Omaggio a un giornale morente – di Franco Cavallero

Non userò parole di comodo o parole false per dispiacermi della scomparsa, non oso ancora dire morte, del Giornale del Popolo. Mi sforzerò di usare parole sincere. Quando avevo otto o nove anni già lo leggevo regolarmente, ovviamente privilegiando lo sport ma anche le notiziole di cronaca che avevano dei bei titoli. E poi leggevo quei quadretti di prosa meravigliosi di vita locale firmati con la sigla g.b. o gibi (non ricordo esattamente): più tardi seppi che erano scritti da quell’impareggiabile giornalista conosciuto bene anni dopo, Giuseppe Biscossa. Conobbi naturalmente il vulcanico direttore, monsignor Alfredo Leber, che quando mi vedeva non mancava di esprimermi un cordialissimo apprezzamento. Ecco, quello fu il mio “Giornale del Popolo”, il solo quotidiano letto durante la mia infanzia, il solo che arrivava in casa nostra. Erano tempi, quelli! Infatti quando durante l’adolescenza, in un bar, un conoscente mi vide con sott’occhio il “Dovere”, venni rimproverato. Non si poteva, suvvia, era stampa cattiva.

Più tardi, per anni e anni, lessi tutti i sei quotidiani, con le loro colorite polemiche: “Quello scribacchino, che ha intinto la penna nel colaticcio scambiandolo per inchiostro…”. Naturalmente il “Giornale del Popolo” non si abbassava a quei livelli: metteva magari un significativo “Che tolla!” quando doveva criticare ciò che avveniva nel regime sovietico. Ebbe sì i suoi momenti non voluti e altamente comici, quando per una svista intitolò “banca di Pietro” quella che in realtà chiamavasi “Barca di Pietro”, ossia la Chiesa universale come istituzione.

Arrivò purtroppo il giorno in cui dal “Giornale del Popolo” volli cancellare l’abbonamento, pur continuando a leggerlo e per la sua degnissima presenza a rispettarlo. Racconterò anche questo perché fu un atto di orgogliosa mia ribellione. Avevo preso parte a una tavola rotonda sulla scuola, con altri tre relatori. Ero stato sincero, senza peli sulla lingua, ma le mie idee non piacevano. Ebbene, il Giornale riportò quello che avevano detto gli altri tre, ma non quello che avevo detto io***. Per colmo di finezza venne pubblicata anche una foto in cui appariva la mia presenza nella “banda dei Quattro”. Protestai, volli sapere il perché: mi si disse che era stata una “scelta redazionale”. Al Direttore feci sapere che avrei continuato a rimanere abbonato, ma “senza entusiasmo”. Non mi rispose, forse non aveva tempo. E allora a fine dicembre compii il passo decisivo e chiesi la mia estromissione dal novero degli abbonati.

Caro “Giornale del Popolo”, mancherai a tutti noi siine certo, e molto anche a me. Da te ho imparato in tenera infanzia a leggere cose serie. E adesso riconoscente ti saluto, nella postrema sera di tua presenza.

Franco Cavallero

*** (fdm) Siamo, ricordo nitidamente, nell’autunno del 1987, anno cataclismatico nella politica cantonale. Il GdP era da poco uscito dalla deriva sinistroide. Ebbi l’occasione di incontrare, in un lungo colloquio (che rimase un “unicum”), un’alta personalità. Non parlammo né della Trinità di Dio né degli abusi del clero (allora non usava). Mi disse con bella semplicità: “Dovevo decidere. Fuori lui… o fuori io!”