Jan Palach s’incendiava 49 anni fa, martire e patriota antisovietico della Primavera di Praga

Praga, 27 giugno 1968. il Manifesto delle 2000 parole, redatto dagli intellettuali della Cecoslovacchia, chiede la rimozione dal partito comunista di tutti i leader che abbiano abusato del potere. I redattori del manifesto di protesta sono però consapevoli del possibile intervento armato da parte delle truppe sovietiche, in caso di sedizione, così annunciano resistenza armata ad oltranza.

l’URSS  e il blocco sovietico si allarmarono alla notizia di una  – seppur soltanto ponderata – rivoluzione antisovietica. Non solo: lo stesso leader della Polonia, Gomulka, assieme al leader della Germania dell’Est, Ulbricht, chiese esplicitamente un intervento armato per stroncare sul nascere la rivolta.

Incontro tra leader comunisti

Il segretario del Partito  Comunista dell’Unione Sovietica, Breznev s’incontrò allora con il Segretario del Partito Comunista della Cecoslovacchia, Dubcek, ambiguamente favorevole a una linea anti autoritaria, a un socialismo dal volto umano, sfociato concretamente in un consenso popolare. L’incontro tra i due fu  piuttosto ambiguo, e aumentò le illusioni di anti autoritarismo dei dirigenti cecoslovacchi.

L’URSS non si placa

L’Unione Sovietica decise che era tempo di porre fine alla ponderata Rivoluzione, e tra la notte del 20-21 agosto 1968 le truppe sovietiche invasero la Cecoslovacchia. I comunisti di Praga si riunirono allora clandestinamente, ostinati a resistere al comunismo ortodosso sovietico. Dubcek fu arrestato e trasportato a Mosca dove fu costretto a siglare un patto d’Intesa col Cremlino, per riportare alla “normalizzazione” il “suo” comunismo.

Jan Palach si da fuoco

Il 16 gennaio del 1969 un giovane studente di ventun anni iscritto alla Facoltà di filosofia dell’Università Carlo IV di Praga, si recò in piazza San Veneceslao e gettò per terra, distante, una borsa contenente appunti. Poi si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco, con un accendino. Il fuoco divampò, accanto alla scalinata del Museo Nazionale. Jan Palach era entrato nella storia, come martire per la libertà.

Jan Palach (1948-1969)

Ai medici raccontò di aver preso ispirazione dai monaci buddisti; rimase lucido per tre giorni, morendo in agonia il 19 gennaio. Nella borsa che aveva lasciato a terra furono trovate numerose lettere, una di queste parlava di un sacrificio a catena. “Se il nostro popolo non darà sostegno alla richiesta di libertà, una nuova torcia s’infiammerà.”

Un mese dopo, un altro studente diciannovenne, Jan Zajic, nella stessa città e nella stessa piazza si diede fuoco. Non fu mai trovata un’effettiva organizzazione che parlasse di patrioti pronti a immolarsi per la libertà, ma i fatti effettivamente ci furono.

i funerali del patriota

Pochi mesi dopo Dubcek fu fatto rientrare in patria, ma fu sostituito da Husàk, più fedele a Mosca. Iniziarono processi, epurazioni, esili. Quella che sarebbe passata alla storia come Primavera di Praga, si chiuse con il cingolo dei carri armati sovietici, e con un paese occupato.

500mila uomini furono espulsi: essi erano intellettuali, dissidenti all’interno del partito comunista stesso, registi quali Forman (qualcuno volò sul nido del cuculo, Amadeus) e scrittori, quali Kundera.

Pochi anni dopo, con il Movimento Charta 77, firmato appunto nel 1977, altri intellettuali avrebbero espresso nuovo dissenso.

Poiché la rivoluzione la si può stroncare, ma mai fermare del tutto.