Davos: Il Presidente Trump ha pronunciato il suo discorso nel giorno più atteso.

Con il suo discorso, che ha concluso i lavori al World Economic Forum di Davos, Donald Trump ha voluto ribadire principalmente le sue politiche protezionistiche, di fronte ad una platea di persone che rappresentano il gotha del libero commercio e che respingono protezionismo e isolazionismo.

“È un privilegio essere qui a rappresentare gli interessi del popolo americano” ha detto Trump aggiungendo che vuole assicurare che l’America vuole cooperare per la costruzione di un mondo migliore. “Prima America non significa solo l’America, ma come presidente degli Stati Uniti metterò sempre gli interessi del mio paese davanti a tutto, come dovrebbero fare tutti i leader politici”, ha dichiarato Trump cercando di dare rassicurazioni. E ancora: “questo è il momento migliore per investire in America”.

Trump, con un consenso che galleggia ai minimi per un presidente, ha tenuto il tanto atteso discorso al Forum economico mondiale davanti ai più importanti attori della finanza promuovendo gli Stati Uniti come luogo migliore per fare affari.

La via della moderazione era stata scelta inizialmente per confermare l’apertura ad un rientro degli USA nel TPP, l’Accordo Commerciale del Pacifico, dichiarando di essere pronto a negoziare accordi commerciali bilaterali di mutuo beneficio con tutti i paesi. Moderazione però che passa in un secondo piano quando si tratta di esaltare l’orgoglio americano e i risultati conseguiti nel suo primo anno di presidenza.

La moderazione scompare del tutto quando Trump comincia a parlare dei giornalisti definiti cattivi e dispensatori di fake news. “Solo diventando presidente ho realizzato quanto la stampa possa essere cattiva, feroce e falsa. Da imprenditore venivo trattato bene” ha detto. Commento questo che ha generato qualche fischio in platea.

Negli scorsi giorni era prevalsa l’illusione che arrivando a Davos, il centro mondiale delle convenzioni, Trump fosse un po’ più simile agli altri, ovvero cauto nel parlare stando attento al suo copione. E invece è apparso subito chiaro che fosse il solito Donald Trump. Il copione lo ha gettato per terra quasi subito senza consultarlo prima del discorso sconcertando alcuni dei suoi business leader, capi di grandi aziende americane.

Nel suo discorso durato diciotto minuti, Trump non ha solo promosso la sua politica di bassa tassazione, ma ha anche mostrato il suo entusiasmo per il WEF a seguito dei sui nuovi amici, così da lui definiti, conosciuti per l’occasione. Tra questi ci sono Ulrich Spiesshofer di ABB, Mark Schneider di Nestlé e Vas Narasimhan di Novartis.

Due giorni prima la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva attaccato il protezionismo e l’isolazionismo della Casa Bianca, aprendo la sua relazione davanti alla platea del Forum ricordando l’anniversario della fine della Prima Guerra mondiale, quando l’Occidente protezionista partecipò al conflitto. “Isolarsi dal resto del mondo non aiuta e il protezionismo non è la risposta giusta, bisognerebbe cercare soluzioni multilaterali e non unilaterali”, ha dichiarato la Merkel mettendo in guardia dai troppi egoismi nazionali e populismi che avvelenano l’Europa.

Un discorso simile è stato tenuto anche dal presidente francese Emmanuel Macron, sottolineando il fatto che la globalizzazione sta attraversando una grave crisi che richiede una cooperazione, e che il dumping fiscale di Trump non è una risposta.

Sullo stesso indirizzo della cancelleria tedesca e del presidente francese, il Premier italiano Paolo Gentiloni, che ha precisato che non può essere messo in discussione l’intelaiatura di quelle relazioni commerciali che si sono rivelate estremamente utili per la crescita.

Protezionismo è dunque una delle parole chiavi della politica economica dell’esecutivo americano guidato da Trump, convinto che l’economia statunitense possa ripartire chiudendo i rapporti di scambio con i paesi esteri.

Qualcuno gli ha fatto notare che innanzitutto colpire la produzione nei paesi cosiddetti emergenti con dazi e tariffe commerciali vorrebbe dire colpire direttamente le imprese americane. Infatti molti dei prodotti targati “made in USA” vengono assemblati o direttamente prodotti in aziende cinesi, vietnamite e messicane, dove il basso costo del lavoro consente alle imprese americane di generare enormi profitti. In secondo luogo, la chiusura del Stati Uniti potrebbe orientare i paesi europei ed asiatici ad una ripicca decidendo di imporre a loro volta dazi e contingentamenti sui prodotti americani.

Trump è il primo presidente statunitense a partecipare al meeting annuale di Davos negli ultimi 18 anni. Prima di lui fu Bill Clinton nel 2000.