Le tante frottole raccontate dai contrari a No-Billag – di Paolo Camillo Minotti (versione integrale)

La campagna dei contrari all’iniziativa No-Billag ha assunto dei toni quasi “terroristici”, enuncia tesi estreme e ideologiche che non hanno alcun riferimento con la realtà, vuole suscitare paura nella gente e non lasciarla ragionare razionalmente. I toni e il contenuto sono talmente esagerati e pacchiani, che ricordano certi proverbiali pescatori racconta-frottole marsigliesi (“ho pescato un pesce che pesava cinquanta chili”, “E io ne ho pescato uno di più di cento chili”, “e io ne ho pescato uno che non ci stava neanche in questo locale” e via di seguito).

Si asserisce che senza il canone obbligatorio la SSR e in specie la RSI non potrebbero sopravvivere; addirittura si aggiunge che l’azienda non avrebbe nessun “piano B” (perché nessun piano B – leggasi: nessuna ristrutturazione o parziale ridimensionamento – permetterebbe di salvare l’azienda). Si tratta di esternazioni sconsiderate e che d’altra parte contraddicono tutti gli elogi che si fanno alla radio-tv di servizio pubblico: infatti, se le tivù della SSR fanno trasmissioni di qualità che sono apprezzate da buona parte del pubblico, non ci dovrebbe essere nessuna difficoltà a convincere almeno la metà della cittadinanza (o perlomeno quelli che voteranno No a No-Billag) a continuare anche in futuro a pagare il canone a titolo facoltativo, ovvero a sottoscrivere abbonamenti sul modello delle pay-tv già esistenti. Le modalità tecnologiche per erogare la diffusione dei programmi solo a chi paga il canone/abbonamento, sussistono da parecchio tempo, e quindi non si vede perché non si dovrebbe optare per la facoltatività del canone, in ossequio alla libera scelta dei cittadini! Perché io dovrei essere obbligato a pagare il canone, anche se guardo molto raramente le reti SSR, solo perché così piace a Fabio Pontiggia, Mauro Baranzini, Renzo Ambrosetti, Roberto Stoppa, Fabio Abate, Graziano Pestoni, Remigio Ratti, Dino Balestra & Co.? (Tra l’altro gli ultimi due, se capita, come ex-dipendenti della SSR non lo pagano nemmeno…). Se a lorsignori piacciono i programmi della RSI, nessuno impedisce loro di continuare a pagarlo anche dopo il 4 marzo p.v.. E se ritengono, come qualcuno ha avuto il toupet di dire, che si tratta solo di 1 franco al giorno (molto poco quindi), possono pure pagarlo – a titolo del tutto volontario – doppio o triplo! Con lo stipendio che hanno per es. Pontiggia o Baranzini, potrebbero anzi pagarne anche dieci: cosa volete che siano 3650 o anche 4’500 fr. all’anno per chi ne guadagna 10 o 15 o 20 mila al mese? Nessuno glielo impedisce! Ma non si permettano di obbligare i loro concittadini a pagarlo, ammantando questo obbligo di fregnacce come il “servizio pubblico” e una informazione presuntamente equilibrata dello stesso, che è una favola totalmente avulsa dalla realtà. Nella nostra società odierna, dove per chi vuole vi sono innumerevoli possibilità di informarsi, obbligare a pagare il canone della radio-tv di Stato è una violazione delle libertà fondamentali, né più né meno che se vi fosse l’obbligo di abbonarsi alla “Regione” o al “Tages Anzeiger” o a non importa quale altro giornale!

La SSR ha sicuramente buone possibilità di sopravvivere all’abolizione del canone obbligatorio – così come la Swisscom è rimasta dominante sul mercato anche dopo la soppressione del monopolio della telefonia – purché beninteso la sua dirigenza sappia fare le necessarie scelte e andare finalmente nella direzione di una gestione oculata e ragionevole. È vero che qualche dubbio su tale capacità della dirigenza sussiste, perché è abituata da troppi anni a nuotare nell’oro grazie al prelievo del canone obbligatorio, ma è troppo facile gettare sul conto dell’iniziativa No-Billag l’eventuale propria incapacità di gestire l’azienda! Ad ogni modo un sistema di abbonamenti facoltativi a un pacchetto di trasmissioni informative abbastanza seguite (in Svizzera tedesca: 10vor10, Arena, Tagesschau; alla RSI: telegiornale, Falò, ecc.) dovrebbe essere possibile. A ciò si aggiungerebbe la pubblicità. Inoltre, per trasmissioni con mercato esiguo come la Tv romancia o italiana o per prestazioni di valore culturale (per es. il promovimento della cultura musicale), è ipotizzabile un finanziamento direttamente da parte della Confederazione come proposto dall’USAM, che non verrebbe dato alle emittenti in quanto tali ma sottoforma di mandato di prestazione per fare determinate trasmissioni (per es. per commissionare lo svolgimento e la trasmissione di concerti di musica classica). La base costituzionale per erogare tali contributi sussisterebbe comunque, anche se l’iniziativa No- Billag venisse accettata, e si trova negli articoli della Costituzione che prevedono la difesa delle minoranze linguistiche rispettivamente la promozione della cultura. Tale finanziamento sarebbe mirato e sostenibile, perché si limiterebbe a sostenere quelle prestazioni indiscutibilmente di servizio pubblico svolte dalla radio-tv (o l’informazione di base indispensabile per le minoranze linguistiche), anziché foraggiare in modo indifferenziato un carrozzone dispersivo tramite un canone esoso e iniquo.

I contrari fanno poi affermazioni non comprovate e anzi smentite dalla realtà come quella secondo cui solo una tv pubblica potrebbe fare programmi di qualità e informazione politica indipendente (importante per la democrazia). Orbene, a parte il fatto che la SSR è tutt’altro che al di sopra delle parti e non è per niente indipendente dal potere politico (per capacitarsene basta vedere il modo acritico con cui i suoi telegiornali riportano le posizioni del Consiglio federale sulla politica europea o come osteggiano faziosamente chi dissente dal C.F. su qualche tema importante, vedi l’iniziativa del 9 febbraio dell’UDC), mi chiedo anche: i contrari a No-Billag non hanno mai guardato per esempio le trasmissioni della tivù La7 (dell’editore italiano Cairo), che si è specializzata in trasmissioni di informazione politica e sociale? Oppure quelle del canale franco-tedesco Arte, la cui prerogativa sono inchieste e documentari su cultura e società a livello mondiale? La7 beninteso non è al di sopra delle parti, ha una linea piuttosto di sinistra (comunque non più di quella della RSI), ma gli va riconosciuto di fare informazione di qualità, ciò che non sempre è il caso nelle reti SSR. Lilli Gruber e Marco Formigli sono schierati e faziosi, ogni occasione è buona per fare battutine contro Salvini e i populisti, però nei loro talk-show invitano tutti e lasciano parlare tutti, anche se sostengono idee opposte alle loro. Insomma: viene promosso il dibattito, non come alla RSI dove per regola generale il dibattito viene sedato. Ma soprattutto il successo de La7 smentisce la stupida asserzione, ripetuta da tutti i “pappagalli” non pensanti, che la privatizzazione delle tv porti alla “berlusconizzazione”, che significherebbe: tivù di bassa qualità, che istupidisce la gente con trasmissioni idiote e che manipola i telespettatori asservendoli agli interessi della destra economica. Si aggiornino lorsignori: in Italia è sorto da parecchi anni il “terzo polo” televisivo e quindi la disfida non è più solo tra RAI e Mediaset berlusconiana. E prendano nota che vi sono anche i magnati “di sinistra”. Lo metto tra virgolette, perché come ogni etichettatura anche questa può essere opinabile, però ci capiamo: essere “di sinistra” oggi si intende chi è favorevole alla libera circolazione e al multiculturalismo, chi tifa per l’UE e per la cancellazione delle prerogative e delle identità nazionali, e così via.

Se poi si parla di approfondimento culturale, sostenere che il ruolo della SSR è indispensabile denota una sconfinata presunzione e molto provincialismo. Personalmente non vedo molta cultura vera sulle reti SSR, comunque non più di quanta ve ne sia sulle Tv private o estere. Ma, più in generale, va detto che il mezzo televisivo nel migliore dei casi può offrire dei buoni documentari, ma l’approfondimento dovrà sempre essere cercato altrove: leggendo libri, buone riviste, eccellenti giornali. Per me per esempio leggere ogni tanto la NZZ, nonché riviste come la “Weltwoche”, è un sicuro arricchimento; si imparano molte cose, vi si leggono articoli su molti temi e su tutti i paesi del mondo, e non solo su quelli “di moda” e che passano nei titoli dei telegiornali del momento. Chi pensa che bastino le “ricercate” trasmissioni RSI per abbeverarsi alla cultura e capire il mondo, francamente è un “pauvre type”!

Non bisogna infine dimenticare che, per molti cittadini che non sono dei benguadagna, i soldi del canone sono molti e precludono in molti casi la possibilità di abbonarsi in più pure a un giornale o a una rivista, o che so io, a un programma di documentari sulla natura e sul mondo (come offerto da alcune ditte come Netflix). Quindi, in omaggio alla libertà di scelta e alla libertà tout court, occorre sopprimere finalmente l’arcaismo che rappresenta il canone obbligatorio che foraggia la Tv di Stato.

Paolo Camillo Minotti (già granconsigliere UDC)