Sissi, storia senza mito della bellissima e irrequieta Imperatrice d’Austria

I romantici del secolo ventesimo la conoscono con il volto di Romy Schneider, i millennial (come me) la ricordano come l’avventurosa principessa del cartone animato, i più piccoli d’oggigiorno la vedono come la protagonista di una nuovissima fiaba d’animazione. Occhi azzurri e vita felice è tutto quel che questi tre sceneggiati attribuiscono alla bellissima imperatrice consorte d’Austria. Che nella realtà gli occhi li aveva nocciola e in essi riluceva un’infinita, meravigliosa inquietudine.

Il MASI, Museo d’arte della Svizzera Italiana, dedica all’Imperatrice una mostra visitabile dal 1° al 13 maggio, nel quale sarà esposta anche la statua in gesso dello scultore Antonio Chiattone, commissionato dalla cittadinanza di Montreux, pochi anni dopo l’assassinio dell’imperatrice a Ginevra, per mano dell’anarchico italiano Luigi Luccheni. Pensierosa, il capo posto sulla mano, lo sguardo lontano, forse nel ricordo dell’ormai lontana Baviera, lasciata troppo presto per divenire la stella di una dorata e alquanto angusta prigionia.

Elisabetta Amalia Eugenia di Baviera Wittelsbach nasce a Monaco la notte di Natale del 1837, e cresce libera, con una madre amorosa, dedita più alla cura dei bambini che ai balli di corte bavaresi, trascorrendo estati spensierate a Possenhofen, tra la natura. Ha quindici anni quando, per strapparla alla malinconia e farla incontrare con il fratellino dell’imperatore Carlo Ludovico, la madre e la sorella diciottenne Elena decidono di portarla con loro per un incontro con Francesco Giuseppe, giovane imperatore, ambito sposo di Elena stessa. Elena è infatti la rampolla della regione più ricca dell’Impero, anche se non del rango più elevato, e rappresenterebbe pertanto un saldo sodalizio. Ma l’imperatore, ventitreenne, s’infatuò sin da subito della sorella minore, e la chiese in sposa. “se solo non fosse l’imperatore!” si dice abbia sussurrato la giovane Elisabetta, pur ricambiando la venerazione iniziate tributatale dal marito.

Il 24 aprile, nella Chiesa degli Agostiniani di Vienna, con estremo sfarzo, vengono celebrate le nozze dell’imperatore, che reca sul trono l’eroina e la vittima di quello straordinario romantico ottocento che sarebbe imploso nel terribile, nazionalista, novecento. Sissi.

La suocera di Sissi, Sofia, che in gioventù era stata dolce e innamorata dello sventurato e divino Re di Roma, è per la giovane imperatrice una donna terribile e autoritaria, tant’è che Sissi cade presto malata e accusò problemi psichici per il brusco cambiamento dalla libertà alla vita di corte viennese irrigidita dal cerimoniale spagnolo. A diciotto anni Sissi partorisce la sua prima figlia, che chiama Sofia, come la suocera, e appena un anno dopo da alla luce la secondogenita Gisella. Sofia, legatissima alle nipoti, le sottrae alla madre.

L’avventurosa giovane madre escogita allora un modo per passare più tempo col marito, soggiogato dalla madre stessa, e portatasi Sofia con sé, lo accompagna nei viaggi dell’Impero, tra il 1856 e il 1857. L’imperatrice ventenne giunge a Venezia, ove trova un popolo silente, non festante per l’asburgico impero, ma infatuato dalla fama, che vede confermata, che ha Sissi, di donna meravigliosa.

Anche l’Ungheria rimane innamorata del fascino di Sissi, ma in quel paese, dall’imperatrice tanto amato, la piccola Sofia, ammalatasi, muore. Il senso di colpa invade Elisabetta, che rinuncia alla lotta con Sofia, e, sconfitta, le affida Gisella.
È il 1858 quando nasce l’atteso erede al trono, il maschio Rodolfo. Spossata dalle gravidanze ravvicinate, la giovane cade ammalata sino alla primavera dell’anno successivo, quando la sorella minore, Maria Sofia, la porta con sé nel “suo” Regno delle due Sicilie, per godere di un clima più caldo.

La sconfitta accomuna Sissi al marito: Magenta, la terribile battaglia il cui sangue che irrorerà i prati della pianura italiana darà poi nome al “rosso magenta”, vede, nel 1859, l’imperatore sconfitto dalle truppe di Cavour e di Napoleone III, nel corso della Seconda Guerra d’Indipendenza Italiana. Seguono Solferino e San Martino, entrambe una terribile disfatta per l’imperatore, che, pressato dalla popolazione, pondera addirittura l’abdicazione. Francesco Giuseppe richiama Sissi dall’Italia, intimandole di sollevare il morale della popolazione, mostrandosi a Vienna. E Sissi accetta, piegando l’altero capo (solo in apparenza) e ritornando da un marito che scopre infedele e non più innamorato.

Nel 1860 Garibaldi invade il Regno delle due Sicilie facendo strage di truppe Borboniche e di fedeli al Re Francesco; Sissi, preoccupata per l’incolumità della sorella Maria Sofia, regina delle due Sicilie, ricade malata, per poi sfuggire alle rigidità di corte e rifugiarsi, con la figlia Gisella, a Possenhofen, residenza remota della sua infanzia beata. Torna a Vienna solo per il compleanno del marito, il 18 agosto, per evitare dicerie, ma il giogo, questa volta, durerà poco.
Elisabetta finge d’esser malata, tant’è che la regina Vittoria le mette a disposizione il proprio Panfilo per portarla a Madeira anziché a Merano, lontano, lontanissimo dalla corte imperiale.

Seguono “gli anni d’Ungheria”, nei quali Elisabetta e Francesco vengono incoronati sovrani del regno, e lì, nel 1868, in onore dell’amato paese, Sissi da alla luce la sua ultima figlia, l’amatissima Maria Valeria, che crescerà a sua immagine e somiglianza.
Viaggi, ginnastica, esercizio fisico, poesie. Sissi è una perfetta romantica, ottima amazzone, poetessa. Scrive versi malinconici rimpiangendo il suo amore adolescenziale, a 14 anni, per uno stalliere, morto poco dopo, e al suo diario confessa tutta la sua immensa infelicità. Alta 1.72 arriva a pesare 50 kg, arrivando a procedure estreme per mantenere vivo il mito della sua bellezza. La pettinatura della sua lunga chioma richiede ogni mattina tre ore, mentre l’allacciamento del suo corsetto, con un giro vita di 45 cm, più di un’ora. Ossessione per la bellezza, venerazione per la classicità, motomania. A Corfù, meta dei suoi molteplici viaggi, l’imperatrice ordina la costruzione dell’Achilleion, tempio dedicato all’eroe da lei prescelto, Achille. Un filo ineffabile lega la beltà dei due eroi, lei, storica e infelice; lui, mitologico ed altrettanto irrequieto. Bellissimi e ansiosi, di sopravvivere alla morte.

Ed è proprio la morte a cogliere Rodolfo, l’erede al trono, che nel 1889, a ventisette anni, si spara, dopo aver sparato alla fidanzata diciassettenne, Maria Vetsera, nel misterioso omicidio-suicidio che rimarrà nella storia con il torbido nome di Affare Mayerling. Da quel giorno l’imperatrice si mostrerà sempre velata in pubblico, portando il lutto perenne. Ormai separata dal marito, viaggia per il resto dei suoi giorni.

Il 10 settembre del 1898, una figura slanciata, vestita di nero, passeggia sulla riva del lago di Ginevra. È diretta al porto, da cui partirà il battello, ed è accompagnata da una sola donna nobile. Un piccolo uomo, appostato su un ippocastano, la spia. Al suo passaggio, balza giù dall’albero e le corre incontro urtandola e facendola cadere a terra. La donna si rialza, il battello suona, la donna corre, per non perderlo, vi sale. Un ultimo sguardo all’orizzonte, poi s’accascia al suolo. È pallidissima e non riprenderà più conoscenza.

La contessa Sztàray urla, chiedendo al battello di fare retromarcia e rivelando l’identità della donna che accompagna: è l’imperatrice, in incognito. Solo allora ci si rende conto della gravità dello scontro a cui ignari si ha assistito: un anarchico l’ha pugnalata, trafiggendole l’aorta, con una precisione che lascerà sbalorditi i medici. È Luigi Luccheni, anarchico nato a Parigi, figlio di una serva vissuta tra Parma e Reggio, ad Albareto, stuprata dal padrone, fuggita, dopo il parto e l’abbandono del figlio, in Argentina. Al processo, Luigi sosterrà di aver compiuto l’omicidio perché “povero” e in odio nei confronti dei ricchi. Verrà trovato impiccato (probabilmente ucciso, poiché ai carcerati si toglieva cintura e lacci delle scarpe) in cella, una decina d’anni dopo. Nelle sue tasche, un quaderno, in cui denunciava i soprusi subiti lungo i suoi venticinque anni di vita.

Sissi spira nel pomeriggio del 10 settembre 1898, a 60 anni. Viene sepolta nella cripta imperiale. Diciotto anni dopo, a ottantasei anni, la raggiungerà il marito. L’epoca sarà mutata, essendo quella, catastrofica, della Prima Guerra Mondiale, forse estrema conseguenza parossistica delle guerre risorgimentali, forse estrema tensione della potenza Asburgica che imploderà in se stessa, portando alla fine il suo impero millenario. Una conflagrazione epocale. Di cui Sissi, suo malgrado, aveva visto gli albori.

Risorta dalle ceneri di una guerra da lei stessa provocata, all’indomani della seconda guerra mondiale, una Germania stremata promosse l’uscita della trilogia cinematografica con Romy Schindler, non elusa da toni anti-italiani e in una palese ricerca di eroi positivi da mostrare al mondo, Sissi e Franz, irreali sposi felici di commoventi film da sogno, reali solo nella minima parte dell’inquietudine e della bellezza dei paesaggi d’un mondo scomparso eppur (fortunatamente) ancor presente.

Cento anni dopo la sua morte, venne pubblicato il diario dell’infelice imperatrice. Si augurava di morire “improvvisamente, rapidamente e, se possibile, all’estero.” Ma prima, quando ancora poteva sperare, immaginava di convincere il marito ad abdicare e di andare a vivere con lei sulle rive del Lemano, ritrovando il felice ideale, perduto.

Chantal Fantuzzi