“Dittatura rosa” sulle rive del Ceresio? La polemica non si placa. L’affondo di Helvetia Christiana

Helvetia Christiana, è evidente, rompe le uova nel paniere al municipio, che si aspettava un Gay Pride tranquillo, generatore di un’immagine di “città aperta” e di sostanziose ricadute economiche.

A me viene il dubbio che il sindaco (nomino lui perché tutte le dichiarazioni sono sue) abbia commesso un errore negando il permesso. Se l’avesse concesso, 15 persone avrebbero pregato in piazza (qualsiasi bocciofila o società di burraco è molto più grande), qualche reporter avrebbe scattato una foto, qualche bambino avrebbe domandato alla mamma “che cosa stanno facendo?” e sarebbe probabilmente finita lì.

Un’osservazione ce l’avrei anche per il presidente Giglio, che mi ha concesso (gli sono grato) una bella intervista. Lui cita il Catechismo, e lo fa correttamente, ma dimentica che una quantità di persone non si sentono vincolate dal Catechismo (non indago sui municipali, al limite si potrebbero anche “sondare”).

Una grossa mano al municipio l’ha data il vescovo. Il Catechismo per lui non può non valere… ma dalla parte dei “manipolatori” (la sua esplicita accusa) il presule non si può mettere. Certo, sarà imbarazzato e infastidito anche lui, come Borradori e Badaracco. Una vera seccatura, e Giglio, ci giurerei, l’ha fatto apposta!

Ciò che dà fastidio a me (lascio fuori Giglio e lascio fuori Dio) è la dittatura del politicamente corretto, che riduce il cittadino a un servile robottino, con le reazioni di un cane di Pavlov (tutti sanno che cos’è). Il PC si è mostruosamente dilatato e incombe sulle nostre vite. Una ribellione bisognerà pur tentarla. Magari gridando “orgoglio etero!”… e prendendosi una torta in faccia.

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LA NOTA DI HELVETIA CHRISTIANA

La lobby LGBT impone una dittatura rosa e il Municipio la impone. L’Esecutivo ha chiaramente violato la prassi abituale e democratica della Svizzera. Innanzitutto è scandaloso che dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione elvetica nonché dalla Costituzione ticinese, ossia la libertà d’espressione e la libertà di manifestazione, non siano stati riconosciuti ad un’associazione svizzera in regola con le autorità della Confederazione. Questa è una doppia discriminazione, perché questi diritti sono garantiti a tutte le associazioni e i gruppi, e specialmente quelli che promuovono l’agenda LGBT, ma sono negati a un’associazione di ispirazione cattolica. Infine, le autorità dimostrano con il loro atteggiamento di piegarsi alle intimidazioni dei promotori del Gay Pride e di altri circoli anticristiani.

Helvetia Christiana chiede perciò al Municipio di Lugano di ritornare immediatamente sui suoi passi e invita tutti i cittadini svizzeri di attivarsi per la difesa dei principi cristiani e dei diritti costituzionali, in particolare la più sacra delle libertà: quella di praticare la nostra religione.

Gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (2357). Promuoverli costituisce una grave offesa nei confronti del Creatore ed esige, per questa ragione, un atto pubblico di protesta e riparazione. La dissolutezza e l’esibizione sessuale che accompagna sistematicamente il Gay Pride, imposto alla vista di tutti, specialmente ai bambini, sono fattori aggravanti che dovrebbero indurre le autorità pubbliche a vietare questa parata della vergogna. Helvetia Christiana non fa altro che ripetere la dottrina della Chiesa Cattolica sulla castità, cioè la raggiunta integrazione della sessualità nella persona, che è valida per tutti, sia che essa sia sposata o celibe, anche per le persone che sperimentano l’attrazione omosessuale.

Helvetia Christiana deciderà se presentare o meno ricorso sulla decisione del Municipio entro lunedì prossimo.