Luca Ferrario in mostra al Fiore di Pietra di Mario Botta

Mario Botta e Arminio Sciolli davanti al Fiore di Pietra, Opera di Botta, sul Monte Generoso. All’interno, la mostra di Luca Ferrario.

Luca Ferrario, architetto e fotografo, discente del maestro Botta con il quale ha collaborato 5 anni, che vede le sue fotografie in mostra al Fiore di pietra sul Monte Generoso, si racconta a Ticinolive. 

Architetto e fotografo. Trova che le due professioni si compendiano, ricercando entrambe lo stile, la perfezione, talvolta l’innovazione?
L’architettura, come la fotografia, è una forma d’arte. Non esiste una divisione tra le due professioni. La prima alimenta la seconda e viceversa.
La Sua mostra è stata realizzata grazie alla volontà dell’architetto Mario Botta (oltre che del direttore delle Ferrovie del Monte Generoso Francesco Isgrò). Botta è stato anche il suo docente universitario e poi direttore di lavoro. Cosa ha appreso in particolare dall’architetto Botta?
Ero un giovane studente dell’Accademia di architettura di Mendrisio, quando, nel 2007, ho incontrato per la prima volta l’architetto Mario Botta. Non avrei mai immaginato, di poter collaborare a grandi progetti internazionali, nel suo studio, per oltre 5 anni.

Mario Botta sale alla sua Opera sul monte Generoso.

Botta è stata una figura determinante nel mio percorso di architetto e fotografo, a lui devo moltissimo. Mi ha insegnato che bisogna inseguire i propri sogni e perseverare fino a realizzarli.
Ringrazio il Direttore Francesco Isgrò per la fiducia che ha riposto in me fin dal primo incontro.
Fotografia, una professione complementare alla quella di architetto o un diversivo?
L’architetto costruisce edifici, il fotografo costruisce immagini.
Con la fantasia sostituisco la semplice realtà oggettiva a quella interpretata. Attraverso le mie fotografie costruisco la mia visione dell’architettura.

Il Fiore di Pietra fotografato da Luca Ferrario

Pino Musi, Mimmo Jodice ed Hélène Binet, sono alcuni dei fotografi che ha conosciuto. In particolare cosa “capta” da essi?
Ognuno di loro è riuscito a trasmettermi delle grandi emozioni. Questi sentimenti hanno costruito la mia sensibilità definendo sempre più una personale poetica fotografica.
Come definirebbe il suo stile nella fotografia?
Non credo di avere uno stile, o meglio mi piace pensare di non averlo. Le mie fotografie sono il risultato di uno sguardo interiore che ogni volta cambia. I miei stati d’animo e le mie sensazioni nel momento dello scatto definiscono l’immagine finale. Mi piace controllare tutto nei minimi dettagli ma, alla fine, lasciarmi sorprendere.
In fotografia è più propenso al bianco e nero o ai colori?
E’ attraverso il bianco e nero che le fotografie prendono forma nella mia testa. È una forma di espressione nella quale mi identifico. Non escludo in futuro di sperimentare anche il colore.

Luca Ferrario e Mario Botta

In architettura, oltre al Suo docente, c’è un architetto particolare a cui s’ispira?
Non ho miti. Sono le architetture ad ispirarmi più che gli architetti.
Cosa l’affascina dell’opera il fiore di pietra?
La risposta è nelle mie fotografie.
Che macchina fotografica utilizza?
Un’Hasselblad dotata di piastre di spostamento micrometrico. Uno strumento lento, pesante, molto complesso che mi ‘obbliga’ a pensare a lungo prima di scattare.
Le fotografie esposte sono firmate anche da Botta, come è riuscito a convincerlo?
Non è stato difficile, è stato lui a propormelo. Un gesto concreto per premiare il mio lavoro.
Viviamo nell’epoca delle immagini, lei che rapporto ha con i social media?
La tecnologia è un mezzo molto potente ed allo stesso tempo molto pericoloso. Faccio semplicemente il mio lavoro senza pensare al consenso e, talvolta, senza avere un committente.
Al rumore dei social media preferisco il silenzio di una mostra.
Oggi i telefonini danno a tutti la possibilità di essere dei grandi fotografi. Cosa ne pensa?
Non mi preoccupa. Sarebbe come dire che tutti siamo dei grandi architetti solo perché tutti possediamo una matita.
La sua mostra al ‘Fiore di pietra’, le sue fotografie dell’opera di Mario Botta in un edificio realizzato dall’architetto Botta stesso. Una meravigliosa ringkomposition, non trova?
Direi proprio di si. Una perfetta composizione ad anello che, per usare una metafora, ‘disegna’ il mio punto di partenza.

 

Intervista a cura di Chantal Fantuzzi