Chi vuole distruggere la Svizzera? – di Manuele Bertoli

La risposta più ovvia alla domanda angosciosa di Bertoli sarebbe: i Socialisti.

Pubblichiamo integralmente questo interessante articolo perché intendiamo lasciare agli avversari di “No Billag” tutto lo spazio possibile (ammesso che lo desiderino).

Ci limiteremo soltanto a stigmatizzare la plateale esagerazione del titolo, come se l’esistenza del nostro caro (e minacciato) Paese dipendesse da un’informazione di Stato controllata dal potere politico.

Manuele, lo sai il dialetto? L’hai mai sentita questa? In temp da guèra püssé ball che tèra.

Post scriptum. Vorrei resistere ma non ce la faccio, sono troppo debole. Un blogger ha commentato: “Manuele Bertoli si preoccupa (a parole) di conservare i valori svizzeri? Questo dovrebbe insospettire chiunque!” 

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MANUELE BERTOLI (dal suo sito)  È piuttosto sorprendente osservare come alcune cerchie che si definiscono particolarmente vicine ai valori del nostro Paese abbiano deciso di attaccare frontalmente il modello di coesione e di multilinguismo che esso rappresenta. Lo hanno fatto iniziando la cosiddetta “guerra delle lingue” oltralpe, con l’intenzione di cancellare l’insegnamento del francese dalle scuole a favore dell’inglese, una “guerra” che stanno perdendo, e ora lo stanno facendo con l’iniziativa No Billag, che punta né più né meno a far scomparire la Ssr e le sue filiali regionali, Rsi compresa, dal panorama dei media elvetici. Quasi che la Svizzera festeggiata il 1° agosto con falò e bandiere o con il recupero di alcuni sport ancestrali possa poi essere dimenticata gli altri giorni dell’anno, costringendo gli svizzeri a parlarsi tra loro in inglese o a guardare le televisioni estere o quel che resterà di quelle locali per essere informati, malamente, sul loro Paese. Non moltissimi anni fa la Svizzera era orgogliosa di essere Paese multilingue, di avere avuto radio storiche importanti come Radio Monte Ceneri, Radio Beromüster, Radio Sottens, di aver saputo costruire un Paese su alcuni servizi importanti, le Ptt, le Sbb/ Cff/Ffs, simboli di efficienza e puntualità, di raccontare la nostra storia e il nostro presente agli svizzeri e a chi ci vedeva e ci guarda dall’estero in quattro o cinque lingue, schwiitzerdütsch compreso, attraverso le reti televisive e radiofoniche della Ssr. Un fiore all’occhiello la Ssr, un’azienda pubblica che ha saputo costruire e gestire al contempo tre network radiotelevisivi (uno in tedesco, uno in francese e uno in italiano, con una finestra in romancio) in un Paese di 8 milioni di abitanti, quando all’estero (Italia, Francia, Germania, Austria, Inghilterra) si trattava di crearne e gestirne uno solo, in una sola lingua e potendo contare su un numero di utenti molto superiore. Un’impresa che attraverso la radio e la televisione ha accompagnato le nostre comunità per decenni attraverso la storia e i tanti cambiamenti, grandi e piccoli. Un patrimonio prezioso, fatto di cronaca, notizie, intrattenimento, sport, cultura, giochi, personaggi, documentari, film, radiodrammi, una presenza forte e professionale, pur in un contesto così piccolo e plurilingue come il nostro. Malgrado questo pilastro della Svizzera moderna, c’è chi vuole gettare tutto alle ortiche, facendo tabula rasa. La Ssr non sopravvivrà in caso di cancellazione del canone, inutile speculare o far finta di nulla. Nessuna impresa o azienda può sopravvivere se perde di colpo tre quarti dei suoi introiti senza alcuna possibilità legale di compensarli. Una verità drammatica, ancor più vera per il servizio nelle lingue minoritarie (francese, italiano e romancio). Se passasse l’iniziativa, il servizio radiotelevisivo che conosciamo al di qua delle Alpi e che diffonde l’italiano anche oltre Gottardo semplicemente scomparirebbe. Noi svizzero italiani ci ritroveremmo in una condizione che non abbiamo mai conosciuto, paragonabile, per fare un esempio, a quella dei valtellinesi, con al massimo delle reti radiofoniche o televisive locali piuttosto minimali, costretti per il resto a dipendere da quanto arriva da Milano e da Roma, che per loro sono ancora punti di riferimento nazionali, ma non lo sono per noi. E allora diciamo di no. No a questo colpo di spugna su un pezzo importante della Svizzera, no a questa operazione profondamente offensiva del nostro presente e della nostra storia nazionale, no a questo modo di bistrattare quelle istituzioni che hanno fatto del nostro Paese quel luogo particolare che ci piace, no alla consegna del nostro futuro alle radio e televisioni estere, no alla trappola No Billag.

On. Manuele Bertoli, consigliere di Stato PS

  • Teus

    Sì, lo sa il dialetto.
    In ogni caso tutte le forze politiche fanno ambio uso delle balle in temp da guèra! Giustificazione? No, certo. Ma diciamolo.

  • parbleu

    Infatti: chi ha “lasciato” fallire la Swissair? Chi ha iniziato la privatizzazione della posta e ferrovie? Chi ha fatto la legge sulle casse malati? Se non erro i consiglieri federali socialisti……….

  • Non sciuperei certamente ore di sonno per polemizzare sul tema no billag. Il solo polemizzare intendevo dire. Tuttavia parrebbe molto antica l’idea per cui il “divenire” implicherebbe ovvie contraddizioni. Due “colonne” della filosofia greca, ne erano talmente certi che il primo concluse che esistono le “contraddizioni vere”, il secondo che il divenire è… illusorio. Vabbè cose più grandi di me.

    Certo è che la destra anche cantonale non sfugge ai paradossi: oltreché invitare alla lotta contro ogni marxismo, vero oppure presunto – anche magari solo informativo – oppure esigere una rispolverata di un unificante principio etico-giornalistico (possibilmente katholikós), insomma insistere pervicacemente su un salvifico ritorno alle tradizione premoderne (senza escludere il deferente rispetto per la cultura autoctona) eccetera, eccetera, lo vuol perfino attuare attraverso l’abbattimento dei (un tempo) portentosi Pilastri nazionali: rivendicare lì per lì (ipso facto, direbbe la destra colta) una totale “preclusione” finanziaria all’Ente Radiotelevisivo Nazionale. Per cui in una prospettiva nazionalistica la destra vuole accettare di diventare… «un laboratorio di paradossi».

    Andiamo oltre. Parliamo di “Servizio Pubblico” (Public Service Broadcasting). Ammesso che ci si chiarisca ben bene che cosa poi si debba intendere con questa seducente etichetta. Per meglio dire: che cosa dovrebbe accadere all’Ente Radiotelevisivo Nazionale affinché, in un ipotetico futuro, il concetto di “servizio pubblico” non risulti mortificato? Quesito imponente, avrebbe sussurrato un grande del passato. Verosimilmente resterà il fatto che dopo la votazione si farà poco o nulla in tal senso: se passasse il Sì, sparirà il soggetto del contendere, se passasse il No, tutto resterà, con buona probabilità, come prima. Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima? Parrebbe proprio che il divenire sia rimasto… illusorio.

  • parbleu

    caro minimodire il suo dire è come la nebbia, basta un raggio di buon senso per diradarla e mi sa che il buon senso non è ne di destra ne di sinistra…..

  • caro parbleu: si dice che il buon senso è quella cosa che sta in mezzo. Tuttavia ognuno vuol decidere dove mettere la metà 😉

  • parbleu

    è la nostra ignoranza a darci l’illusione della libertà di decidere dove è il buon senso? 🙂