviluppata questa iniziativa “No Billag”?

Non ho idea. Non conosco i promotori. Quel che so l’ho letto sui giornali.

Sembrava una provocazione, una bizzarria. Ma è cresciuta in fretta, e adesso fa paura…

A me non fa paura. Anzi. La trovo una buona idea.

La tesi prevalente sembra essere la seguente: la Ssr/Rsi sarà criticabile, e molto, ma il canone non può essere abolito, pena il tracollo dell’azienda e un conseguente disastro economico intollerabile, ancor più tragico per il Ticino. Questa è l’ “arma letale” nelle mani dei sostenitori dell’informazione di Stato. Difficile replicare!

Prima togliamo il canone obbligatorio, più aumenta la probabilità di sopravvivenza della Ssr. Il dinosauro dev’essere ridimensionato al più presto, pena l’estinzione. Oggi la parte della Ssr che comprende il servizio pubblico essenziale (Telegiornale, Quotidiano, Meteo, Patti Chiari) è redditizia se calcolata su costi e ricavi pubblicitari in italiano, francese e tedesco. Con quello che rendono in pubblicità queste quattro trasmissioni, si può finanziare anche la prima rete radiofonica, compresa l’informazione radio. Però i telespettatori sono in calo e il sostegno al canone radiotelevisivo diminuisce. Se aspettiamo ancora 10 anni a toglierlo, nel frattempo la Ssr rischia di andare fuori mercato. 

E il nostro Ticino? È in paradiso, con i suoi 250 milioni assicurati. Ma l’inferno è a due passi. Un bagno di sangue! I fautori del Sì sono degli irresponsabili e stanno scherzando col fuoco…

È proprio il contrario. Non è sprecando i soldi della solidarietà linguistica che rafforziamo la coesione nazionale. Chi riceve un sussidio deve spenderlo con parsimonia. Altrimenti perde di credibilità. Siccome grazie ai cambiamenti tecnologici ora possiamo fare a meno di questo sussidio, dobbiamo rinunciarvi spontaneamente. Anche questo fa parte della coesione nazionale.

Lo spreco di risorse alla Rsi favorisce un atteggiamento assistenziale, una mentalità da “cantone a rimorchio” che intralcia lo spirito imprenditoriale e danneggia tutta l’economia ticinese. Più aumentano gli impieghi inutili, sussidiati con grande spreco di risorse pubbliche, più le persone che ne approfittano saranno rappresentate nei consigli comunali e nel parlamento cantonale. Di conseguenza tenderanno a votare a favore di ulteriori sprechi di denaro pubblico, a danno dell’economia e dei posti di lavoro.

Più aumentano gli impieghi poco produttivi, sussidiati con spreco di risorse pubbliche, più diminuiscono gli impieghi più produttivi. Entrambe le cose riducono la produttività media. Se un imprenditore deve scegliere dove insediare una nuova azienda ad alto valore aggiunto, con salari elevati, tenderà a scegliere un luogo dove la produttività dei lavoratori è molto alta. Nell’interesse di tutti i lavoratori è dunque importante evitare lo spreco di sussidi pubblici. L’iniziativa No Billag permette di aumentare l’efficienza del settore pubblico, eliminando i posti di lavoro non più necessari in seguito ai miglioramenti tecnologici.

Secondo la Weltwoche (che ha fatto tutt’una serie di calcoli) la vittoria dell’iniziativa comporterebbe una perdita complessiva di “soli” 400 milioni, una bella botta, tuttavia non mortale. Ma la Weltwoche è una rivista di destra, influenzata da Blocher… A me tutto ciò non pare credibile.

La Weltwoche ha fatto i suoi calcoli. Io faccio i miei. Senza canone obbligatorio, la Ssr perde 1,2 miliardi di franchi. Le rimangono 400 milioni di pubblicità (un milione al giorno). Se vuole offrire il servizio pubblico gratuito, finanziato con la pubblicità, deve tagliare il budget di tre quarti. Oggi alla Ssr lavorano seimila persone. A mio avviso ne bastano 1000 per fare un buon servizio pubblico e coprire i costi con la sola pubblicità. 150 persone per i programmi in romancio, 200 per quelli in italiano, 250 per quelli in  francese, 300 per quelli in tedesco e 100 per i servizi generali. Per fare Radio 3i e Teleticino oggi ci vogliono complessivamente 40 persone. Se moltiplichiamo per cinque questa cifra, arriviamo alla futura dimensione della Rsi in caso di approvazione dell’iniziativa No Billag. Con 200 persone la Rsi rimarrebbe il più grande media ticinese, più grande del Corriere del Ticino, più grande de La Regione. E oggi fare radio e tv costa meno che pubblicare un quotidiano.

Un milione di pubblicità al giorno è sufficiente per coprire il costo di un buon servizio pubblico in quattro lingue. Nel 2016 le tre edizioni quotidiane del Telegiornale più l’edizione flash delle 16 sono costate complessivamente 11,5 milioni di franchi l’anno (rsi.ch/costi), ovvero 32 mila franchi al giorno. Aggiungiamo 29 mila franchi al giorno per il Quotidiano e 2 mila per la Meteo. Moltiplichiamo per tre (italiano, francese e tedesco) e aggiungiamo 11 mila franchi al giorno per il romancio. Arriviamo a 200 mila franchi al giorno, ovvero al 20% del budget della Ssr senza canone. Se la Ssr incassa un milione al giorno di pubblicità e ne spende 200 mila per Telegiornale, Quotidiano e meteo rimangono 800 mila franchi al giorno per finanziare tutto il resto. Per esempio 33 mila franchi al giorno per l’informazione radio, e 20 mila franchi al giorno per Rete 1. Se moltiplichiamo queste cifre per tre e aggiungiamo 41 mila franchi al giorno per il romancio arriviamo anche qui a 200 mila franchi al giorno. Rimangono ulteriori 600 mila franchi al giorno.

E non abbiamo ancora calcolato le sinergie tra radio e televisione, come pure tra le diverse regioni linguistiche. Si possono infatti unire le redazioni radio e tv. Per gli eventi dove oggi si mandano 10 persone tra giornalisti, produttori e tecnici di tre lingue diverse, in futuro si può mandare un solo giornalista trilingue con una telecamera a raccogliere interviste in italiano, francese e tedesco sia per la radio che per la tv. Questo rafforzerà la coesione nazionale.

Mi confessi una cosa. Questa No Billag non è forse la vendetta della destra, che ha masticato amaro per decenni? Che ha visto (a ragione o a torto) questa grande struttura mediatica come nemica?

Può darsi. Ma quel che conta ora è il cambiamento tecnologico. Tutti i miglioramenti, per loro natura, portano a un risparmio di risorse. Più aumenta il livello tecnologico, meno risorse sono necessarie per ottenere lo stesso servizio.

La meccanizzazione dell’agricoltura ha ridotto i costi degli alimenti e ha costretto buona parte della popolazione a cambiare lavoro. I progressi dell’industria tessile hanno ridotto i costi dei vestiti e migliaia di sarti hanno chiuso bottega. Allo stesso modo, internet riduce il costo di molti servizi e costringe molte persone a cambiare professione. Il canone televisivo è stato introdotto prima di internet. Siccome oggi non è più necessario, può essere abolito.

I principali esperti affermano che l’informazione politica della Ssr/Rsi è sostanzialmente equilibrata e corretta, NON sinistroide. Perché allora lanciare false accuse?

Non ho idea.

Gli analisti hanno scoperto (!) che il 70% (e più) dei giornalisti sono – per loro stessa ammissione spontanea – di sinistra. Ma io le dico che se un giornalista è professionale i suoi sentimenti non vanno a mischiarsi con le sue produzioni e i suoi reportages. Ho ragione?

La maggioranza dei giornalisti vota a sinistra e la maggioranza dei milionari vota a destra. Gli uni e gli altri possono influenzare l’opinione pubblica. Il miglior modo per non farsi condizionare è diffidare di entrambi, non prendere nulla per oro colato e confrontare le fonti di informazione. Per questo oggi internet è di grande aiuto.

Nella scelta dei temi da trattare o delle persone da intervistare, nella scelta dei titoli, delle immagini o dell’impaginazione grafica, i nostri sentimenti hanno un peso, anche se non ce ne accorgiamo.

Il giornalista deve impegnarsi a fare bene il suo mestiere e deve cercare la verità, indipendentemente dalle conseguenze che potrebbero derivarne. Deve essere anche pronto a subire le critiche dei lettori per le sue scelte. Il giornalista deve cercare di pubblicare informazioni precise, complete e rettificare eventuali errori. Ovviamente è sempre più facile giudicare i colleghi. Agli allievi della mia scuola di giornalismo dico questo: quando vi ho scelto non vi ho chiesto per che partito votate e non voglio scoprirlo leggendo i vostri articoli. L’istinto del giornalista critico dovrebbe essere quello di scovare informazioni che danno fastidio al potere, sia politico che economico. Poi però bisogna vedere se l’editore è d’accordo di pubblicarle. I condizionamenti economici sono maggiori di quelli politici. Se un giornale è finanziato dalla pubblicità dei supermercati, difficilmente darà spazio a informazioni che fanno risparmiare soldi al consumatore e li tolgono alla grande distribuzione. Pensate al primo quotidiano che vi viene in mente. Di destra o di sinistra. Quando è l’ultima volta che avete letto un articolo critico contro un grosso inserzionista di quel giornale?

Negli Stati Uniti i giornalisti che si dichiarano repubblicani sono il 7% contro il 28% di democratici, il 50% di indipendenti e il 15% che dà altre risposte. In Germania le simpatie dei giornalisti vanno per il 35% ai Verdi, 26% SPD, 9% CDU, 6% FDP, 4% altri e il 20% non ha simpatie per alcun partito. Secondo una ricerca americana, la maggioranza delle imprese dei media è situata in zone a maggioranza democratica. Questo non vale solo per i mass media ma anche per il settore dell’informatica: la maggior parte di chi lavora nella Silicon Valley vota democratico. Eppure il repubblicano Donald Trump grazie alla pubblicità mirata su internet ha vinto le elezioni con la metà del budget pubblicitario della sua rivale democratica Hillary Clinton

https://www.politico.com/magazine/story/2017/04/25/media-bubble-real-journalism-jobs-east-coast-215048

https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2014/05/06/just-7-percent-of-journalists-are-republicans-thats-far-less-than-even-a-decade-ago/?utm_term=.e959579a9d63

http://www.spiegel.de/politik/deutschland/s-p-o-n-der-schwarze-kanal-warum-sind-so-viele-journalisten-links-a-895095.html

Come può un’iniziativa rivelarsi vincente se tutta l’ufficialità, quasi tutte le persone che contano, le sono avverse? Persino gli esponenti della destra! Gobbi, Chiesa, Morisoli, Regazzi (approssimativamente collocabile nella destra PPD)… Tutti votano No. Sembra che gli iniziativisti abbiano la lebbra o l’AIDS. E l’influentissimo Pontiggia? Critiche acerbe, da far guaire dal dolore… … ma alla fine arriva il No.

Perché queste persone “che contano” in politica non sono rappresentative degli elettori “che contano i soldi alla fine del mese”.

Lei ha studiato le considerazioni esposte dalla personalità più in vista nel campo del Sì, l’unica veramente importante, Tito Tettamanti? Vuol dirmi la sua opinione in proposito?

So che Tito Tettamanti è un ex consigliere di Stato Ppd. E so che quando ha dato le dimissioni dal governo io non ero ancora nato. Per contro, non sapevo che Tettamanti si fosse schierato per l’iniziativa No Billag.

Secondo lei, perché questo maître à penser della destra liberale ha optato per un impegno così diretto, di prima linea?

Non lo so.

Forse non tutto è visibile alla luce del sole. Ci sono dei burattinai dietro le quinte?

Non lo so. Non mi sembra che il comitato No Billag disponga di grandi mezzi finanziari per la pubblicità. Votiamo su un nuovo articolo della costituzione. In caso di approvazione, il parlamento dovrà interpretarlo.

I primi sondaggi li abbiamo visti tutti. Fanno spavento. Sono affidabili? Potranno cambiare?

I sondaggi rappresentano le risposte date dalle persone intervistate. Per ora i risultati sono abbastanza stabili. Molto dipenderà dalla partecipazione al voto.

Il No alla No Billag dà alla Ssr/Rsi la possibilità di emendarsi. Ci sono promesse solenni in tal senso. Il Sì è la decapitazione senza appello. Non è ingiusto, non è irrazionale?

Il sì non è la decapitazione senza appello. Non è né ingiusto, né irrazionale. Votare sì significa lasciare al cittadino la possibilità di scegliere. Oggi possiamo scegliere se abbonarci a un quotidiano oppure no. Possiamo scegliere per che partito votare. Come sarebbe la nostra democrazia se fossimo obbligati ad abbonarci a un quotidiano controllato dallo Stato? Come vivremmo se fossimo obbligati a votare per un unico partito?

Il ruolo principale dei giornalisti è criticare il potere politico. Però se i media pubblici sono troppo potenti e pagano salari più alti della concorrenza indipendente dallo Stato, quanti giornalisti si mettono a criticare il potere? In Ticino la percentuale di giornalisti che lavora per un media controllato dal potere politico o che vorrebbe lavorarci è abbastanza vicina a quella dei regimi totalitari. La Rsi è troppo grande e va fortemente ridimensionata, riducendo gli sprechi, eliminando i doppioni tra radio e tv, e cercando sinergie con i colleghi di lingua francese e tedesca.

Se il 4 marzo vince il sì, la Ssr dovrà decidere se mandare in onda i programmi in chiaro e finanziarli con la pubblicità oppure se chiedere ai telespettatori un abbonamento facoltativo. Secondo me, sceglierà la prima possibilità.

Perché non credere a Canetta (o più in alto a Marchand) quando promettono una “nuova via”, un progresso, una Ssr/Rsi più rigorosa, più equilibrata, meno nepotista. Meno “casta” insomma (uso questo termine ben sapendo che farà infuriare…)

L’iniziativa No Billag è stata lanciata nel 2014. Hanno avuto tutto il tempo per cambiare e non l’hanno fatto. 

Come si battono le truppe di Canetta (chiamiamole così), mobilitate allo spasimo, sui “social”? Io personalmente sono stato colpito e infastidito dall’aggressività di certi attivisti di secondo piano, al limite della villania.

Il nervosismo è palpabile. Chi teme di perdere i privilegi attuali si sente insicuro, forse anche perché teme che se la Rsi ridurrà il personale, chi perde il posto non riuscirà a trovare un nuovo lavoro con un salario così alto. Questo non fa che confermare che la Rsi sta andando fuori mercato e a conti fatti è tutta pubblicità per il sì all’iniziativa. Quando a inizio dicembre è uscito un mio articolo su Spendere Meglio, alcuni dipendenti della Rsi hanno lanciato una campagna di boicottaggio, invitando le persone a disdire l’abbonamento. Risultato: in una settimana ho ricevuto undici disdette e oltre duecento nuovi abbonati.

Per concludere. C’è sicuramente una domanda, ai suoi occhi importante (ma forse tre o quattro…), che io non le ho fatto. Provveda!

Allora mi faccio la domanda più semplice. Perché il 4 marzo voterò sì?

E cosa risponde a questa domanda?

Perché guardare la televisione aumenta il rischio di cancro al colon e all’utero. L’hanno dimostrato due ricercatori confrontando 43 studi su 69 mila pazienti. 

In Ticino si guarda la televisione in media per 171 minuti al giorno, quasi tre ore.

https://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/index.php?fuseaction=temi.tema&proId=38&p1=39

Siccome questa è una media e siccome ci sono persone che guardano poco la televisione, vuol dire che c’è chi la guarda più di tre ore al giorno.

Io sono d’accordo di pagare le imposte proporzionali al reddito per prevenire il cancro. Non è invece nell’interesse pubblico prelevare un canone uguale per tutti (penalizzando i meno fortunati), con il risultato di aumentare ulteriormente il consumo televisivo, già eccessivo, che aumenta il rischio di cancro.

Esclusiva di Ticinolive

  • minimodire

    “I progressi dell’industria tessile hanno ridotto i costi dei vestiti e migliaia di sarti hanno chiuso bottega. “

    Ahiiia!! Sarebbe questa la neoformazione dopobillag?

    Diciamo piuttosto che i cosiddetti “progressi dell’industria tessile” hanno sicuramente costretto i sarti a chiudere bottega ma ha pure tragicamente riaperto il tema della schiavitù.

    «Il Bangladesh, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha basato gran parte della sua economia sull’export di abbigliamento per i grandi magazzini europei e nord americani: con un valore delle esportazioni di 72 miliardi di dollari, si piazza terzo in questa classifica dopo Tailandia ed India, e può essere considerato tra i vincitori della libera competizione globale scatenata dalla fine dell’Accordo Multifibre, quello che regolava gli scambi internazionali con il meccanismo delle quote. (…)
    (…) Oggi il Bangladesh contende il primato della crescita nel settore a giganti come India e Cina. Questa competizione, senza regole, ha le sue vittime sacrificali: gli ultimi sono stati i 21 lavoratori morti e i 50 feriti nell’incendio della Garib & Garib di Gazipur. L’ennesimo corto circuito ha mandato in fiamme un piano di un edificio fatiscente e precario, dove sono rimasti intrappolati un imprecisato numero di lavoratrici e lavoratori. Secondo alcuni testimoni oculari le uscite di sicurezza erano bloccate, gli estintori fuori uso e la porta principale chiusa a chiave. » (Altreconomia 03.06.2010)

  • Fafner

    Sì, d’accordo, ma ora non mi si verrà a dire che l’esubero della manodopera in seno alla RSI, ammesso che si arriverà a porsi il problema, porterà a una riapertura delle miniere con relativa riapertura della tratta degli schiavi. Tra il Bangladesh e la Svizzera qualche differenza c’è.

  • minimodire

    Il problema non si porrà.
    Tuttavia resta il tema della qualità dell’informazione.
    Con cànone oppure senza.
    La frase e il concetto contenuti nel testo ivi citato “I progressi dell’industria… etc “ non ci tranquillizzano sulle alternative possibili.
    Anzi.