“Una città è felice quando sono felici i suoi cittadini” – Capodanno luganese – Lina Bertola cita Platone

La cerimonia di Capodanno, amatissima dai luganesi, si è svolta anche quest’anno alla presenza di un folto e lieto pubblico. Quale oratrice ufficiale è stata invitata la professoressa Lina Bertola, filosofa, saggista e rinomata docente. Ticinolive era ovviamente in prima fila, anche perché Lina è stata per molti anni, belli e interessanti, mia collega d’istituto a Lugano 1.

Pubblico qui il testo integrale del suo profondo e accattivante discorso.

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Grazie, di cuore, alla città di Lugano per questo, davvero graditissimo invito, in un momento di festa così bello e importante, così carico di significati simbolici. In sintonia con questo momento festoso di condivisione, vorrei intrecciare alcune riflessioni sui valori della vita, che si rinnova ogni anno, con il significato e il valore della polis, della città, della comunità che ci appartiene e alla quale apparteniamo.

Il filosofo Platone diceva che una città è felice quando sono felici i suoi cittadini, e che i cittadini sono felici quando vivono in una città felice. Che cosa ci suggerisce questo messaggio che dalla profondità del tempo giunge fino a noi? Ci suggerisce un profondo legame, un profondo legame tra il modo di vivere la nostra vita personale e i luoghi che abitiamo.

Ma che cos’è una città? Non è facile rispondere, perché la città è una realtà complessa e come tutte le realtà complesse non possiamo comprenderla descrivendo semplicemente tutte le cose che la formano: l’insieme di edifici, strade, piazze, parchi, uffici, i suoi abitanti…

No, la città non è mai soltanto la somma di tutte le cose e di tutte le persone che ne fanno parte.

Pensiamo al castello di sabbia che qualcuno di voi forse ha costruito quest’estate sulla spiaggia: alcuni milioni di granelli di sabbia che lo compongono, ma il castello è qualcos’altro. Per comprendere davvero, forse, è necessario soprattutto sentirla, la realtà. Ed ecco allora che gli spazi della città possono diventare luoghi. Gli spazi anonimi perdono la loro estraneità e ci divengono familiari; divengono parte del nostro vissuto, divengono luoghi della nostra geografia interiore, si iscrivono nell’anima.

La città, con i suoi luoghi, diventa una presenza simbolica nel cuore della nostra esperienza. Il simbolo è ciò che lega ciò che è dentro di noi e ciò che è fuori, il visibile di paesaggi, sguardi, incontri, e l’invisibile dei sentimenti e delle emozioni che, silenziose, li accolgono dentro di noi. Il legame, ogni legame, nasce dentro di noi. Abita i nostri giardini più intimi e segreti. La vita è espansione, ma è anche raccoglimento: ci chiede di aprirci al mondo, di aprirci all’altro e insieme ci invita a mantenere un intimo contatto con noi stessi. Questa è la bellezza infinita del dialogo interiore che ci apre al dialogo con gli altri.

Abitare la vita e abitare la polis, i legami di una comune appartenenza nascono così. Platone chiama felicità questo intrecciarsi, questo reciproco appartenersi. Ma che cosa è questa felicità che ci fa star bene al mondo, bene con noi stessi e bene con gli altri? Spesso, quando parliamo di felicità, ci vien da pensare all’attimo fuggente.

Pensiamo a momenti particolari, straordinari, attimi fugaci e spesso inattesi che ci consentono di mettere tra parentesi tristezze, malinconie, forse anche sofferenze più grandi. Ma è proprio così? Forse no, non è così. La felicità annunciata dal filosofo, nell’esperienza condivisa di individui e città, sembra parlare di un’altra cosa. Ci parla della felicità come trama di un’intera vita. Ci suggerisce che una vita felice non è fatta di attimi fuggenti ma è una vita sbocciata, fiorita nel tempo e nelle sue potenzialità.

Felice è la vita che esprime, giorno dopo giorno, pienezza e gratitudine.

Questa felicità, che può accompagnarci come trama di tutta la nostra vita, non ci offre però solo piaceri, gioie e spensieratezza; questa felicità sa accogliere anche le nostalgie, le tristezze, le sofferenze, che purtroppo spesso incontriamo sul nostro cammino.

Perché anche quando è solo sperata, anche quando sembra perduta, la felicità appartiene alla vita e la vita le appartiene.
Rimane sempre come un cielo sopra di noi e così le ombre della fatica, della nostalgia, della sofferenza, possono convivere con la luce di una felicità che sta come un cielo sopra di noi. Ad indicarci la forza della vita e le sue infinite possibilità.

E’ bello, e forse benaugurante, ricordarlo proprio ora, in questo giorno simbolico e rituale che rinnova, come tutti i riti, il legame alla vita e alle forme della sua convivenza.

Vivere una vita felice è allora anche una nostra scelta e un nostro compito; è l’impegno a prendersi cura di sé, a prestare attenzione al proprio mondo interiore e ai propri valori e a nutrire, a coltivare, il sentimento di appartenenza. Perché è’ vero, nasciamo soli e moriamo soli, ma la vita sempre ci accoglie nello sguardo e tra le braccia di un altro. La vita prima di ospitarci, ci attende …

Tutta la storia della nostra civiltà è attraversata da questo sentimento di appartenenza.

Nel mondo antico era l’idea di appartenenza al cosmo, a una Madre Natura, percepita come immenso organismo vivente.
L’idea di un cosmo capace di esprimere ordine e bellezza in tutte le sue manifestazioni. Quante volte, passeggiando nel nostro magnifico Parco, mi è capitato di percepire la bellezza e l’armonia di questo sentimento!

La cristianità poi, ha nutrito ulteriormente il valore della vita, di una vita aperta alla trascendenza e vissuta in una casa comune, in una comune appartenenza al regno di Dio; La modernità ha in seguito ripensato il senso del vivere in una prospettiva laica: laica, non necessariamente atea, e ha indicato la nostra casa comune nella storia di uomini che progettano, insieme, un futuro migliore.

Uno splendido messaggio dell’illuminismo ci viene dalle parole di Kant: “agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua persona e nella persona dell’altro, sempre come un fine…”
Trattare l’altro come un fine, sentire, percepire l’umanità, la sua presenza, in noi e insieme nell’altro: si tratta di splendide idee: mete ideali, che possono, credo, continuare a guidarci.

Oggi però, qualche volta facciamo fatica a vivere in prima persona dentro questi valori.

La modernità ha valorizzato l’individuo, l’autonomia e insieme la responsabilità del dover essere di ogni persona.
Questa danzatrice che si muove armoniosamente, mi sembra un’intensa espressione della libertà interiore, dell’autonomia del vivere e dell’agire volentieri.

Ma oggi, nell’immensa piazza virtuale di Internet e dei social in cui siamo continuamente convocati, questa bella idea di individuo rischia, qualche volta, di vaporizzarsi; rischia di indebolirsi e di trasformarsi in individualismo, chiusura in se stessi, solitudine. Perché sì, abbiamo tanti amici in Facebook, ma spesso ci sentiamo soli. Tanti “amici”, tanti “mi piace”: ma dov’è l’altro, l’altro, l’amico in carne ed ossa che mi guarda negli occhi, mi si avvicina, mi abbraccia?

Se ci chiudiamo nella solitudine dei nostri cuori, possiamo far fatica a riconoscere anche il valore della diversità, e qui non penso necessariamente a chi viene da lontano, ma anche solo alla diversità di chi abita dall’altra parte della collina.
Eppure la natura ci ripete ogni giorno che la differenza è fondamentale per conservare la vita! Lo sanno bene i batteri che hanno imparato a differenziarsi e ora sopravvivono ai nostri antibiotici. Accogliere la differenza non significa certo tolleranza ad ogni costo, significa solo rispetto per tutto ciò che davvero è rispettabile.

Ma anche con il rispetto rischiamo di avere qualche problema. Perché il rispetto è innanzitutto un sentimento, un’emozione: prima di essere un compito della ragione, il rispetto chiede di sentire l’altro. Nasce, può nascere, solo dal sentire, fisicamente, una presenza che mi guarda e che mi interpella.

La difficoltà a sentire la presenza dell’altro, infine, rischia di indebolire anche il sentimento di fiducia. Quella fiducia che comincia nel nostro affidarci alla vita; quell’affidarci con cui si inaugura sempre la vita, tra le braccia di una mamma, a cui tutti ci affidiamo. Sono alcuni rischi possibili del nostro mondo virtuale. Sono rischi che possono arrivare a toccare il cuore del nostro vivere e convivere.

Coltivare il “legame felice”, il legame felice tra gli individui e la loro città, può essere allora davvero un’occasione per vivere la propria vita in modo più intenso, più autentico, più armonioso. E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti noi, un augurio nutrito dalla speranza.

La speranza non è un sogno irrealizzabile, è fiducia nelle nostre capacità di esprimere meglio le possibilità che la vita offre ad ognuno di noi.

Come indicano queste splendide parole del poeta Fernando Pessoa:

Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./
Pertanto, dobbiamo fare:/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino,/ della caduta,/ un passo di danza,/della paura,/ una scala,/del sogno,/ un ponte,/ del bisogno,/ un incontro.

Mi avvio alla conclusione con questa immagine; non è una rovina, è la Tour Eiffel in costruzione. Un simbolo forte, mi pare, dell’andare sempre oltre, della tensione ideale. E accompagno questa immagine con un pensiero di Oscar Wilde sull’utopia, perché credo che l’utopia sia la più intensa espressione della speranza.

“Una carta del mondo, scrive Oscar Wilde, che non contenga il paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo perché non prevede l’unico paese a cui l’umanità approda di continuo.E anche quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un paese migliore e così l’umanità fa di nuovo vela. Il progresso altro non è che il farsi storia dell’utopia.”

Concludo
Concludo con un abbraccio, con questo abbraccio simbolico raffigurato nella splendida opera di Gustav Klimt; un abbraccio per incamminarci insieme nel nuovo anno.

Lina Bertola