Il Referendum visto dalla bancarella. Impegnarsi affinché il popolo voti – Intervista a Eros Nicola Mellini

Ho avuto l’idea (stamani) di dare la parola a un politico che il referendum l’ha vissuto “in trincea”, con grande merito e con idealismo. Zambelloni, Rigozzi, Quadri, Chiesa, Siccardi, Marchesi, Morisoli, Pamini… … Li conosco tutti, non dubitate, due di loro sono stati addirittura miei alunni. Ma oggi intervisto Eros Nicola Mellini, l’uomo della bancarella. Troppo umile oggetto la bancarella, di fronte a una cattedra o a un pulpito?

Chissà. Certo è uno strunento essenziale della nostra democrazia. Un’intervista di Francesco De Maria.

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Allora, è fatta? È sicuro?

Direi proprio di sì. Non so il numero esatto di quelle che consegneremo domani a Bellinzona ma, con quelle giacenti nelle cancellerie comunali per la vidimazione (i comuni hanno qualche giorno di tempo oltre il termine per trasmetterle a Bellinzona), credo che superiamo abbondantemente quel 10% di margine di sicurezza indispensabile per assicurare la riuscita del referendum. 

È stata facile, o dura, o durissima? C’è stato un momento in cui ha pensato “Non ce la facciamo”?

L’inizio è stato un po’ in salita, in particolare per il tempo inclemente che non invogliava certamente la gente a fermarsi alle nostre bancarelle, bancarelle che, oltretutto, non hanno potuto essere allestite durante il sabato di Pasqua. Regnava dunque una certa preoccupazione, per non dire pessimismo, che è tuttavia andata spegnendosi con il crescente consenso che il referendum ha suscitato nella popolazione. Dopo le vacanze di Pasqua, si può dire che il ritmo della raccolta è andato vieppiù aumentando facendo tornare il sorriso anche sui volti dei più scettici.

Mi tracci un identikit del cittadino che non firma. Chi è, cosa dice.

Da quello che ho potuto vedere alle bancarelle, a non firmare erano ovviamente i sostenitori della sinistra. E non potrebbe essere diversamente, la – ai nostri occhi sciagurata e irresponsabile – sperimentazione l’ha proposta il loro ministro. Qualcuno ha detto di non firmare perché non aveva capito a fondo il tema. Ma diversi di questi si sono poi lasciati convincere dal fatto che, proprio perché il problema non era stato capito, il referendum era l’unico mezzo per fermare le macchine e discuterne. È poi indicativo, a mio avviso, che molte firme siano arrivate da docenti.

Lei si sarà trovato di fronte a un potenziale firmatario che le domandava: “Perché devo firmare contro la Scuola che verrà?”. Come ha risposto?

Diversi miei colleghi alla bancarella si sono dati da fare a spiegare i (tanti) motivi esistenti per bocciare la sperimentazione: il principio della “inclusione” che, di fatto, significa un livellamento generale verso il basso facendo sì che l’allievo più dotato debba adattarsi al ritmo di apprendimento di chi lo è meno oppure, semplicemente, ha dei tempi di “maturazione” diversi; il fatto che nel progetto non siano stati coinvolti a sufficienza i vari attori (docenti, genitori, datori di lavoro, eccetera); il rischio che, qualora la sperimentazione non riuscisse, gli allievi delle sedi scolastiche prescelte per la stessa, “perdano il treno” rispetto a quelli delle altre sedi nelle quali si va avanti con il sistema tradizionale. Personalmente sono più pragmatico e ritengo che, se devo spendere più di trenta secondi per spiegare la situazione, non ho il tempo da dedicare ad altre persone che sarebbero magari più propense a firmare. Per cui, la mia risposta al “perché” è stata semplicemente che si tratta di un’ulteriore deriva sinistroide della scuola pubblica – che, a mio avviso, dal sessantotto non ha fatto che peggiorare – voluta dal consigliere di Stato socialista. Nel 90% dei casi, i secondi sono stati solo quindici, e gli interlocutori si rubavano la penna di mano per firmare più in fretta.

Qualcuno le avrà pur detto: “Si tratta solo di sperimentare. Se l’esito dopo 3 anni è positivo, se funziona, allora la realizziamo”. Non è ragionevole?

Primo: la sperimentazione è destinata a dimostrarsi un successo, visto che a decidere in merito sarà lo stesso DECS o un organo da esso investito a questo scopo. Le due sperimentazioni concesse al PLR e al PPD sono il classico “Alibi-Übung” (esercizio alibi, si dice?) offerto ai due partiti in cambio del loro dietrofront in Gran Consiglio ma, c’è da scommettere, i loro risultati – se ce ne saranno – non saranno all’altezza del “grande successo” de “La scuola che verrà”, che quindi verrà veramente. E allora, ai 6,7 milioni di franchi della sperimentazione si aggiungeranno i 35 (ma c’è chi dice 50) milioni dell’implementazione. In secondo luogo, ma non meno importante, Bertoli è naturalmente sicuro che la sperimentazione sarà un successo ma, qualora non lo fosse – e siamo in parecchi a crederlo – che ripercussioni avrà sugli allievi “sperimentati”? Avranno perso un anno? Tutto ciò può essere definito in diversi modi, ma “ragionevole” non è fra questi.

Come è stata organizzata la raccolta? Quanti volontari hanno partecipato?

Abbiamo organizzato delle bancarelle nelle maggiori città del Cantone (Lugano, Bellinzona, Locarno, Mendrisio e una pure a Ponte Tresa), presidiate soprattutto dai Giovani UDC Ticino e/o dalle sezioni locali, abbiamo a volte stampato e a volte inserito il formulario ne Il Paese e ne Il Mattino della domenica) e abbiamo fatto una distribuzione del formulario a tutti i fuochi dei comuni toccati dalla sperimentazione. Ma una parte preponderante della raccolta è dovuta ai raccoglitori assunti e organizzati da Alberto Siccardi che, come al suo solito, non ha lesinato gli sforzi su un tema a lui caro come quello della scuola. Non esito a dire che, senza il suo apporto, il referendum non sarebbe mai andato a buon fine, e di questo dobbiamo tutti essergli grati. E per dare a Cesare ciò che è di Cesare, un grande grazie va anche al Mattino della Domenica e a diversi esponenti della Lega dei Ticinesi che ci hanno appoggiato in maniera determinante. Quanti volontari hanno partecipato? Non lo so, è difficile da quantificare ma, sicuramente molti. C’è anche da dire che parecchi formulari sono stati scaricati spontaneamente da Internet, quindi senza un’azione particolare di acquisizione.

Lei quanto si è impegnato personalmente? Per quanti giorni, per quante ore?

Personalmente, sono stato a tutte le quattro bancarelle organizzate a Lugano, ogni volta per tre o quattro ore. Ho poi dovuto occuparmi della selezione per comune delle svariate centinaia di firme arrivate alla casella postale del partito e, adesso, anche delle vidimazioni presso le cancellerie comunali degli ultimi formulari arrivati.

Il Comitato di referendum era nutrito, vi ho contato ben 27 membri. Si sono impegnati tutti a fondo nell’impresa?

Evidentemente non tutti allo stesso modo e nella stessa misura, ma ognuno ha fatto la sua parte. In ogni caso, la sola presenza nel comitato di referendum di una personalità nota fa da traino e da referenza per i potenziali sottoscrittori.

“Parecchi docenti ci hanno aiutato” ha dichiarato il presidente Marchesi. Me lo conferma? Lei sa se docenti in carica hanno firmato?

Posso senz’altro affermare di sì, anche se non so quantificarli. Comunque, oltre ai parecchi che hanno firmato, altri ci hanno appoggiato dietro le quinte, raccogliendo a loro volta delle firme.

Da 1 a 10 quanto dura sarà la campagna?

Il successo della raccolta firme e l’atmosfera percepita durante la stessa fanno ben sperare. Avremo contro, ovviamente, il Dipartimento educazione e un certo pseudo-establishment del corpo insegnante ma, a mio avviso, quest’ultimo sarà meno compatto di quanto lo è stato contro l’insegnamento della civica. Diciamo 6 o 7?

Giovedì 26 andrà a Bellinzona? Vorrei scattare alcune foto della consegna per il mio portale. Posso venire con lei? Mi offre un passaggio?

Sì, ci andrò. Se si fida… il posto in auto c’è.

Esclusiva di Ticinolive