Siria: le prove dell’attacco chimico.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron è stato il primo a pronunciare le parole “abbiamo le prove” sul presunto attacco con armi chimiche avvenuto venerdì sulla citta di Douma in Siria. Andando oltre ha affermato che le armi chimiche sono state utilizzate dal regime di Bashar Assad, e lui e i suoi alleati decideranno su una risposta militare.
Il primo ministro britannico Theresa May è al lavoro per fornire il supporto di Londra per la rappresaglia occidentale.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva affermato cinque giorni fa che Putin, la Russia e l’Iran erano responsabili dell’attacco e che ci sarebbe stato un caro prezzo da pagare. Minaccia importante che per la prima volta critica direttamente il collega russo Putin per il suo sostegno al regime di Damasco.
Mosca, alleata della Siria, avverte che risponderà adeguatamente riservandosi il ditirro di abbattere i missili e distruggere le fonti di lancio in caso di aggressione da parte degli USA contro la Siria.
Dunque sono gli USA, la Francia e l’Inghilterra gli unici tre Paesi a studiare opzioni militari per punire il regime siriano. Nessun altro paese vuole prendere parte al raid rovinando le relazioni con Mosca. Mentre gli esperti dell’Organizzazione internazionale sulle armi chimiche inizieranno le loro indagini domani in Siria, gli occidentali non sono più così chiari sulla loro risposta al presunto attacco chimico.
Anche se i missili che Donald Trump promette di sparare alla Siria sono “belli, nuovi e intelligenti”, come ha descritto mercoledì 11 aprile, ciò non cambia la realtà: gli Stati Uniti non hanno politiche per la Siria. Il futuro di questo piccolo paese in Medio Oriente interessa gli americani solo marginalmente.
Il conflitto siriano è naturalmente uno degli elementi importanti della relazione tra Washington e Mosca. C’è una buona ragione per questo: la possibilità di un confronto diretto tra le forze che i due paesi hanno schierato in Siria.  Gli Stati Uniti hanno in Siria solo obiettivi circoscritti: dal 2014 la lotta contro i jihadisti dell’organizzazione dello Stato islamico, e dal 2016 contro l’uso delle armi chimiche. Ma il futuro del popolo siriano, la fine dei combattimenti, la partecipazione a una soluzione politica a Damasco, il dialogo con Mosca sul caos regionale, niente di tutto ciò fa parte di una coerente politica statunitense in Medio Oriente.
Le circostanze esatte dell’attacco che ha ucciso 40 persone sono ancora sconosciute. È una corsa contro il tempo per gli investigatori dell’OPCW per quello che possono trovare nella loro missione programmata per domani a Douma per far luce sull’attacco chimico di una settimana fa nell’ultima roccaforte ribelle della Ghouta orientale, attribuita dall’Occidente al regime siriano. Le tracce possono essere cancellate e ogni giorno che passa  porta lontano da una precisa comprensione di quello che è successo.
Nel frattempo oggi il ministro degli Esteri Serghei Lavrov, ha dichiarato: “abbiamo dati inconfutabili sul fatto che l’attacco chimico a Douma, in Siria, è stato organizzato da servizi segreti occidentali”. “Un paese che ora sta cercando di essere nelle prime file della campagna russofoba è coinvolto in questa messa in scena”, ha aggiunto.
Emmanuel Macron durante un colloquio telefonico oggi con il suo omologo russo Vladimir Putin sulle forti tensioni tra la Russia e alcune potenze occidentali ha chiesto di intensificare il dialogo tra Parigi e Mosca per portare pace e stabilità in Siria, rammaricandosi del nuovo veto russo nel Consiglio di sicurezza che ha impedito una risposta unita e ferma in seguito al presunto attacco chimico. Vladimir Putin ha avvertito il suo omologo francese di evitare ogni atto impulsivo e spericolato: “è essenziale per evitare l’azione imprudente e pericolosa, che sarebbe una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e che avrebbe conseguenze imprevedibili”.
Nelle ultime ore il rischio di una nuova guerra in Siria sembra parzialmente rientrato. Trump sta cercando un modo per colpire Assad senza far arrabbiare troppo la Russia, e anche la Russia ha abbassato i toni. Il suo obiettivo è assicurarsi che l’eventuale ritorsione militare contro Assad sia limitata da non colpire i suoi soldati impegnati in Siria.