Gustiamo il tè verde di Sheridan le Fanu

GREEN TEA

Un classico del genere “noir”


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… uno dei più bei racconti del mistero di Joseph Sheridan Le Fanu (Dublino, 1814-73), «Tè verde», è incentrato sulla tragica storia di un pastore anglicano, il reverendo Jennings, il quale, essendosi immerso nella lettura di alcuni vecchi libri ed essendosi lasciato permeare l’animo da pensieri potenzialmente distruttivi, inconsapevolmente crea la forma mentale di un essere maligno e persecutorio, una scimmia che sembra sorvegliarlo e che lo segue ovunque, dapprima saltuariamente, poi con sempre maggiore accanimento, ossessionandolo e riempiendo il suo cuore di ansia e di terrore, fino a spingerlo verso un terribile suicidio.

Ecco come il grande scrittore irlandese, autentico maestro del genere “noir”, descrive la prima apparizione del persecutore. La scena si svolge a bordo di un omnibus che, ormai vuoto di passeggeri, nella rossa luce del tramonto, sta portando il protagonista a destinazione, nella sua vecchia chiesa di campagna, circondata dagli alberi.

 

Avevo conosciuto un uomo che possedeva alcuni vecchi libri  molto strani, edizioni tedesche in latino medievale, e fui felicissimo di poterli consultare. I libri di questo cortese signore  si trovavano nella City, in una zona molto fuori mano. Quel giorno mi erro trattenuto più a lungo del solito e, uscendo, vidi che non c’erano carrozze pubbliche nei dintorni e fui tentato di prendere l’omnibus che passava proprio davanti alla casa. Era più buio di adesso quando l’omnibus  raggiunse un vecchio edificio che forse avete osservato, con quattro pioppi su ogni lato della porta, e lì scesero tutti i passeggeri, tranne me. Procedevamo velocemente. Era ormai il crepuscolo. Io mi raccolsi nel mio angolo, vicino allo sportello, meditando piacevolmente.

L’interno dell’omnibus era quasi buio. Avevo osservato, nell’angolo opposto a me, all’estremità  più vicina ai cavalli, due piccoli riflessi circolari, d’una luce rossastra, mi parve. Distavano l’uno dall’altro circa due pollici, e avevano la grandezza di quei piccoli bottoni di ottone che vengono usati sulle giacche dei marinai.  Cominciai a pensare a questo particolare, che pareva di ben scarsa importanza.  Da dove proveniva quella luce fioca e rossastra e da cosa veniva riflessa? Gocce di vetro,  bottoni, minuscole decorazioni? Procedevamo dolcemente, e ci restava ancora un miglio da percorrere.

Non avevo risolto il mio rompicapo, che divenne ancora più strano, perché quei due punti luminosi, con un sussulto improvviso, scesero più vicini al pavimento, mantenendo la loro distanza relativa e la posizione orizzontale; e poi, altrettanto bruscamente, si alzarono a livello del sedile su cui io mi trovavo, e non li vidi più.

Ormai la mia curiosità era eccitata; prima che avessi il tempo di riflettere, rividi quelle due luci fioche, sempre vicine a pavimento; poi scomparvero di nuovo e poi le rividi nello stesso anglo i cui le avevo scorte per la prima volta.

Così, tenendovi fisso lo sguardo, mi spostai adagio adagio sul mio sedile; e anche quando fui quasi all’estremità, continuai a vedere i minuscoli dischi rossi.

C’era ben poca luce nell’omnibus. L’oscurità era quasi completa. Mi sporsi in avanti per scoprire che cosa fossero in realtà quei piccoli cerchi. Cambiarono lievemente posizione, mentre io mi spostavo. Intravidi i contorni di qualcosa di nero e presto poi scorgere, con discreta chiarezza, la sagoma di una piccola scimmia nera, che sporgeva il muso, imitando i miei gesti, verso di me; quei dischi erano i suoi occhi, e adesso potevo vedere che digrignava i denti osservandomi.

Mi ritrassi, poiché non sapevo se stava per balzarmi addosso. Pensai che uno dei passeggeri avesse dimenticato quello sgradevole animale e per accertarmi de suo umore, siccome non volevo arrischiare le dita, spinsi delicatamente il mio ombrello nella sua direzione. La scimmia rimase immobile. L’ombrello la toccò, l’ATTRAVERSÒ. Perché l’attraversò veramente, avanti e indietro, senza incontrare  resistenza.

Non posso spiegarvi, neppure in minima parte, l’orrore che provai. Quando ebbi accertato che era un’allucinazione, come allora supponevo, provai un triste presentimento, e un terrore che mi affascinava e mi impediva di distogliere lo sguardo dagli occhi della bestia. Mentre la guardavo, spiccò un piccolo balzo indietro verso l’angolo, e io, preso dal panico, mi trovai mio affacciai, e respirando  profonde boccate d’aria e guardando i lampioni e gli alberi che mi passavano accanto, felice di rassicurare me stesso ala vista di quella realtà.

Feci fermare l’omnibus e scesi. Vidi che il cocchiere mi guardava in modo strano mentre lo pagavo. Ammetto che c’era qualcosa d’insolito nel mio aspetto e nel mio contegno, perché non mi ero mai sentito così strano in vita mia.

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