Italia, Elezioni Politiche – 4 marzo 2018 Tutti contro Tutti, ma qualcuno sta con Tutti

Tutti contro tutti – 4 marzo 2018

Il centro destra unito (o quasi)

Se c’è un candidato la cui immagine lampeggi per prima nella mente dell’elettore italiano disinteressato alla politica, è senz’altro quella di Matteo Salvini. Col suo carrozzone di slogan sovranisti ed economici, con le sue scritte cubitali bianche in campo blu (il verde Padania è stato rigorosamente accantonato), nelle quali un dimagrito Alberto da Giussano punta la spada verso l’insegna “Lega”, è colui che “buca lo schermo”. Non solo mediatico, intendiamoci (ripete sovente “la tv è di stato, la rete è libera”, salvo poi apparire quasi sempre sulle tv di stato e sui canali berlusconiani) ma anche quello dei social network. Da “prima gli italiani” a “flat tax al 15%”, i mantra salviniani ti si impiantano in testa e non ne escono più.

Poi c’è il redivivo e immortale Silvio Berlusconi che dall’alto della sua immortale Forza Italia alza la posta in gioco dell’aliquota unica dal 15% salviniano al 26%, per pareggiare un po’ i conti, che pare accogliere la candidatura a premier del suo alleato Salvini (senza dimenticare che tempo addietro lo aveva definito candidamente “il mio goleador”), per poi scaricarlo come “ministro degli interni”. Mica male come postazione, certo, ma ulteriore dimostrazione di secondo piano di Salvini rispetto a lui stesso.

Componente femminile del triumvirato destroide è Giorgia Meloni, che si pone sulla scia di Giorgio Almirante (numerosi sono i manifesti pubblicitari che accostano il volto duro del leader dell’ormai spentasi Alleanza Nazionale e il viso determinato della leader di Fratelli d’Italia): tono deciso, romanesco marcato, intenzioni sovraniste, come i suoi alleati. ” la nostra è l’unica coalizione che può governare, poiché ha i numeri ” sostiene Giorgia “l’alternativa al centro destra è un inciucio di partiti o l’ingovernabilità.” Frasi ad effetto, congiuntivi poco presenti (come d’altra parte in Salvini o in Di Maio), e qualche gaffe: dal Photoshop che la ritrae bionda e levigata, recitando “salvaguardia della famiglia tradizionale” (e qui via di attacchi da parte dei detrattori, che vanno da “la Meloni è mamma senza essere sposata”, a  “dice tradizionale poiché non ha nemmeno il coraggio di dire etero”), alla recente figuraccia fatta al cospetto di Grego, il direttore del Museo Egizio di Milano, autore dell’infelicissima, quanto intoccabile trovata di concedere l’ingresso gratuito ai parlanti arabo. Grego ha di fatto spiazzato la Meloni che era andata a protestare sull’iniziativa pur essendo impreparata, la cultura, si sa, batte la politica. Recentemente tanti bambini arabi hanno cantato l’inno italiano davanti al Museo Egizio. “La Meloni è servita” ha commentato qualcuno.

Grande Nord non è il titolo di una serie tv fantasy americana, bensì di un nuovo partito di Alessandro Bianchi, che punterebbe a ripescare le iniziali battaglie della Lega Nord (quella “di una volta”) abbandonate in virtù (o in vizio?) di una più salda (?) alleanza elettorale berlusconiana, come il ricostruire un’Europa dei Popoli e combattere la criminalità organizzata come la ‘ndragheta trapiantata al Nord.

E se Salvini improvvisamente non parla di più né di euro, né di Europa, a raccogliere questo cavallo di battaglia leghista ormai abbandonato ci pensa Simone di Stefano segretario di Casa Pound Italia, che ha raccolto il testimone di Gianluca Iannone, e ora guida il partito euroscettico di estrema destra, ponendosi come l’alternativa “alla sinistra dell’abominio dello ius soli (ovvero la cittadinanza ai figli di immigrati senza che abbiano raggiunto la maggiore età)” e anche al centro destra, da lui definito “un inciucio di governo, tra un ex euroscettico (Salvini, presidente per giunta del gruppo europeo anti-europa delle Nazioni e della Libertà) e il maggior europeista di sempre, Berlusconi (il presidente del Parlamento Europeo, Tajani, è infatti di Forza Italia). Un video elettorale mostra il profilo centurionico del candidato premier che solca i gradini di un ossario della Prima Guerra Mondiale, su cui è scritto, al posto del nome del defunto, il richiamo militare “Presente”. Questa volta la soglia di sbarramento, almeno per la Camera, dove è prevista solo al 3%, pare già varcata da un partito che sino all’anno scorso neanche si sarebbe immaginato di presentarsi alle elezioni.

Poi c’è Luigi Di Maio che porta avanti le istanze grilline (talvolta contraddittorie, come, per esempio il tema Europa, “Uscire dall’Euro? si, certamente, poi “no, non ora” e ancora “non è il momento, non l’ho mai detto.”) pur ponendosi sia contro il centro destra “il centro destra – ha affermato – non esiste, è solo una connivenza che prende in giro gli italiani, ma in realtà nn ha nemmeno un rappresentante unitario” sia contro il centro sinistra “Il PD è in imbarazzo e tace, dopo le inchieste in Campania”. Berlusconi e Salvini, sostiene Di Maio, si smentirebbero a vicenda. Il PD tace per vergogna. E poi loro stessi vengono travolti da un’indagine che minerebbe la veridicità dei loro famosi bonifici, previa i quali avrebbero restituito i soldi del proprio stipendio pubblico a un fondo di imprese private, salvo poi cancellare il bonifico entro le 24 ore dall’emissione. Indagati non significa condannati, vero, ma la tempesta prima delle elezioni ha toccato anche loro, che erano entrati al parlamento al grido di “onestà e tutti a casa”.

La sinistra esce, dopo quattro anni di egemonia (e di alleanze berlusconiane, come “il Patto del Nazareno”), con le ossa rotte. Dopo l’anno tecnico del governo Monti si sono susseguiti tre governi, tutti di centro sinistra: da Letta, soppiantato da Renzi, all’attuale Gentiloni, ex sessantottino. Il biennio renziano è stato  dominato dall’ansia per il Referendum costituzionale, al quale gli italiani, il 4 dicembre 2016, hanno votato in massa “No” (59% contro il 40% del Si), ed ora, quello stesso Matteo Renzi, ci riprova. “Noi siamo quelli del fare politica” sostiene “gli altri fanno cabaret”: I cartelloni di propaganda girano sugli autobus, da “Scegli la scienza” a “scegli la cultura” tutti slogan coloratissimi ed elementari che invitano a votare il Partito Democratico.

A sostenere Renzi, il partito Più Europa con Emma Bonino fautore della legge sull’eutanasia approvata nel 2017 e, notoriamente a favore del diritto per l’aborto, (temi in realtà tanto lontani quanto delicatissimi). Emma Bonino, da abortista nella più totale clandestinità a politica candidata premier. Tra turbanti coloratissimi, sorrisi veliardi, e basse prospettive di farcela, si va avanti.

Civica Popolare è il partito dell’attuale (e discussissima) ministra della salute Beatrice Lorenzin: un fiore campeggia in campo fucsia, mentr’ella lancia a scienziati e ai ricercatori, appelli inascoltati. Scienziati e ricercatori hanno ben altro a cui pensare, tanto per cominciare, i fondi mancanti alle Università Statali, Permettono ai meritevoli meno abbienti di farsi un futuro. Nonostante tutto. Nonostante i ministri come Lorenzin, Fedeli &Co siano senza laurea.

Tra congiuntivi mancanti, italiano sgrammaticato e mille progetti, la battaglia dei tutti contro tutti, e delle alleanze dei “tutti con qualcuno” e dei “qualcuno con tutti”, procede.

Un mantra, che in queste elezioni l’elettore disinteressato sente comunque, egualmente, da ogni parte, risuonare sin alle sue orecchie, è “il 4 marzo si cambia”.
Come scrisse De Roberto nel romanzo i Vicerè “Bisogna che tutto cambi, se si vuole che tutto rimanga com’è.”
Arriverà anche il 5, di marzo.