Sì a una SSR privatizzata e di qualità – di Enrico Valsangiacomo

“Se c’è un ostacolo alla «libera formazione delle opinioni» (sempre articolo 93 della Costituzione) è proprio l’attività catechizzante di tanti giornalisti SSR.”

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Questa lettera-articolo è stata inviata 10 giorni fa a un importante quotidiano ma (a tutt’oggi) non è stata pubblicata.

Tratta quella che è, ai miei occhi, la questione centrale, cioè l’indipendenza e l’equilibrio dell’informazione. Detto in termini più espliciti, se la Ssr/Rsi orienti l’informazione al fine di condizionare i cittadini, favorendo la coalizione politica prevalente. È un discorso difficile non solo da condurre, ma addirittura da intavolare. Ti guardano sospettosi e ti dicono: “Lei non vuole parlare del bagno di sangue occupazionale?”

Cari lettori, il quotidiano importante non l’ha pubblicata, ma io ve la faccio leggere.

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Nell’ottobre del 2012 si è svolto a Lugano un dibattito importante sul tema: la SSR nella società che cambia. Purtroppo da quella data non è cambiato nulla alla SSR per cui vorrei poter qui immaginare come sarebbe una società svizzera con una SSR cambiata: migliore? Direi di sí. Infatti, se diversi rappresentanti della società civile hanno lanciato l’iniziativa «No Billag» è soprattutto perché la SSR parapubblica, nel corso degli ultimi decenni, si è a poco a poco allontanata dallo spirito dell’articolo 93 della Costituzione, in particolare nel settore dell’informazione («riflettono adeguatamente la pluralità delle opinioni»). Questo settore è di capitale importanza, è il «cervello» della SSR perché è su di esso che l’uomo politico conta per condurre la sua azione, per orientare l’opinione pubblica a suo favore, per definire le verità del momento. La SSR parapubblica è quindi una società in cui si svolge di continuo una sorda lotta per occupare i posti strategicamente determinanti per la conduzione dell’azienda e, in particolare, per l’impostazione ideologica della sfera informativa. Ecco perché le manovre, gli appoggi, le pressioni dei partiti sono una realtà quotidiana alla SSR parapubblica, ciò che non esiste nelle radiotelevisioni private. Ora, se questa conduzione si svolgesse nel rispetto degli equilibri politici, ciò che è onestamente attendibile, nulla o poco ci sarebbe da ridire poiché si sentirebbe – dalle trasmissioni informative, per es. – che l’equilibrio esiste; il fatto invece è che sull’arco degli ultimi vent’anni l’equilibrio si è rotto perché chi ha occupato nel frattempo posti importanti ha assunto chi ha voluto lui o chi gli è stato proposto di assumere, con le relative conseguenze sui contenuti e sullo stile. Il pubblico della radiotelevisione non essendo stupido ha captato lo squilibrio: chi lo condivide se ne rallegra, perché sente ormai quotidianamente la «buona novella» a lui tanto cara; chi non lo condivide ne risente un’ingiustizia, perché è costretto a pagare un canone che non garantisce nemmeno la metà di quel che a buon diritto si aspetta. Un esempio di squilibrio pacchiano è questo: a Comano, quando una questione economica è d’attualità, son sempre gli stessi «esperti» a essere invitati, le cui spiegazioni scientifiche sono tanto discutibili quanto forti sono le loro convinzioni dottrinarie di sinistra (anche Kurt Schiltknecht era docente universitario e socialista, ma ciò non gli impediva di essere rigoroso e intellettualmente onesto). Mi sa che molti radio/telespettatori – non soltanto vicini all’UDC o alla Lega, ma anche al PLR e al PPD e forse anche al PS (penso agli anziani senza televisore che si troverebbero a pagare un canone pari al doppio di quanto pagano adesso) – ne hanno abbastanza delle trasmissioni radiofoniche o televisive dove una specie di «evangelizzazione» viene gabellata per informazione. Se c’è un ostacolo alla «libera formazione delle opinioni» (sempre articolo 93) è proprio l’attività catechizzante di tanti giornalisti SSR. «Catechizzante» è esagerato? Ebbene, basta ascoltare i commenti moralistici del giornalismo moderno, compreso quello della SSR parapubblica, per convincersi del contrario. Ma non è tutto, perché se tale moralismo è nauseante lo si deve al fatto che è settario e disonesto. Due esempi in merito: per il «settario» si veda la critica di Mauro Capoferri (Lettere dei lettori, CdT 30.1.2018) a una trasmissione tendenziosa della RSI sul colesterolo («presentano gli avvenimento in modo corretto»?). Per il «disonesto» basta citare il cofinanziamento da parte della RSI del film «Sangue», presentato al festival di Locarno 5 anni fa: come mai parecchi milioni di franchi sono stati versati a un regista italiano, quando invece avrebbero dovuto servire a sostenere la cinematografia svizzera? Come se non bastasse, la «star» di questo film era l’ex-brigatista Giovanni Senzani, mai pentitosi di aver assassinato a sangue freddo un innocente, padre di una bambina, al quale i giornalisti della RSI con sconvolgente superficialità hanno teso il microfono per un’ampia intervista sul suo ruolo d’attore (come contributo allo «sviluppo culturale»?). Cosa dire poi della «formazione delle opinioni» in materia di politica della Svizzera nei riguardi dell’UE e di quella dell’UE rispetto alla Svizzera! Possibile che alla SSR non ci sia nessuno che abbia il coraggio di dire come Bruxelles, avvalendosi della forza, minaccia e ricatta la Svizzera? Possibile che per i giornalisti della radio/televisione parapubblica sia sempre e solo la Svizzera – sia della sfera pubblica che di quella privata – a non rispettare accordi, decisioni, regole, quindi a essere sanzionabile per quelli di Bruxelles? Possibile che fra i giornalisti SSR non ce n’è uno che conosca a fondo la storia e il funzionamento dell’UE, non foss’altro per spiegare come mai la sua burocrazia è cosí avida di soldi?
Ecco, con una SSR cambiata – una SSR SA – certe storture, disequilibri, tendenziosità e disinvolture giornalistiche non ci saranno piú, e i radio/telespettatori pagheranno volentieri l’abbonamento a una SSR privatizzata. Non solo, ma scommetto che anche parecchi collaboratori della SSR SA si sentiranno a miglior agio perché potranno godere di una maggiore libertà di espressione e di critica e dar cosí piú ampio corso alle loro capacità e competenze. C’è chi ha affermato che il successo del sí significherebbe chiudere i battenti della SSR : ma che bella bufala ! Non lo credo affatto invece, perché come fa a fallire questa azienda che ha un enorme capitale a sua disposizione – edifici strutture tecnologiche impianti veicoli – e personale qualificato? Certo, privatizzata dovrà seguire la logica del privato, che non è dei soldi innanzitutto, ma quella della qualità! perché nel privato è cosí : se il prodotto è buono tutti lo vogliono avere, e ciò fa incasso. E poi, se col nuovo articolo costituzionale la Confederazione non finanzierà piú la SSR, per i Cantoni la cosa è diversa; che la nuova SSR SA diffonda prodotti innovativi, intelligenti e stimolanti per chi vuol sapere, conoscere e capire, e sbaraglierà la concorrenza, ma non piú coi soldi dello Stato bensí con la qualità di chi ci lavorerà, e farà nuovi abbonati anche all’estero. C’è stato un periodo in cui la radio svizzera era ascoltata dagli abitanti dei paesi a noi confinanti; erano gli anni bui delle dittature europee. Io vedrei benissimo a partire dal 2019 una SSR SA a controcorrente quanto basta per attirare i radio/telespettatori italiani, francesi e tedeschi stufi delle notizie di regime. Mi sa pure che a Bruxelles attendono con un pizzico d’impazienza il risultato della votazione: un sí a « No Billag » potrebbe addirittura essere una carta da giocare sul tavolo dei negoziati sull’accordo-quadro! Facciamo sí che la svolta sia davvero epocale.

Enrico Valsangiacomo, Marin-Epagnier