“Sulla Scuola che verrà il PPD è stato l’ago della bilancia”. “Ma… ancora non è fatta, poiché lanceranno il referendum” – Intervista a Claudio Franscella

L’on. Claudio Franscella è in prima fila per il suo partito, il PPD, sull’attualissimo e combattuto tema “la scuola che verrà”. Sarà presto chiamato a presiedere il Gran Consiglio. Averlo come ospite è per noi un piacere e un onore.

Un’intervista di Francesco De Maria.

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Francesco De Maria  Perché il PPD, che inizialmente aveva sollevato numerose e sostanziali obiezioni, alla fine ha accettato “la scuola che verrà”, votando l’avvio della sperimentazione di 3 anni?

Claudio Franscella  Perchè con il passare del tempo l’ascolto da parte del DECS è migliorato e diverse sono state le modifiche apportate rispetto alla formulazione iniziale del progetto. Penso in particolare – per quanto riguarda la scuola media – all’aumento del monte ore a disposizione dei docenti quale sgravio per i progetti sviluppati durante l’anno, alla realizzazione delle settimane e giornate a progetto, all’abolizione di elementi più estremi irrealizzabili quali l’orario settimanale a blocchi, alla modifica della forma di laboratori passata da una suddivisione di due classi in tre gruppi a un’ideale suddivisione della classe in due gruppi equi seguiti da un solo docente, alla valutazione che è stata mantenuta e altro ancora.

Lei personalmente avvertiva il bisogno di una riforma profonda? Il modello attualmente in vigore si è dimostrato insoddisfacente? In altri termini: il cambiamento è una necessità?

La scuola dell’obbligo ticinese, pur essendo già oggi di buona qualità, ha bisogno di aggiustamenti e aggiornamenti per restare al passo con l’evoluzione della società e con l’implementazione dei nuovi Piani di studio. Infatti in Ticino le numerose riforme – sempre puntuali e poco concertate tra i diversi gradi di scuola – hanno portato ad avere un sistema scolastico obbligatorio ingessato e poco armonizzato. Il progetto “La scuola che verrà” – bisogna darne atto – ha incluso finalmente con continuità tutti i settori della scuola dell’obbligo ticinese e questo è sicuramente un aspetto nuovo e positivo. La riforma arriva inoltre in concomitanza con l’implementazione dei nuovi Piani di studio della scuola dell’obbligo (Harmos) e propone di conseguenza una riflessione sulle modalità dell’insegnamento necessarie per ottemperare ai nuovi piani.

Che parte ha avuto il PPD nei lavori commissionali e quali gli apporti più rilevanti che il Suo partito ha fornito all’elaborazione del messaggio?

Credo sia stato un po’ l’ago della bilancia. Il PPD ha infatti insistito affinchè si potessero raggruppare in un unico rapporto le diverse e distinte posizioni iniziali del PS e del PLRT, che se lasciate al proprio destino avrebbero annullato di fatto ogni proposta. Una soluzione condivisa che ha portato ogni gruppo a fare qualche rinuncia ma che ha, di fatto, sbloccato una situazione di forte impasse e che dimostra come l’interesse della scuola sia venuto prima di ogni altra velleità personale o di gruppo. E questo è già un ottimo risultato e anche un buon segnale nei confronti della popolazione e di tutti gli attori del mondo scuola.

Uno degli aspetti che ha preoccupato maggiormente il PPD è stato non tanto l’eliminazione tout court dei livelli A e B in terza e quarta media (infatti tutti eravamo d’accordo sulla loro inefficacia e sulla necessità di superarli), ma soprattutto ci preoccupava la mancanza di un modello alternativo di differenziazione strutturale e di confronto. In altre parole volevamo che, in assenza dei livelli, si potessero almeno mantenere dei percorsi differenziati in modo da valorizzare al meglio le esigenze, le peculiarità, il percorso di crescita personale, scolastico e pre-professionale di ogni singolo allievo. E con soddisfazione devo dire che le nostre proposte a questo proposito, sono state incluse in tutte e due le sperimentazioni che verranno messe in atto.

Un altro punto su cui il PPD è riuscito ad ottere il consenso in Commissione è quello inerente il potenziamento immediato della formazione dei docenti, soprattutto quelli che hanno svolto l’abilitazione qualche decennio fa. Per ottenere questo risultato sarà però importante che il DFA si impegni da subito nel seguire, ascoltare, supportare tutto il corpo insegnante, altrimenti il rischio sarebbe quello di avere dei docenti – come capita oggi in alcuni casi con i nuovi Piani di studio – che malgrado le varie riforme e aggiornamenti, rimangono fermi sulle loro posizioni per paura di innovare a causa anche di mancate informazioni.

Per il PPD, allo stato attuale, sussistono ancora motivi di perplessità e di insoddisfazione? Se sì, quali?

Sarà assolutamente indispensabile che il Decs indichi, prima dell’inizio della sperimentazione, se e come intende giungere ad un bilancio e ad un’eventuale revisione dei Piani di studio che sino ad ora non hanno ancora subito alcuna verifica. Infatti la prospettiva di valutare l’esito di una sperimentazione organizzativa della scuola sulla base di un Piano di studi a sua volta ancora da valutare, rende più incerti i termini della questione. Sarà pure importante riuscire a mantenere il riconoscimento della piena professionalità dei docenti che si manifesta anche attraverso una responsabile gestione dell’autonomia didattica, sia all’interno dei nuovi Piani di studio della scuola dell’obbligo, sia nella futura organizzazione del sistema scolastico.

Per quanto riguarda gli allievi più deboli che non dovessero raggiungere gli obiettivi minimi e per i quali si dovesse decidere un adattamento degli stessi, chiediamo poi al Decs di non limitarsi a differenziare gli obiettivi esclusivamente tramite la collaborazione tra docente disciplinare e docente di sostegno pedagogico, ma di coinvolgere nella decisione anche i genitori dell’allievo a cui si rivolge la modifica.

Lei comprende le ragioni per le quali una parte minoritaria del Parlamento ha votato No alla sperimentazione? Sono in una certa misura condivisibili? Oppure per niente?

Sicuramente anche da parte della minoranza vi sono considerazioni e proposte positive. A mio giudizio si sarebbero potute trovare delle convergenze e dei punti di incontro. Non mi sembra però che ci sia stata la volontà o la convinzione per voler trovare un’intesa. Infatti il rapporto di minoranza è stato preparato ancor prima che iniziassero le discussioni. Mi è quindi sembrato un no di principio.

La valutazione dell’esperimento sarà fondamentale. Chi la farà?

Con la decisone del Gran Consiglio oggi abbiamo la possibilità di avere in campo tre scenari diversi: l’attuale scuola media con i livelli A e B, la variante originale proposta dal DECS senza differenziazione strutturale e quella della Commissione scolastica che prevede, nelle settimane a progetto e nei laboratori, una differenziazione dell’insegnamento in cui gli allievi hanno l’opportunità di seguire e approfondire al meglio le materie più confacenti al loro interesse e alle loro possibilità. Le tre opzioni sul tappeto saranno costantemente seguite da una commissione di accompagnamento e valutate al termine dei tre anni della fase test – oltre che dal Cirse e dal DFA – pure da un’entità esterna. Quest’ultima permetterà di effettuare un’analisi oggettiva, indipendente e neutrale di tutta la situazione. E questo è importante perchè solo con la costatazione di effettive, concrete e significative differenze di risultato nelle competenze acquisite dagli allievi che seguiranno i tre modelli, si potrà scegliere quello migliore. E questa mi sembra una situazione ottimale in quanto saranno i risultati della sperimentazione ad indicarci la rotta da seguire.”

Ieri il voto positivo dell’aula c’è stato. Una bella giornata per la scuola ticinese?

La notizia del lancio del referendum non permette ancora di cantare vittoria…Comun, sia quel che sia, l’investimento in risorse umane e finanziarie che il Gran Consiglio ha votato a favore della sperimentazione nella scuola dell’obbligo è solamente il primo di una serie di tasselli che dovrebbero permetterci di arrivare, a medio termine, ad un effettivo e concreto miglioramento della scuola ticinese. Affaire à suivre!

Claudio Franscella
2° vicepresidente del Gran Consiglio
Membro commissione scolastica e co-relatore del rapporto di maggioranza sulla Sperimentazione de “La scuola che verrà

  • francescomagistra

    Ci vuole ben altro che “la scuola che verrà”. Il sistema scolastico è vecchio di 200 anni e non prepara i ragazzi al futuro che li aspetta al termine degli studi fra 10 anni. Un esempio: l’apprendime Delle lingue avviene in forma naturale fino si 7 anni ma invece di insegnare le lingue si insiste sulla matematica, un concetto astratto che i bimbi assimilano naturalmente dopo gli 8-9 anni. l’educazione non è un tema politico. Guardiamo la Finlandia, non dobbiamo inventare niente. Basta copiare.