No Billag: e dopo il voto? – di Tito Tettamanti

Una lode va tributata all’Avvocato perché sa affrontare stoicamente l’impopolarità. Immagino che se ne freghi ma non ogni persona nella sua posizione agirebbe come fa lui. Nello sparutissimo gruppuscolo dei fautori (ticinesi) di No Billag – i famosi “quattro gatti”, potete contarli sulle dita; coloro che si nascondono non li considero – egli è la personalità più eminente. 

Di particolare interesse il finale dell’articolo, dove Tettamanti critica e attacca l’intoccabile icona pipidina Doris Leuthard “che farebbe impallidire un venditore di tappeti levantino”. Ben detto, perbacco!

[Giovedì scorso ho avuto occasione di scambiare alcune battute con la consigliera federale e debbo dire che l’ho trovata simpatica e gentile. Le mie personali rimostranze sono unicamente di tipo politico]

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(pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata)

L’iniziativa non verrà accettata, lo vado ripetendo da mesi. Non mi baso su sondaggi ma su due riflessioni.

La prima è che la «No Billag» è il concentrato di tutti i concepibili errori di gioventù. Utopica, ingenua, redatta in modo affrettato, radicale e pecca di sensibilità per le articolazioni della Svizzera (minoranze ecc.). Pur con tutta la simpatia non è facile votarla. Una perdita di tempo? Per nulla. Un esercizio di democrazia che contesta il pregiudizio che i giovani non si interessano di politica. Anzi, hanno portato alla luce un disagio nel Paese che arroganza deweckiana e prepotenza politico-burocratica hanno tentato di soffocare. Qualcuno la voterà per dare un cartellino giallo (meritato) alla SSR.

La seconda riflessione concerne il grave errore di sottovalutazione della potenza dell’avversario da parte dei quattro giovani capitani coraggiosi. SSR ed establishment svizzero sono legati da un intreccio di interessi, scambio di favori, compromessi che sono l’essenza del mantenimento del potere, di posti e vantaggi [neretto della red.] Battersi con il colosso SSR in Svizzera non è facile. Può contare su 6.000 dipendenti (con relativi penti) quali attivisti, dispone di 1,2 miliardi di buone ragioni che garantiscono una fitta rete di relazioni e influenze, ha l’appoggio di parlamentari federali (165 si sono impegnati a votare no), di partiti e perfino il sostegno dei concorrenti, preoccupati di perdere il 5% delle tasse che la SSR ristorna, cifre modeste ma talvolta indispensabili per la sopravvivenza. In poco tempo un gruppo che avversa la «No Billag» ha raccolto 960.000 franchi per finanziare la campagna. Non male, ma chi tra le centinaia di fornitori della SSR si sarebbe sentito di rifiutarne il concreto appoggio? La galassia «Blick» (Ringier) in due mesi ha pubblicato 388 articoli contro l’iniziativa. Amor di Patria? Semplicemente lucida difesa dei propri interessi. La Ringier è socia della SSR nell’Admeira, società che tende a dominare il mercato pubblicitario. Cambia la SSR, perde la Ringier.

Poi ci sono le iperboli: «No Billag» minaccia la coesione, minaccia il federalismo, lascia gli svizzeri senza informazione. «No Billag, no Svizzera!». Il parossismo l’ha raggiunto lo scrittore Bärfuss («Sonntagsblick») che teme l’arrivo dell’anarchia e la fine della Confederazione. Il n’y a que le ridicule qui tue, ma davanti a simili isterismi vien da chiedersi se forse i giovani del «No Billag» non abbiano qualche ragione.

Dalla SSR ci vengono descritti scenari da film dell’orrore se l’iniziativa venisse accettata. La stessa sera le luci si chiudono e 6.000 collaboratori rimarrebbero senza lavoro. C’est de la bonne guerre, ma è un’esagerazione.

La strategia della paura con punte di terrore è stata azzeccata e pagante. Al massimo, visto che ha acuito le lacerazioni, ci si può chiedere se è coerente per chi afferma essere un insostenibile pilastro della coesione nel Paese. Ma nei nostri tempi la coerenza non è l’arma vincente in politica. Purtroppo però ciò ha permesso di deviare il discorso dalle due semplici uniche importanti domande: la SSR intende modificarsi o no? E se sì, in cosa e in che modo? Il dibattito sarebbe stato meno acrimonioso, più trasparente e fruttuoso.

Va riconosciuto che in recenti interviste il direttore generale Marchand e la vicedirettrice Heimgartner hanno abbandonato la spocchia del predecessore, hanno ammesso possibili errori e riconosciuto la necessità di modifiche imposte anche dai tempi. Addirittura è stata usata la parola abspecken, che in italiano non è solo dimagrire, ma togliere il grasso superfluo.

Ovviamente Marchand, da sempre un difensore del servizio pubblico, si batterà ma sulla base di considerazioni aziendalistiche e non pretestuosamente ideologiche, non si ritiene incaricato di salvare la Svizzera, ma di gestire al meglio un’azienda. Indicazioni intelligenti di dirigenti che considero in buona fede. Sfortunatamente vi è la variabile Leuthard, con tattiche di imbonimento che farebbero impallidire un venditore di tappeti levantino. Lascia che il Parlamento rifiuti categoricamente una riduzione della tassa annua per annunciare pochi giorni dopo lo sconto a 365 franchi. In questi giorni di pre-votazione addirittura preannuncia un ulteriore possibile sconto a 300 franchi.

La stessa Leuthard è sempre riuscita a rinviare la discussione sul disagio che l’iniziativa ha messo a nudo. Durante la campagna per l’introduzione della tassa sulla televisione ha preteso si parlasse solo del modo di finanziamento. Poi, sorpresa dallo schiaffo del risultato della votazione, ha promesso un corale dibattito in tutto il Paese. Promessa mai mantenuta. Ora vuole si parli solo del pericolo dell’iniziativa. Il dibattito è rimandato a quando Leuthard presenterà la proposta di legge (inutile!) sui media. Mentre si attende tale dibattito propone di rinnovare la concessione alla SSR sino al dicembre 2022. Passata la festa gabbatu lu Santo.

Vincerà la linea aziendalistica Marchand, ancora da chiarire ma che parte da premesse comprensibili, o la linea dell’immobilismo monopolista del potere burocratico-politico. In questo secondo caso un’iniziativa senza ingenuità verrà formulata per permettere ai cittadini di decidere in che realtà e futuro mediatico vorranno vivere.

Tito Tettamanti