Papa Francesco ha ragione? Certo che no! – di padre John Whiteford

Papa Francesco ha ragione quando dice che il passo nel Padre Nostro, “e non ci indurre in tentazione…” è una traduzione sbagliata?

da www.ortodossiatorino.net

La Catholic News Agency ha riassunto così la tesi del papa:

“Il papa ha detto che le parole “non ci indurre in tentazione” non sono corrette, perché, ha detto, Dio non ci conduce attivamente alla tentazione.

Il papa ha anche elogiato una nuova traduzione operata dalla Conferenza episcopale francese.

La nuova traduzione francese è “et ne nous laisse pas entrer in tentation” – “e non lasciarci entrare in tentazione”. Sostituisce la traduzione precedente “ne nous soumets pas à la tentation” – “non sottometterci alla tentazione” (Analysis: What is the context of Pope Francis’ words on the Lord’s Prayer? 12-11-2017).

Questa parte della preghiera del Signore si trova in Matteo 6:13 e Luca 11:4, e il testo greco è identico in entrambi i casi. Inserendo una traduzione letterale sotto il testo greco, potete vedere com’è strutturato il testo:

καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

e    non  indurre      noi    in  tentazione

La Young’s Literal Translation lo traduce in inglese come: “And mayest Thou not lead us to temptation…”

Quindi non c’è davvero alcuna ragione per cui “non ci indurre in tentazione” dovrebbe essere una cattiva traduzione. Ciò che il papa sta suggerendo è una traduzione molto interpretativa, ma che ha poche basi nel testo stesso. Il problema è se Dio possa guidarci attivamente in un tempo di “tentazione” o di “prova”, o se possa solo permettere passivamente che ciò accada.

Sappiamo che Dio non ci tenta nel senso di cercare di indurci a peccare (Giacomo 1:13). Ma Dio potrebbe condurci in un periodo di prove, che implica anche la tentazione? Sappiamo che questo è accaduto nel caso di Cristo stesso:

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Matteo 4: 1).

Alcuni sostengono, basandosi su quella che suppongono essere la forma aramaica originale della preghiera, che la traduzione dovrebbe essere resa nel senso più passivo elogiato da Papa Francesco, ma John Nolland, nel suo commento su Luca, respinge questa linea di ragionamento:

“Non c’è in fin dei conti alcuna giustificazione linguistica per evitare l’attribuzione a Dio del sentiero in vista. Un originale semitico può essere stato ambiguo, ma è stato compreso nella tradizione di lingua greca rappresentata dai nostri scrittori del Vangelo in un modo abbastanza inequivocabile. Nel contesto dell’Esodo e oltre, si dice spesso che Dio mette alla prova il suo popolo (Es. 16:4; 20:20; Deut 8:2,16; 13:4; 33:8; Gdc 2:22) “(Word Biblical Commentary: Luke 9:21-18:34, vol. 35b, Nashville, TN: Thomas Nelson, 1993, p. 618).

E se il testo greco è una traduzione dell’originale aramaico, tanto più poiché sia san Matteo che san Luca lo rendono esattamente nello stesso modo, quale sarebbe la ragione per non seguire la loro traduzione il più vicino possibile quando si traduce il testo in altre lingue?

Ecco come il testo è tradotto in diverse delle principali traduzioni in inglese:

“And lead us not into temptation…” King James Version

“And lead us not into temptation…” Revised Standard Version

“And do not lead us into temptation…” New American Standard Bible

“And lead us not into temptation…” New International Version

“And do not bring us to the time of trial…” [e quindi una nota: “Or us into temptation”) New Revised Standard Version

“And lead us not into temptation…” English Standard Version

Quindi il papa ha semplicemente torto, ancora una volta.

padre John Whiteford